“Er Caccola”, il “Biondino”, “Pippetto” o il “Cinesino”, sono nomi che ricorrono spesso nella tradizione linguistica romana e che molte volte richiamano alla malavita.
Per l’appunto, sono i nomignoli di una gang sgominata quasi totalmente e che al grido di “pijamose Roma” aveva iniziato una presa di potere nella zona Est della capitale. Una delle tante bande.
E’ cronaca infatti che il Nucleo Carabinieri di Castel Gandolfo, coadiuvato dalla stazione di Ciampino e di Santa Maria delle Mole, hanno arrestato due latitanti scappati dalle maglie dei Carabinieri del Ros il il 3 Maggio scorso nell’ambito dell’Operazione Orfeo.
Da questa sera, venerdì 8 luglio e per 12 appuntamenti settimanali torna in seconda serata su Rai 3 Carlo Lucarelli con un ciclo di puntate del suo popolare programma “Blu Notte”.
Si parte, con la banda della Magliana. Nella prima puntata è, infatti, il racconto di una delle organizzazioni criminali più potenti d’Italia che negli anni ‘70- ’80 vide Roma macchiarsi di sangue tra omicidi e misteri alcuni dei quali ancora irrisolti a tenere viva l’attenzione del pubblico.
Venerdì 15 luglio sarà la volta della penetrazione delle mafie nel Nord Italia, una fra tutte la ‘ndrangheta, fenomeno iniziato negli anni ’60 tra l’immigrazione di massa dal sud e i soggiorni obbligati dei mafiosi.
Tra le novità nuove serie e nuovi canali e, sul digitale terrestre free del Biscione, per la prima volta si mette in chiaro il crimine a partire da ‘Romanzo Criminale – la serie 2’.
La Milano da bere sembra proprio voler rubare i riflettori alla dolce vita romana che, proprio quest’anno, li ha spenti, invece, sull’ormai famosissimo “Roma Fiction Fest”.
Così, subito dopo la rassegna cinematografica “Cannes e dintorni” che, dal 7 e fino al 14 giugno, propone alla città i film più belli del festival francese da poco concluso, il capoluogo meneghino passa ai “testimonial” di serie e, dal 27 giugno al 3 luglio 2011, dà il via alla nona edizione del “Telefilm Festival” organizzata in collaborazione con Tv Sorrisi e Canzoni e l’Accademia del Telefilm.
Tutti gli appassionati “di serie” verranno ospitati nei locali dell’Apollo spazioCinema di Milano dove anteprime esclusive, incontri tematici con gli addetti ai lavori ed i beniamini del piccolo schermo, sono solo alcuni dei momenti più interessanti della popolare kermesse.
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.
Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.
Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
Perché gli uomini non hanno trovato un modo diverso di vivere, capire, accettare profondamente la presenza del male. Nella storia degli uomini, questa frase va declinata in maniera diversa e così, nella storia del teatro greco, che è certamente il punto d’ispirazione, almeno per la cultura classica ovviamente quella in cui, ahimè, cadono i professori universitari, la prima dimensione del mito è stata quella della catarsi. E’ passata cioè l’idea che mettere in scena il male, il delitto, la devianza, fosse un elemento per stigmatizzarlo ovvero per segnalarlo agli altri esseri umani come un elemento riprovevole e, anche, per confortare quelli che si sentivano normali (era quello un tempo felice dove c’erano delle persone che si auto definivano, coraggiosamente, normali). Questa vicenda è molto interessante e facendo semplicemente riferimento alle teorie di Aristotele sulla catarsi, sulla tragedia, per noi è possibile capire quanti passi in avanti (ma ci vuole coraggio per chiamarli “in avanti”) abbiamo fatto da quell’epoca. Oggi, non siamo più in grado di costruire, davvero, una differenza tra devianti e normali, nel senso che il numero dei devianti si confonde, sconvolgentemente, con l’universalismo: tutti noi, trasgrediamo troppo spesso per essere e sentirci normali. Al tempo stesso, forse, è diventato più difficile che in passato, stigmatizzare dei veri e propri devianti e quindi, questa funzione di mitizzazione del male, di fatto, si sta dissolvendo.
Come giudica le critiche sulle pellicole da parte delle istituzioni, finanziatrici delle stesse?
