I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

LINK AI POST PRECEDENTI:

Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

Add to GoogleBookmark and Share OkNotizietutto blog PaperblogW3Counter

Le Pillole di Lupacchini: Il Segreto di Stato


COLPO D’OCCHIO SU:

Otello Lupacchini, laureato in giurisprudenza e specializzato in diritto del lavoro e relazioni industriali, dopo aver esercitato per breve tempo l’avvocatura è in magistratura dal 1979. Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa, oltre ad aver istruito il processo contro la Banda della Magliana ed il c.d. Moro ter, si è occupato, fra l’altro, degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della strage brigatista di via Prati di Papa. Autore di numerosi scritti giuridici, su riviste specializzate, in tema di procedura penale, di filosofia del diritto, di diritto costituzionale, di diritto penale dell’economia e di diritto penale internazionale e della monografia Indipendenza e responsabilità della Magistratura (I ed. 1981; II ed. 1984); ha anche pubblicato, per la Koinè Nuove Edizioni, Banda della Magliana. Alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati (I ed. 2004; II ed. 2006); Il ritorno delle Brigate Rosse (2005); Dodici donne un solo assassino. Da Emanuela Orlandi a Simonetta Cesaroni (2006); nonché, per Cairo Editore, il romanzo Malagente (2009).

Alfio Krancic nasce a Fiume nel Marzo del 1948. Dopo le prime esperienze satiriche su fogli underground, inizia la sua carriera di disegnatore satirico nel 1988, pubblicando una vignetta quotidiana su “La Gazzetta di Firenze”. Nel 1990, pubblica i suoi commenti di satira politica su “Il Secolo d’Italia”. Nel 1992 viene chiamato da Vittorio Feltri prima a collaborare con “L’Indipendente” e poi, nel 1994 con “Il Giornale” dove, attualmente, pubblica una vignetta quotidiana. Collaboratore per la pagina fiorentina de La Repubblica, L’Italia Settimanale, Il Giornale di Bergamo, Oggi, Il Corriere Adriatico, La Peste e l’emittente televisiva Rai 3, Alfio Krancic ha pubblicato quattro raccolte di vignette: Matite Furiose (1994), Titanic Italia (1996), Guerre Stellari (1999) e Scherzi d’Autore (2004).

LE PILLOLE PRECEDENTI:

Le pillole di Lupacchini: Lo scopo del processo

Le pillole di Lupacchini: Il diritto all’informazione

Add to Google
Bookmark and ShareOkNotizie
tutto blog

Paperblog
W3Counter

LE PILLOLE DI LUPACCHINI


GIUSTIZIA COMPLESSA? “NOTTE CRIMINALE” LA FA IN COMPRESSE:

“LE PILLOLE DI LUPACCHINI”

su: http://www.youtube.com/NotteCriminale

e su:http://nottecriminale.wordpress.com/

A CURA DEL MAGISTRATO OTELLO LUPACCHINI E RITOCCATE DA ALFIO KRANCIC


“Le Pillole di Lupacchini” questo il nome della nuova rubrica “Notte Criminale”, prodotta e promossa da Your Plus Communication, interamente dedicata ed affidata al Magistrato Otello Lupacchini. Per la “cura” di giustizia-informativa è la matita di Alfio Krancic che estrapolato dalla satira politica, ritocca i tratti del giudice prima di andare on-line sui canali dell’info-comunicazione (http://www.youtube.com/NotteCriminale, e http://nottecriminale.wordpress.com/) firmandone, così, la copertina.

“Le Pillole di Lupacchini” non hanno controindicazioni e, in linea con il format scelto da Notte Criminale, possono essere “ingerite” a tutte le età proprio perché de-complessano la giustizia. Rare come le perle preziose che riflettono e fanno riflettere tutte le volte su un tema diverso, “Le Pillole di Lupacchini” verranno distribuite una a settimana. Nessuna falsa promessa di guarire l’Italia dalla mala giustizia ma, l’auspicio di educare ed informare il pubblico di riferimento che segue Notte Criminale (l’evento itinerante che si appresta a segnare Roma Milano e Venezia, per due giorni, comparando fatti e misfatti della storia criminale italiana con la formula dell’intrattenimento) e non solo.

Semplificare e spiegare articoli, commi, leggi diritti, doveri, analizzare o illustrare fatti inediti o poco discussi (sia con gli strumenti sia con il linguaggio) attraverso il “canal web” è la modalità scelta per avvicinare ed avvicinarsi ai più giovani che, per quanto riguarda i tre crimini inseguiti da Notte Criminale (banda della Magliana, banda della Comasina e mala del Brenta), hanno fino ad ora avuto un rapporto romanzato e spettacolarizzato dei fatti realmente accaduti.(come avvenuto, ad esempio con la serie di Romanzo Criminale)

La prima “pillola” riguarda “il diritto all’informazione” (o il “diritto ad essere informati”) di tutti i cittadini. Lupacchini spiegherà l’importanza della libertà d’informazione ed il perché, formalmente, non viene garantita ma assicurata dalla Costituzione Italiana.

