Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte


La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.

Ciao, Marco

Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Un'immagine di Marco Pantani all'inizio della sua carriera

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.

L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.

Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.

I was there - Foto di Placid Casual

Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.

Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.

Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.

Pantani - Foto di Driek

La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.

C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.

Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.

Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta

L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».

E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.

Omaggio a Pantani - Foto di Ryoichi Tanaka

Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.

Sul momento dichiarò:

È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.

I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:

C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.

Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.

Antonella Beccaria

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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –

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Dal suo Blog,chiuso da anni, Renato Vallanzasca scriveva:


Perchè….

Perché ho deciso di aprire un mio sito e parlare sul blog…Immagino saranno parecchi quelli che se lo chiederanno. Era da almeno 4 o 5 anni che intendevo farlo, ma poi, per una ragione o per l’altra ho sempre evitato. Negl’ultimi 3 poi, la spinta a mettermi in rete era ancora più forte, ma ho evitato di farlo per non lasciare intendere che volessi in qualche modo cercare anche solo qualche timido consenso alla mia domanda di Grazia rivolta al Capo dello Stato. Ora che tutto è ormai chiarito, non ho più alcuna ragione per negarmi una cosa che mi sta tanto a cuore, quindi…eccomi qui. Sono perfettamente conscio che, aldilà del godibile passatempo, sarà un arduo impegno! Arduo almeno per 3 ragioni principali: la prima è che metto già in conto che non saranno poche le persone che mi contatteranno solo per esprimermi i loro non rosei apprezzamenti ! …La seconda è che non potendo accedere direttamente alla rete, sarò costretto a spedire tutti gli scritti a chi si è preso il non indifferente impegno di avere cura del sito, facendomi pervenire i vari messaggi di chi si prenderà la briga di mandarmene…La terza sta nel timore, se non proprio nella certezza che, coloro che sono preposti a vigilare su di me, non vedano di buon occhio questa mia iniziativa: posso capirlo !…

Ma allo stesso tempo mi rendo conto che, i danni che mi procurerò, non potrebbero essere peggiori di quelli che hanno fatto i pennivendoli riversandomi addosso delle belle camionate di cacca! Beninteso, non ho iniziato questa nuova e sollecitante avventura, solo per difendermi da questi signori… Piuttosto sarebbe più vero interpretarlo come un modo per tenersi vivo anche vivendo fuori dal mondo!… Ma ciò non toglie che i signori di cui sopra, sapendo che potrei fare sentire la mia voce, sarebbero meno spavaldi nello scrivere cose ignobili, che a volte, sono state molto lontane dalla verità…Considerato che sono in assoluto per la libertà d’opinione non penso neppure di mettere a tacere chi mi giudica anche in modo ipercritico! Facile immaginare che non ne sarò entusiasta. Ma sino a che si dirà la verità, accetterò  di buon grado anche le forche caudine!

…Quando parlo di Verità, non pretendo di essere colui che la può insindacabilmente stabilire, ma non credo di chiedere la luna se vorrei fosse rispettata almeno quella che la giustizia ha decretato con sentenze passate in giudicato, cosa che troppo spesso non avviene. Sono anni che tento di chiedere ai giornalisti che da sempre mi contattano per un’intervista, sia essa direttamente ad un microfono, oppure tramite domande scritte e inviatemi per posta, non certo per essere benigni, o peggio, compassionevoli, nei miei riguardi, ma solo di essere fedeli nel riportare le mie parole!… Senza contare che non mi sono mai sognato di concordare neppure mezza domanda…semplicemente perché lo trovavo ipocrita e poco dignitoso! Con queste prerogative non ritenevo che le mie fossero pretese assurde…ma dopo una marea di esperienze negative, dove solo in qualche rara occasione è stato tenuto fede all’impegno preso!