E’ difficile dare un giudizio universale. Bisognerebbe avere il coraggio di analizzare caso per caso. In generale noi stiamo stretti su due fenomeni che hanno, entrambi, diritto di udienza e di tribuna in un dibattito elaborato sul piano culturale. Il rischio è che qualche tendenza contemporanea alla raffigurazione del crimine, finisca per abbracciare troppo intimamente l’oggetto di cui si parla. Sappiamo che tra chi studia un fenomeno, come ad esempio il crimine e chi lo fa, si creano dei contagi. Il fenomeno è soprattutto noto tra gli psicanalisti e le loro “vittime” (se posso chiamarle così ndr).
C’è un primo problema che dobbiamo denunciare in questi termini: qualche volta il piacere della narrazione, l’amore per il formato, l’amore per la comunicazione (come se fosse un’astratta regola di effetti speciali), finisce per non far apparire delle distanze etiche e valoriali tra chi mette in scena un programma e i suoi protagonisti. E’ successo per alcune rappresentazioni delle Brigate Rosse in cui, onestamente, soprattutto agli occhi di quelli che più da vicino hanno sofferto a questi drammatici scippi alla vita, non hanno capito perché bisognasse ritrarre a tutto tondo dei criminali. La prima porzione di verità è: dobbiamo stare attenti al contagio. Su questo, devo dire, le professioni comunicative, non sanno fare un po’ di autocritica perché intanto “se la tirano” moltissimo e sono poco disponibili a mettersi in discussione (già lo fanno un po’ di più i giornalisti); il contagio, invece, è un problema serio.
Il secondo è il fatto che ovviamente dal punto di vista della restituzione della verità storica, per capire una realtà, è necessario approfondirla. Per approfondirla, qualche volta, la si deve abbracciare. Si può capire che la narrazione finisca per essere un privilegio dato al protagonista della narrazione e quindi c’è anche il rischio che il criminale finisca per uscire dalla vicenda come un Santo. Io, ovviamente, non sono contento, ma bisogna capire i meccanismi produttivi che rendono possibile questo fenomeno prima di giudicarlo.
Mi dispiace dividere il mondo in due (perché non è mai in due) ma, da un lato le Istituzioni sono spesso improvvide nel non costruire delle regole d’ingaggio – ammesso che sia legittimo che ci siano regole d’ingaggio che vadano a frenare l’immaginario (e quindi, anche in questo caso, si apre una disputa) però, se un patto viene condiviso, poi deve essere rispettato- quindi: o le Istituzioni sono chiare all’inizio o non possono intervenire dopo perché sembra una stupida censura. Anche quando si tratta di una difesa di valori collettivamente condivisi, la censura, non è mai desiderabile e sembra sempre un’interruzione di un percorso di verità che comunque è sempre meglio di un eccesso di controlli.
Lei ha fatto riferimento alla funzionalità del costruire il racconto….è solo una questione di funzionalità oppure…
Ho detto una frase molto dura sui professionisti della comunicazione, frase di cui sono molto convinto ma che necessita di precisazioni perché quando si attacca bisogna essere rigorosi. Chi studia i processi di descrizione di narrazione (ovvero quello che i semiologi chiamano l’indicalizzazione – cioè come avviene il processo di individuazione di un fuoco, di un personaggio) sa che costruire un personaggio centrale significa, in qualche misura, rischiare sempre la simpatia. Se si mette un soggetto al centro di narrazione, anche se lui è un deviante e un delinquente, in qualche modo lui può contare su una rendita di posizione. In generale esiste un problema etico che le professioni comunicative dovrebbero porsi: stare attenti a chi si sceglie come “eroe”. Se è vero che bisogna fare attenzione, un criminale, che è il protagonista principale di una vicenda, rischia di essere “eroe”. Questo ce lo insegna Propp e le favole dei bambini: una lezione che è incredibilmente attuale anche oggi. Se volete capire bene la cronaca nera, basta studiarsi quello che dice Propp sulla favola.
Quindi utilizzare il punto di vista del criminale, può giustificarne i comportamenti?