COLPO D’OCCHIO SU:

Otello Lupacchini, laureato in giurisprudenza e specializzato in diritto del lavoro e relazioni industriali, dopo aver esercitato per breve tempo l’avvocatura è in magistratura dal 1979. Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa, oltre ad aver istruito il processo contro la Banda della Magliana ed il c.d. Moro ter, si è occupato, fra l’altro, degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della strage brigatista di via Prati di Papa. Autore di numerosi scritti giuridici, su riviste specializzate, in tema di procedura penale, di filosofia del diritto, di diritto costituzionale, di diritto penale dell’economia e di diritto penale internazionale e della monografia Indipendenza e responsabilità della Magistratura (I ed. 1981; II ed. 1984); ha anche pubblicato, per la Koinè Nuove Edizioni, Banda della Magliana. Alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati (I ed. 2004; II ed. 2006); Il ritorno delle Brigate Rosse (2005); Dodici donne un solo assassino. Da Emanuela Orlandi a Simonetta Cesaroni (2006); nonché, per Cairo Editore, il romanzo Malagente (2009).

Alfio Krancic nasce a Fiume nel Marzo del 1948. Dopo le prime esperienze satiriche su fogli underground, inizia la sua carriera di disegnatore satirico nel 1988, pubblicando una vignetta quotidiana su “La Gazzetta di Firenze”. Nel 1990, pubblica i suoi commenti di satira politica su “Il Secolo d’Italia”. Nel 1992 viene chiamato da Vittorio Feltri prima a collaborare con “L’Indipendente” e poi, nel 1994 con “Il Giornale” dove, attualmente, pubblica una vignetta quotidiana. Collaboratore per la pagina fiorentina de La Repubblica, L’Italia Settimanale, Il Giornale di Bergamo, Oggi, Il Corriere Adriatico, La Peste e l’emittente televisiva Rai 3, Alfio Krancic ha pubblicato quattro raccolte di vignette: Matite Furiose (1994), Titanic Italia (1996), Guerre Stellari (1999) e Scherzi d’Autore (2004).

LE PILLOLE PRECEDENTI:


Le pillole di Lupacchini: Lo scopo del processo

Le Pillole di Lupacchini: Il Segreto di Stato

Add to Google
Bookmark and ShareOkNotizie
tutto blog
PaperblogW3Counter

Notte Criminale chiarisce…


iniziamo a mettere i puntini sulle “i”.

Notte Criminale non vuol essere mitizzazione del crimine, al contrario, parte proprio dal chiedersi “perchè crimini e criminali diventano mito?”.

Al processo delle vittime e dei carnefici: media, giornali, tv…ma soprattutto le “Interpretazioni dei fatti”. Fatti, appunto. Quelli accaduti e narrati senza voler rendere star e miti i criminali, ma che hanno informato, inseguito e supportato le vicende, le indagini, gli avvenimenti.

Interpretazioni che additato il cinema, la televisione e lo spettacolo come artefici della mitizzazione. Vero…tanto quanto Falso. Se a giocare con la spettacolarizzazione della notizia, sono stati per primi i mezzi di comunicazione, di certo non possiamo giustificare, solo con essi, il fine deleterio che spesso porta a mitizzare, scagionare e, cosa ancor più grave, emulare tali atteggiamenti criminali.

Così a rispondere sui “perché”,  in tribunale, senza giudicare, portiamo anche le istituzioni che additano ma che si sono e si macchiano e magari anche le famiglie che, sempre più “filtri” assenti, amano puntare l’indice contro.

E allora, Notte Criminale, si pone tra lo schermo ed il pubblico,senza schierarsi. Partendo da ciò che è stato analizza il “come è stato raccontato”, lascia spazio alle opinioni e, usando lo stesso strumento di “cattura”, proprio dello spettacolo, prova ad alleggerire il peso del male accendendo i riflettori sul tema “crimine”.

Per questo è notte che illumina, chiarisce, interroga, di e sul crimine. Proprio perché a metà tra l’essere e l’apparire, la formula scelta è l’infotainment: informazione che intrattiene l’attenzione.

La notte, prima di “entrare in scena” sui palcoscenici cittadini,  è sul web che discute e fa discutere pubblico, protagonisti, scrittori, autori, giornalisti, attori.

Your Plus Communication

Bookmark and Share

OkNotizie