…Qualche volta le mie risposte sono state solo potate un po’…ma non è stato raro constatare che, grazie a qualche furbizia da pennivendolo..se non erano state travisate del tutto le mie parole, quanto meno, assumevano dei contorni alquanto diversi! In altre lo stravolgevano completamente!…Quando, addirittura, mi sono viste virgolettate parole mai dette che, altro non potevano essere che un’opinione del pennivendolo di turno o un qualcosa ad effetto!… Nonostante gli svariati suggerimenti di tanta gente, non ho mai risposto no grazie, anche quando sapevo che avevo a che fare con qualcuno che mi avrebbe posto domande altamente imbarazzanti!!…Beh nonostante sia sempre stato disponibilissimo a confrontarmi anche con chi, tra costoro, sapevo di stare neanche troppo cordialmente sulle balle…a volte arrivando ad anticipargli che l’antipatia era del tutto reciproca…Con alto senso della fedeltà di cronaca, ho dovuto spesso mandar loro degli accidenti!…In ogni caso, non ho mai denunciato nessuno perché non era/è da me!… Ne ho mai chiesto rettifiche, anche quando ero certo che non avrebbero potuto negarmele!…So bene che la corporazione dei pennivendoli storcerà il naso…magari diranno che anche i calciatori e addirittura i politici smentiscono spesso le loro dichiarazioni del giorno prima…Sarà senz’altro vero, ma io non sono né un calciatore né un politico, non ho mai temuto neppure le mie dichiarazioni più incaute!…Io non ho mai avuto bisogno di farmi apparire diverso da quello che sono neppure davanti a chi, come un giudice, poteva distruggere anche il benché minimo spiraglio di luce sulla mia Libertà…

Non ho mai avuto remore ad ammettere e confessare anche i delitti più atroci pur avendo la certezza che nessuno me ne avrebbe mai chiesto conto! Evidentemente, a loro non bastava che venissi giudicato per quello che avevo realmente commesso e confessato, ma di volta in volta, o si dovevano inventare qualcosa, o distorcere qualcos’altro…manco non fosse abbastanza gravoso quello che non esitavo ad ammettere. Ecco, quanto meno ora sappiamo che, sempre evitando di fare denuncie, non esiterò a rispondere loro…Magari riempiendoli di parolacce…così, anche solo per vedere se poi saranno loro ad avere il coraggio di denunciare me…davanti ad un magistrato che, inevitabilmente dovrà ascoltare le mie ragioni! Ma siccome penso che, d’ora in poi, proprio per le ragioni addotte, non saranno tanto numerosi quelli che si inventeranno stronzate…e neppure omicidi per i quali altri stanno pagando da anni…non credo che nel mio blog avrò molte occasioni per parlare di loro…anzi, voglio sperare che questa sia la prima e unica volta che lo faccio! Vero è che non è mai corretto fare di tutta l’erba un fascio!

…Tanto più quando posso dire di aver incontrato anche Galantuomini nell’informazione! Ma, ahimè, per quel che mi consta, si tratta di una sparuta minoranza! Tra questi ce n’è pure qualcuno che non è mai stato tenero con me…ma, onore a loro, si sono assunti le responsabilità di separare i Fatti dalle Opinioni!…Si, un giorno dovrò fare un libro bianco, cioè  rendere noto i nomi di quei giornalisti che, a mio avviso, sono degni di questa qualifica! Un libro nero? No,  quello sarebbe troppo lungo ed impegnativo!…Stop…Prima di chiudere questo mio primo intervento, rispondo ad una domanda che mi è stata fatta un’infinità di volte nelle ultime due settimane, cioè come ho preso il rifiuto alla mia domanda di Grazia da parte del Capo dello Stato…Per completezza d’informazione, penso sarebbe giusto che ognuno sapesse quello che ho scritto realmente, senza subire il filtro della stampa, quindi per chi avrà qualche minuto da perdere, a parte, avrà la possibilità di leggere integralmente le mie esatte parole inviate al Presidente Napolitano (le stesse che in precedenza avevo scritte al Suo predecessore, il Presidente Ciampi), cosa che, a mio avviso, spiegherebbe il mio pensiero molto di più di qualsiasi altra disquisizione di dotti soloni.