Bisogna stare attenti a non farla uscire come un “eroe alla Carlay” (come dicono anche qui gli studiosi di “serie A”), cioè quelli del tardo romanticismo in cui il protagonista finisce per essere quello che tutti vogliono come padre, come amante e non dico come marito, perché il marito ormai non lo vuole più nessuno (ndr)
Che legame esiste tra la percezione sociale e la rappresentazione mediale?
Questa è una domanda seria. Il legame tra raffigurazione dei media e percezione: questo è il nodo dei problemi del nostro tempo. Noi cominciamo ad avere la precisa sensazione, nonostante non sia facile documentarla con dati (quando si utilizza un aggettivo impegnativo come “precisa” bisognerebbe dire che ci sono tendenze oggettivamente misurabili con gli strumenti dell’osservazione scientifica), che il dramma che i media hanno regalato alla modernità è stato di duplice profilo. Provo a sintetizzarlo al massimo perché dobbiamo avere la forza di dirlo in termini semplici:
Primo: La costruzione delle narrazioni ha finito per confondersi con le percezioni collettivamente condivise.
Cioè che la costruzione da parte dei media, diventa lo stile cognitivo con cui i soggetti costruiscono il loro mondo e quindi costruiscono anche i loro valori, senza che ci sia un’interferenza, nella costruzione dei valori, da parte degli esseri umani che ti stanno intorno e cioè che i media possano dettare non tanto l’agenda dei giornali, come banalmente e stupidamente abbiamo pensato in passato, ma l’agenda delle cose importanti nella vita.
Se questo rischio c’è, anche se non siamo in grado di misurarlo, è meglio fermarsi, è meglio un principio di precauzione. Noi non possiamo immaginare che i valori, la cosa più preziosa che un uomo ha dopo la sua lingua (ammesso, anche li, che ci sia una differenza tra valori e lingua perché noi, per costruire dei valori ce li dobbiamo dire, quindi sono incredibilmente collegati alla natura degli esseri umani di essere una natura comunicativa). Se rinunciamo al fatto che i valori nascono dal negoziato delle persone, nascono dal rapporto con l’altro, nascono dallo sguardo con l’altro come se fossero dentro il circuito comunicativo che lo sguardo miracolosamente attiva, significa che rinunciamo ad un aspetto fondamentale della tradizione umanistica; significa che le “macchine comunicazione” interferiscono sul nostro corpo e non va bene. Non siamo preparati. Non è vero che siamo così abilitati a subire il cambiamento.
Anche su questo, abbiamo costruito delle certezze pazzesche: credevamo che la comunicazione aiutasse facilmente gli uomini ad accelerare i processi di cambiamento mentre i disagi, sono più forti del modo in cui facciamo finta di essere moderni. E questo è il primo punto critico del mandato dei media.
Il secondo è quello di aver esasperato le aspettative individuali. Ci torneremo ma, se la nostra analisi sull’insieme della comunicazione è corretta o, almeno, plausibile (ovviamente un’analisi che poi andrebbe divisa e circostanziata per i singoli media- la televisione, certamente, quella più disastrosa come medium-), noi pensiamo che il guaio della modernità, in cui la comunicazione interferisce continuamente, è quello di aver non esaltato le competenze del soggetto (e cioè aiutato la persona a farsi un’idea ordinata del mondo, a ridurre i rischi, a ridurre l’incertezza) ma, ad aver aumentato quella pazzesca dimensione che è l’aspettativa di una vita sempre più dinamica, sempre di corsa. Da questo punto di vista, la comunicazione, ci ha dato un sacco di fregature!
Un magnifico Kim Rossi Stuart interpreta il bandito della Comasina nel film di Placido, appena uscito. Un poliziesco all’italiana, pieno di ritmo e raffiche di mitra, ma tutt’altro che stupido
Non è nuova, l’operazione fatta da Michele Placido con il suo “Vallanzasca – Gli angeli del male”: ad evocare le gesta di noti criminali, c’erano già stati Florestano Vancini (“La banda Casaroli”, 1962) e Carlo Lizzani (nel ’66 col Luciano Lutring di “Svegliati e uccidi”, nel ’68 con la banda Cavallero di “Banditi a Milano”).
