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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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Caso Maniero:Giù le Bautte!


Le bautte sono maschere veneziane che venivano usate dai nobili o da chi ambiva, al tempo della Serenissima, a nascondere il proprio volto per andare a qualche appuntamento galante, compiere certi crimini, nascondere incontri o “servizi segreti”. Ed è proprio facendo riferimento a questo accessorio, ma senza farne uso, che entro a “gamba tesa” sull’argomento che scotta.

Una delle cose più interessanti che ho riscontrato nell’affaire Maniero si può notare nei suoi due arresti: il primo a Capri, il 13 Agosto del 1993 e successivamente, a Torino, il 12 Novembre 1994…

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Esclusivo: Maniero «E’ vero ho pagato poco Ma il mio tesoro non esiste»


L’ex boss: vivo per i figli, lavoro e sono un asso dello scopone. La politica? Feci tessere per il Psi.

Vogliono uccidermi? Non ho paura

Avrà anche cambiato vita diventando innocuo e pantofolaio, come dice. Avrà cioè anche detto addio allo spietato criminale che era, al rapinatore da Far West, al trafficante d’armi, all’assassino di complici traditori, all’irridente fuorilegge che per un ventennio ha dettato nel Nord Est solo la sua legge, quella del superboss calcolatore e imprevedibile. Ma la smania di sfida e l’impulso beffardo l’ha conservato immutato. Un esempio? «Faccio l’imprenditore per dieci ore al giorno, vorrei riuscire… poi ho un hobby, lo scopone scientifico. A proposito, saluto tutti gli appassionati… ».

Incontrare Felice Maniero significa trascorrere mezza giornata fra la realtà e l’iperspazio, fra tutto ciò che pretende il senso comune delle cose e la natura dell’uomo, costantemente irregolare. E’ un boss che al ristorante parla a voce alta delle vecchie rapine senza preoccuparsi dei vicini di tavolo, che divora la pizza ma non beve alcolici, che non bestemmia mai, che non si cura minimamente della sventola bionda seduta di fronte e che quando deve insultare qualcuno arriva a dire «stupidone» o «birichino», come certi veneti di buona famiglia. Ora è libero e dunque gira, incontra, tratta. Impossibile sapere dove abiti ma è possibile seguirlo, mangiarci insieme una margherita, ascoltare le telefonate con fornitori, clienti, dipendenti, familiari, «preparami il materiale», «ordina», «volevo dirti che stasera vengo a casa tardi». Senza sosta. Si sveglia alle sei del mattino, alle sette è con noi, alle nove iniziano gli appuntamenti…

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L’intervista/ Parla l’ex boss Maniero: «Sono in pensione, lasciatemi in pace»


Ha scontato tutti i debiti con la giustizia e ora vuole dedicarsi alla sua attività di imprenditore senza rivangare il passato

Felice Maniero ripreso di spalle durante una deposizione

VENEZIA  – «Come va? Sono in pensione e vorrei anche essere lasciato in pace». Felice Maniero, 56 anni il prossimo 2 settembre, adesso può tirare un respiro di sollievo. Scontati tutti gli anni di galera – 17 per la precisione – gli restava la sorveglianza speciale. «Massì, questa sorveglianza speciale, che è una cosa vecchia di 15 anni, figuriamoci. Da oggi finalmente non c’è più e io posso fare la vita del pensionato. Casa e famiglia».
E che si fa senza sorveglianza speciale?
«Vado in giro, mi muovo. Finalmente non avrò problemi. Posso andare dove voglio».

Pensione vuol dire che Maniero non lavora più, non ne ha più bisogno. La sorveglianza speciale prevede tra gli obblighi quello di “evitare contatti con pregiudicati, evitare situazioni di sospetto, evitare la frequentazione di locali pubblici frequentati da pregiudicati, evitare di frequentare case in cui si eserciti la prostituzione, evitare di lasciare il territorio italiano, nonché nell’obbligo di cercarsi un lavoro e rimanere in casa nell’orario prescritto (di solito dalle 20 alle 7)”.

Maniero ha sempre detto, anche quando era un bandito, che gli dava più fastidio la sorveglianza speciale della galera. I controlli sono continui e basta un niente per trovarsi nei guai. E poi l’obbligo del lavoro, che ha costretto Maniero ad improvvisarsi manager di una ditta che commercializzava prodotti per la casa con il sistema del porta a porta.