Dunque: anche se non ho mai creduto sino in fondo alla possibilità che sarebbe stata concessa Clemenza, soprattutto per le insistenze della Mia Vecchia Madre che minacciava di farla lei in vece mia e per dare a Lei e alla Mia Compagna Antonella una Speranza che desse loro la forza di andare avanti, ho deciso di assumermi la responsabilità in prima persona, come mi è sempre stato naturale ed ho inviato quello scarno scritto che, qualcuno è arrivato a ritenere irriguardoso…Anche se non lo credo assolutamente, se così fosse me ne dispiacerei perché non era mia intenzione esserlo!…Mi sono limitato a farlo con franchezza e con l’umiltà che si acquista solo con gli anni che passano…Dire me l’aspettavo, sarebbe decisamente troppo! Negare che ci Sperassi un’infamità!…Ma ciò non toglie che, nonostante il mio innato Ottimismo, ho avuto sempre la netta sensazione che la risposta sarebbe stata negativa!…Dicono un po’ tutti che io non abbia santi in paradiso…Bhè, affermare il contrario sarebbe da fuori di testa!…ma nonostante ciò so che ci sono parecchi, anche nelle istituzioni che non mi sono ostili, anzi…ma c’è da capirli se le loro voci sono un po’ soft…quando mi si dice che qualche tempo fa, qualcuno di altissimo loco, è arrivato a dire:  Di principio non avrei nulla da ridire per la Grazia a Vallanzasca, perché al di là dei non pochi disastri di cui si è reso responsabile, non si può negare che di galera se ne sia fatta come nessun altro!..pur non essendo il peggiore in assoluto: Lui almeno non ha mai accampato scuse sociologiche o facendo piagnistei, non esito a definirlo un “bandito onesto”!

… La sua sfortuna è stata l’indulto dato a pioggia, le polemiche che ne sono susseguite ed il momento difficile ed emergenziale che stiamo attraversando: basta pensare a “Vallettopoli”!…Dopo essere venuto a conoscenza di un tale ragionamento…come avrei potuto sperare in un atto di clemenza?!… Se una decisione tanto delicata, sia per il Presidente che è istituito a dover decidere, che per chi come me resta in attesa di tale vitale decisione, deve essere o meno presa in considerazione in base allo scandalo Vallettopoli, allora siamo proprio alla frutta! Come devo averla presa?…E’ stata una pia illusione che, se non altro, ha dato alla mia Mammetta la forza di continuare a tener duro!…Per me è stata la fine di un sogno che mi avrebbe restituito alla Vita!.. Al limite potrei dire che per rigettarla avrebbero potuto anche essere più celeri…ma se per un probo cittadino italiano, figlio della burocrazia, ci vogliono tempi inenarrabili anche per l’atto più semplice, è quasi logico che per una decisione del Capo dello Stato siano indispensabili almeno un paio d’anni! Come detto, ci Speravo Si!..ma non è una scommessa  su cui avrei puntato chissà cosa…in fin dei conti sono molti quelli che sperano di vincere alla lotteria…ma la stragrande maggioranza rimane deluso!…Ecco, per me sarebbe stato un po’ come fare un 13 con tutti i “2” in schedina, un’iperbole troppo improbabile! La cosa non mi ha destabilizzato che per qualche minuto!…Dopo di che ho pensato di ricominciare a pensare a quello che avrei dovuto fare per sopravvivere senza la Grazia

…Ero e sono intimamente convinto che prima o poi qualcuno si dovrà rendere conto che se la pena ha il fine di rendere alla società un uomo diverso…tenermi ulteriormente in galera nonostante il Bel Renè resti solo un’invenzione poco fantasiosa dei pennivendoli, sarebbe solo lo spirito di vendetta a prevalere…quindi aspetto che mi venga offerta una nuova e differente possibilità di tornare in società…magari con quelle misure alternative che sarei il solo, o uno dei pochissimi, a cui non è stata data la possibilità di poter accedere. Un tempo avevo fretta, volevo tutto e subito!…Con gli anni si prende coscienza che bisogna portare pazienza…e io, che sono diventato un vecchio saggio, confido che passerà a nuttata…come  dicono nel paese di Antonella. Se poi non dovesse essere così…ancora pazienza…visto che le mie sventure me le sono proprio andate a cercare!…e non sarà certo una Grazia negata a farmi rivedere le decisioni prese sul mio Futuro!…Se poi il termine futuro lo dovrò cancellare dal mio vocabolario…non sarà una ragione sufficiente per farmi tagliare le vene!…Concludo questa mia chiacchierata con un Cordiale Saluto a Tutti!…da Renato