Si trattava di film debitori al noir francese, capaci di delineare ritratti d’ambiente e figure convincenti senza rinunciare a scene d’azione. Tra le pellicole citate e l’oggi c’è stato però, negli anni Settanta, il fenomeno del poliziesco italiano: spiccio nei modi, semplificato nelle psicologie, estremamente crudele (ma capace di produrre gioiellini come certi titoli di Fernando Di Leo).
Placido si è incamminato su queste strade firmando un’opera tutta ritmo e frenesia, scandita dal basso continuo delle morti, dal crepitio degli spari, dalla fisicità della violenza. Fedele all’antico detto di John Ford, («Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda»), Placido ha stampato la leggenda, enfatizzando il lato avventuroso del protagonista, la sua fama di sciupafemmine e il codice d’onore cui si sarebbe attenuto.
John Ford
Ne risulta un poliziesco di gran professionalità: forse meno azzeccato di “Romanzo popolare”, ma non privo di finezze antropologiche. Basti vedere quando, nel carcere, Vallanzasca mostra all’allibito ex compagno di scorrerie Francis Turatello le lettere, le poesie sdilinquite oppure oscene che riceve dalle donne ogni giorno, concludendo con sarcasmo: «Sai, sono le perversioni della casalinga italiana media». Kim Rossi Stuart, nei panni del “bel René”, è magnifico nell’evidenziare ombre e ossessioni del personaggio, arrivando a ricalcare persino la parlata milanese dell’epoca. Filippo Timi, gregario strafatto e incline al tradimento, fornisce ancora una volta una prova superlativa.
Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega
Quando per la prima volta Domenico Sica usa la categoria di “agenzia del crimine” per qualificare l’attività della banda della Magliana oltre la semplice realtà dell’economia e dell’antropologia malavitosa, la conoscenza degli investigatori sulla natura del fenomeno è ancora ridotta. All’epoca, venticinque anni fa, potevano infatti contare su un solo pentito, Fulvio Lucioli, uno dei responsabili del “narcotraffico”, precipitato nella considerazione dei suoi sodali per l’infamante colpa di essere un “cornuto contento”: utilizzava tranquillamente nella sua rete di distribuzione il compare della moglie.
Fulvio Lucioli, il Sorcio
I servizi segreti, che pur qualche inciucio con esponenti della banda e con il contiguo sottobosco affaristico lo facevano, non aiutavano certo a capire meglio. Anzi. Come abbiamo visto in precedenza l’ipotesi investigativa che orientava il magistrato che poi diventerà il primo alto commissario antimafia era l’esistenza di un network a stella con al centro una cupola riconducibile a sistemi di poteri occulti (una realtà analoga o contigua alla P2) attorno a cui ruotavano come bracci operativi mafiosi, fascisti, servizi deviati e banditi della Magliana, con un ruolo particolare di snodo svolto da questi ultimi.
Comunque, si trattava di uno strumento interpretativo della realtà piuttosto che di un’ipotesi investigativa fondata su fatti concreti
Alì Agca
All’epoca, infatti gli investigatori del caso Orlandi erano ancora convinti che la ragazzina fosse caduta vittima delle trame nere internazionali dei Lupi Grigi decisi così a ottenere la liberazione di Alì Agca. Del resto ancora non era neanche definito omicidio la morte di Calvi. Gli unici delitti riconducibili a questo ambito erano perciò il delitto Pecorelli e l’attentato a Rosone in cui aveva perso la vita Danilo Abbruciati.
Carmine Pecorelli
In questo secondo caso era noto agli inquirenti che Abbruciati, delinquente con un curriculum cospicuo già prima della nascita della banda della Magliana, aveva molteplici e diversificati rapporti che spaziavano dai vertici di Cosa nostra (Pippo Calò) all’area affaristica contigua ai servizi segreti e alla massoneria ‘deviata’ (Carboni e Pazienza): emergerà poi che quest’impresa per conto terzi fu percepita dal resto della banda come una grave violazione al patto sociale, estinta dalla morte del reo ma che altrimenti avrebbe messo capo a un pesante conflitto interno.