Trasferitosi in Abruzzo già alla fine degli anni ’90, quando la sua collaborazione con la Giustizia aveva portato allo smantellamento totale della sua banda, Felice Maniero aveva diviso la sua vita tra la famiglia, il lavoro e i tribunali. Soprattutto i tribunali. Era diventato un globe trotter della deposizione. Lo si vedeva dappertutto, ma solo in televisione perchè non si fidavano a portarlo in aula e dunque deponeva in teleconferenza. Sempre di spalle, ma con quella parlata inconfondibile da bravo ragazzo veneto. E l’inflessione, la cadenza, sono ancora oggi quelle di sempre. Difficile pensare che uno così possa essere stato a capo dell’unica banda del nord Italia che sia mai stata condannata per associazione a delinquere di stampo mafioso. L’unica.

Monica Zornetta e il sostituto procuratore generale di Venezia Francesco Saverio Pavone

Eppure la fama ha premiato più Vallanzasca o Francis Turatello, nonostante Maniero dal punto di vista della «capacità a delinquere non avesse pari nel nord Italia» – come ricorda sempre il primo pm anti-Maniero, quel Francesco Saverio Pavone che pure fu tacciato dai colleghi magistrati di “ricostruzione fantasiose e confusionarie” quando aveva descritto Maniero come il capo di una holding del crimine.

«Ma è tutta roba passata. Quando sarò lasciato in pace? Non è ora di lasciar perdere? Sono passati vent’anni. Vogliamo metterci una pietra sopra?», sbotta Felice Maniero.

Ma come si fa a dimenticare un mito, anche se negativo? Gli omicidi – 9 confessati – le centinaia e centinaia di rapine – anche 4 in una settimana – i “colpi” da film, come quello al Des Bains del Lido di Venezia, con Maniero che arriva in tight e suona alla porta dell’hotel, alle 3 di notte, fingendosi un cliente ubriaco. Felice Maniero in meno di 15 anni – dal 1980 al 1994 – aveva messo in piedi una Spa del crimine che contava 500 “soldati”. La sua società per le male azioni spaziava dai sequestri di persona alle rapine, dal controllo del gioco d’azzardo, allo spaccio di droga. Ma Maniero è anche il genio dei furti pilotati. Il mento di Sant’Antonio, trafugato dalla basilica di Padova, è esattamente questo. Il mento serve come merce di scambio, per quanto blasfemo possa apparire l’accostamento. Maniero voleva che suo cugino, in galera lontano dal Veneto, fosse avvicinato a casa “perchè la zia era disperata”. E lo Stato attraverso i carabinieri inizia la trattativa che porterà alla riconsegna della reliquia.

E questo episodio la racconta lunga anche sulla concezione della famiglia che ha Maniero. Non toccategli la mamma. O i figli – l’unico momento in cui Maniero ha vissuto la disperazione è stato per la figlia Elena, morta suicida. Ed è anche per questo che vuole essere libero di muoversi, perchè già adesso, con la sorveglianza, veniva spesso a Padova, sulla tomba della figlia, ma doveva avvertire i carabinieri dei suoi spostamenti.

Paura? Non ne vuol parlare. Del resto tutti quelli che lo potrebbero ammazzare per adesso sono ancora in galera. I “mestrini” come Gilberto Boatto, Marietto Pandolfo, Silvano Maritan, tutti coloro che hanno un conto aperto con lui sono dentro. Anche a qualcuno di loro però non manca tanto per uscire. Pandolfo è ormai in scadenza, Maritan no, gli manca ancora qualche processo e qualche sentenza di condanna. E poi la banda dei cosiddetti “mestrini”, sul loro certificato c’è scritto “fine pena: mai”, ma non significa più nulla. Al massimo si fanno trent’anni che, con sconti e condoni diventano tranquillamente 20. Ma è tutta gente che va per i 70 ormai. In confronto a loro Maniero è un giovanotto, a 55 anni. Un giovanotto già in pensione, libero di dedicarsi alle sue passioni, le mostre d’arte e i viaggi, gli spettacoli teatrali e il cinema. Il passato? «Quando potrò essere lasciato in pace?».

24 agosto 2010

Maurizio Dianese per Il Gazzettino


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