Mercoledì 10 ottobre 2007

Nel ringraziare tutti voi, ci preme fare alcune precisazioni: Renato Vallanzasca non ha accesso alla rete e la gestione del blog avviene esclusivamente per via epistolare. Comunichiamo quindi che i commenti verranno recapitati nel più breve tempo possibile. Lo Staff.

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‘Quando Faccia d’angelo mi disse ancora tu’…ascoltiamo l’intervista radiofonica a Michele Festa


http://www.radio.rai.it/MediaRai/player.cfm?Q_CANALE=http://www.radio.rai.it/radiorai/online/grr/cro/amentalba2010_08_23.ram

Intervista radiofonica a Michele Festa, sostituto commissario della squadra Mobile di Verona

Parla il poliziotto che arrestò due volte Felice Maniero, che ora ha 55 anni, fa l’imprenditore e vive in un luogo segreto, con un nome e un cognome nuovi di zecca

Il boss della mala del Brenta torna oggi in libertà. Si conclude infatti il soggiorno obbligato, l’ultima misura restrittiva che gli era stata inflitta, dopo i processi per omicidi e rapine che negli Anni Ottanta del secolo scorso hanno terrorizzato il Nord est. Maniero, che ha una nuova identità, svolge un’attività imprenditoriale e vive in un luogo segreto, potrà muoversi a proprio piacimento, anche all’estero. Ma chi è Felice Maniero? Un profilo nell’intervista al poliziotto che lo arrestò due volte, il sostituto commissario della squadra Mobile di Verona, Michele Festa.

ROMA 23/08/10 – 09:20

Fonte, Radio Rai

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Così Maniero motivava la sua collaborazione con la giustizia: «Ho collaborato per salvare la mia compagna»


La storia della Mala in 719 pagine. Spuntano le lettere del boss all’ispettore di polizia

VENEZIA — «Pur di evitare a Marta due o tre giorni di car­cere ho accettato di collabora­re con lei (ispettore, ndr)…». La lettera è del febbraio 1995 e a scriverla è lui, il boss: Felice Maniero. Aveva da poco inizia­to a «cantare», a fare nomi e cognomi dei complici dell’or­ganizzazione, a mettere nero su bianco vent’anni di attività criminale, centinaia di rapine, bische, sequestri, omicidi, traf­fici illeciti. E mentre parlava riempiendo pagine e pagine di verbali scottanti, che avreb­bero portato all’arresto di cen­tinaia di uomini della Mala del Brenta, prendeva carta e penna per ricordare alla sua bestia nera, l’ispettore France­sco Zonno della Criminalpol del Tiveneto, ora questore di Trieste, com’è iniziata la sua travolgente collaborazione. Emerge dalle 719 pagine di motivazioni della sentenza che nello scorso dicembre ha condannato 41 imputati a 540 anni di carcere complessivi mettendo così la parola fine ai processi sulla Mala del Brenta, basati essenzialmente sulla collaborazione di Faccia d’An­gelo. Nella sentenza spuntano i retroscena della confessione fiume, compresa la lettera a Zonno che un po’ inquadra il carattere di un boss tanto spie­tato e calcolatore nel crimine quanto impulsivo e per certi versi romantico con le sue don­ne: la madre Lucia (chiamò Lucy lo yacht della latitanza), la figlia Elena (morta suicida) e appunto Marta Bisello, la sua compagna. Marta era con lui il giorno dell’arresto a Tori­no e rischiò le manette per fa­voreggiamento. L’impulso a collaborare, e dunque a sman­tellare un’organizzazione di centinaia di uomini, fu quello: salvare Marta.