Valerio Fioravanti
Quanto all’omicidio Pecorelli, sulla base del chiacchiericcio di pentiti neofascisti, le indagini avevano imboccato la più classica delle piste nere, che individuava nel terzetto Carminati, Alibrandi, Valerio Fioravanti, a diverso titolo legati a Franco Giuseppucci da rapporti di amicizia e di “lavoro”, gli autori dell’attentato per conto terzi. Pista che ovviamente non spuntava da nessuna parte e che avrebbe condotto gli inquirenti su un binario morto.
don Masino Buscetta
A rilanciare il treno ci pensava parecchi anni dopo una batteria di pentiti. Il primo a scendere in campo è il numero uno. A un anno dalla morte di Giovanni Falcone, don Masino Buscetta decide che è venuto il momento di attingere a quel livello (i delitti politici) che non aveva potuto o voluto affrontare con il grande inquirente. E così da aprile a luglio 1993 i giornali sono ricchi di particolari sulle sue rivelazioni: Pecorelli è stato ucciso per volontà di Andreotti e su richiesta dei fratelli Salvo a don Paolino Bontade e a Tano Badalamenti (nell’inverno 1979 siamo ancora nella fase di gestione unitaria della commissione provinciale anche se i corleonesi si accingono a lanciare l’assalto finale al vertice di Cosa Nostra)
Nella foto: Giovanni Bianconi è nato a Roma il 23 giugno 1960. Giornalista per La Stampa per molti anni, oggi per “Il Corriere della Sera” segue le più importanti vicende giudiziarie e di cronaca. Bianconi ha scritto vari libri, raccontando con acume e gusto per i particolari le vicende criminali avvenute nella capitale negli ultimi trent’anni: dall’epopea della Banda della Magliana al terrorismo “nero” dei Nar di Giusva Fioravanti.Giovanni Bianconi è autore di: “A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti”. Baldini & Castoldi, 1992. “Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana”. Baldini & Castoldi, 1995. con Gaetano Savatteri, “L’attentatuni. Storia di sbirri e di mafiosi”. Roma, Baldini Castoldi Dalai, 2001. “Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate Rosse”. Einaudi, 2003. “Eseguendo la sentenza”. Einaudi, 2008. È uno dei giornalisti italiani che meglio conoscono la storia dei gruppi dell’eversione interna: nei suoi ultimi saggi, ha analizzato con l’ausilio della gran mole di documentazione giudiziaria e dei rapporti investigativi dell’epoca, il fenomeno delle brigate rosse e la complessa – e in parte ancora oscura – vicenda del sequestro di Aldo Moro.
Quello che rende la “Magliana” un fenomeno di rilevanza nazionale e per certi versi politico, è un aspetto poco approfondito perché apparentemente meno dirompente, quasi mai valutato nel suo insieme ma abbandonato nel corso degli anni alle cronache nere dei quotidiani.
E’ la storia di quel gruppo di malavitosi di quartiere che piano piano si organizzano, affinano le loro capacità criminali diventando veri e propri gangster, intrecciano contatti e rapporti che li trasformano in boss, sbaragliano il campo dai banditi della generazione precedente fino a ottenere il controllo quasi totale dei traffici illeciti a Roma – dai sequestri di persona al commercio della droga, dalle scommesse clandestine al “racket” dei videogiochi, del traffico d’armi all’usura -, dando vita a quell’agglomerato chiamato convenzionalmente banda della Magliana.
Una vicenda che diventa la storia criminale di Roma dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta, o se si vuole di “Roma capitale del crimine”, visto che questa città è stata – anche a causa dell’attività della banda – il crocevia di azioni e interessi della malavita organizzata nazionale.
Io cerco di far luce soprattutto sul secondo aspetto della storia della banda, quello più “interno”, nel tentativo di approfondire le dinamiche e l’evoluzione di quel pugno di criminali con pochi scrupoli e pochi padroni, non organizzato gerarchicamente secondo rigide strutture ma nel quale di volta in volta prendono il sopravvento questo o quel personaggio, con fazioni interne che prima collaborano e poi si annientano tra loro seminando decine di morti con una cadenza che – nel disinteresse quasi generale – ha trasformato interi quartieri di Roma in qualcosa di molto simile alla Chicago degli anni Trenta.
Giovanni Bianconi, Ragazzi di Malavita (Fatti e misfatti della Banda della Magliana) Baldini e Castoldi 1995, Pag 11-12