Il calcolo del boss E questa e altre lettere, co­me quella di lamentele per il mancato rispetto «delle pro­messe fattemi dal dotto Foja­delli (l’ex pm di Venezia Anto­nio Fojadelli, ora procuratore di Treviso)», sono state ogget­to di contestazioni da parte di alcuni avvocati che avevano puntato il dito su una «colla­borazione poco attendibile e condizionata». Il tribunale: «In questo processo non ci si deve occupare della eventuale trattativa che ha condotto alla collaborazion di Maniero, né del fatto che questa abbia eventualmente procurato a lui, ai suoi parenti o alla sua convivente vantaggi non pre­visti dalla legge… ma della cre­dibilità intrinseca che invece è stata dimostrata… Al di là di supposizioni ed illazioni di va­rio genere, la realtà è molto semplice: Felice Maniero quando ha deciso di collabora­re ha fatto i suoi calcoli,… si è poi rivolto al cugino Giulio, convincendolo alla collabora­zione, visto che la scelta con­veniva a entrambi… Sia Felice che Giulio hanno dunque in­trapreso questa strada per un mero calcolo di opportunità pratica… entrambi hanno for­nito da subito agli inquirenti il loro cospicuo patrimonio co­noscitivo, riferendo crimini commessi e chiamando solo conseguentemente in causa i loro associati…». Insomma, secondo i giudici la collaborazione ha seguito poi i binari di un freddo calco­lo di Faccia d’Angelo e di suo cugino Giulio.

Cinque gruppi Il tribunale ha ricostruito la genesi della Mala del Brenta, la quale «nasce come sempli­ce «batteria» che compie reati avendo come unica scelta quella delinquenziale». L’arric­chimento, l’accumulo e nien­t’altro. «Grazie alla esecuzio­ne di rapine clamorose, il gruppo acquista una sua stabi­lità organizzativa e struttura­le… L’associazione, venuta a contatto con personaggi di spicco della camorra e della mafia, mutuando da queste forme e strutture, si è poi evo­luta in mafiosa». E lì il centro dell’attività criminale si spo­sta: dalle rapine alla droga e al gioco d’azzardo. Si formano cinque gruppi: «Soggetti cui sono devoluti solo compiti di fiancheggiamento o logistici, di supporto, e che vengono so­lo «stipendiati» ; soggetti ope­ranti nell’ambito dell’associa­zione mafiosa; soggetti ope­ranti solo nello spaccio; sog­getti che pur operando auto­nomamente agiscono al fine di agevolare l’associazione; e soggetti che vengono utilizza­ti per singoli episodi crimino­si ». Fra gli stipendiati anche il maresciallo dei carabinieri del Ros di Padova, Angelo Paron, e il vice ispettore di Polizia del­la Mobile di Venezia, Antonio Papa, «i quali provvedevano a elargire, dietro compenso, in­formazioni riservate relative alle indagini svolte dagli inqui­renti sulle attività illecite del­l’associazione ».

I siciliani Il rapporto con i mafiosi si­ciliani risale alla fine degli an­ni Settanta «quando Maniero entrò in contatto con il boss milanese del clan dei Turatel­lo, Dagnolo, che a sua volta gli aveva presentato Gaetano Fi­danzati e Salvatore Enea, due mafiosi siciliani. Lo scopo per­seguito in quel periodo era estendere il controllo sul gio­co d’azzardo a tutto il territo­rio del Veneto. Obiettivo rag­giunto tramite l’aiuto dei sici­liani, tanto che Maniero eserci­tava la propria influenza su tutte le case da gioco della Re­gione, percependone il 50% degli utili, quota che veniva di­visa con Andreoli, Dagnolo e i siciliani. Il giro d’affari am­montava a qualche centinaio di milioni all’anno e i proventi venivano ripartiti ogni 10-15 giorni».

Danneggiata Venezia La Mala del Brenta ha colpi­to prevalentemente fra Vene­zia e Padova. «Gli omicidi so­no stati perlopiù consumati in provincia di Venezia (danno d’immagine)…». Per questo motivo «appare equo liquida­re alla Provincia 50 mila eu­ro ». Tutto sommato a Faccia d’Angelo è convenuto.

11 maggio 2009

Andrea Pasqualetto

Fonte: Il Corriere del Veneto


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