Etichettato: detenuto
Sventato progetto attentato a magistrato
Stava progettando un attentato ai danni di un magistrato in servizio alla Direzione distrettuale antimafia di Catania ma i carabinieri, fortunatamente, l’hanno scoperto…
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Viterbo: 4 agenti aggrediti da detenuto
Temperatura bollente dietro le sbarre del carcere Mammagialla di Viterbo dove oggi quattro agenti di polizia penitenziaria in servizio sono stati aggrediti e feriti da un detenuto che si trovava in isolamento per motivi disciplinari. …
Cagliari: Avvocato porta droga in carcere. Arrestato
Firenze: un detenuto non rientra in carcere. Il numero degli evasi, in appena 20 giorni,sale a 6
Morte detenuto Trani: 14 gli indagati per omicidio colposo
14 le persone iscritte nel registro degli indagati dal pm della Procura di Trani, Luigi Scimè, per la morte del 34enne Gregorio Durante, avvenuta nel carcere di Trani lo scorso 31 dicembre. Il reato ipotizzato dal pubblico ministero è omicidio colposo…
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Bari: nel carcere di Trani muore detenuto
Mentre a Bari i divieti per i botti di capodanno non si rispettano, il vicesegretario generale nazionale dell’Osapp, Domenico Mastrulli, rende noto che nel carcere di Trani muore un detenuto di…
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Ferrara: detenuto tenta di impiccarsi. Salvato da agenti. E’ in coma
Un uomo, di origine tunisina, in carcere da pochi giorni, si trovava nel reparto nuovi giunti. Quando l’agente in servizio nella sezione detentiva ha dato l’allarme, sono subito intervenuti il comandante del reparto di polizia penitenziaria e il suo vice…
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Reggio Calabria: operazione “Crimine” confisca 700 mila € alla ‘ndrangheta
La Polizia di Stato questa mattina ha confiscato a Siderno il patrimonio aziendale della ditta individuale Autotrasporti Futia comprensivo dei conti correnti funzionali all’attività dell’azienda; due polizze vita intestate ad Antonio Futia del valore di centomila euro.
La confisca nel complesso aggredisce beni stimati in 700mila euro…
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Reggio Calabria: duro colpo alla cosca Tegano-De Stefano
Un importante numero della cosiddetta «area grigia», quella cioè composta da professionisti a servizio delle cosche, in particolare commercialisti e avvocati, è stato intaccato dall’operazione denominata «Astrea» che ha consentito l’emissione di 11 ordinanze di custodia cautelare in carcere chieste dalla Dda di Reggio Calabria nei confronti di affiliati e prestanome della cosca Tegano-De Stefano ed eseguita da 150 finanzieri del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria.
Uno degli undici provvedimenti restrittivi ha raggiunto Giovanni Zumbo, commercialista, ma anche la moglie…
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Reggio Emilia. Fece una strage, si impicca nell’Opg
di Antonio Murzio
Ha atteso che i parenti in visita si congedassero, poi ieri mattina si è impiccato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.
Omar Bianchera, l’autotrasportatore mantovano 45 enne, autore di una strage nell’aprile del 2010, avrebbe dovuto scontare una pena a 20 anni di carcere più altri cinque nella struttura sanitaria, per aver ammazzato l’ex moglie e due conoscenti con i quali aveva avuto degli screzi.
Teatro della strage fu Continua a leggere
Fabrizio Moro dietro le ‘Sbarre’: stasera su Rai 2 il docureality che racconta il carcere.
Prende il via questa sera alle 23,40 su Rai 2 “Sbarre” un docureality che per la prima volta porterà le telecamere nella realtà di un carcere.
Due realtà a confronto: la prima, un ragazzo di strada con problemi di droga, spaccio, violenza, furto o semplicemente cresciuto in un quartiere “difficile” incontra l’altra, un detenuto nella casa circondariale di Rebibbia a Roma. Continua a leggere
L’operazione «Staffa», inceppa le macchine camorristiche “lavasoldi”
All’alba di questa mattina, un centinaio di uomini della Direzione Investigativa Antimafia, coordinati dai carabinieri del Comando Provinciale di Napoli e da poliziotti della Questura partenopea hanno fatto piazza pulita (sembra proprio il caso di dire) da Napoli a San Marino.
Le ordinanze di custodia cautelare, Continua a leggere
Un uomo della Banda della Magliana parla a Repubblica sul caso Simmi. La nostra analisi va oltre.
Oggi su Repubblica.it, Federica Angeli intervista un uomo della ex Banda della Magliana, che per ovvi motivi chiama Manuel. La riportiamo totalmente:
Simmi nel 2005 ha trascorso una serata con la donna di un detenuto, Ivan Gennaro Musto, che uscito dal carcere gliel’avrebbe fatta pagare. È così?
“Dietro l’omicidio Simmi c’è la ‘ndrangheta. Musto è un “poraccio” che non c’entra niente con questa storia. Ti dico come è andata: quel ragazzetto (Simmi) ha fatto uno sgarro, ha voluto fare il furbo e con la malavita il furbo non lo poi fa’”.
Si è parlato di una partita di droga, cocaina, che Simmi avrebbe dovuto piazzare per conto della grossa malavita in cambio di protezione rispetto alle minacce di morte ricevute da Musto. Ma poi la vittima è venuta meno all’accordo.
“Può darsi che sia così”. L’espressione accompagnata da un gesto della mano, che nel corso dell’intervista spesso Manuel fa, lascia intendere che sia proprio così.
Ma lei conosce il nome del mandante di quell’omicidio?
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CRIME NEWS: 13 agosto h 14.30. Viterbo: evade detenuto. Riacciuffato in stazione.
La festa? Con il morto in Florida ed in cella a Mosca
«Ragazzi, casa libera. Festa da me, tutti invitati».
Questo è stato l’invito lanciato su facebook dal diciassettenne Tyler Hadley.
Basta infatti che i genitori abbandonino la casa per un attimo che, da sempre, si fa festa.
Ma questo, non è il classico party a cui si è abituati e non ha, nemmeno, il sapore divertente della commedia americana “week end con il morto”.
Che c’entra?
Sondrio: Rossano Cochis lascia la Valtellina
SONDRIO – Detenuto Cochis Rossano: fine pena mai. Nel carcere di Sondrio è l’unico a dover scontare l’ergastolo. In Valtellina ci è rimasto per sette anni, da domani cambia aria e torna a Milano, per la precisione al carcere di Opera. Solo di notte, però. Di giorno l’ex braccio destro di Renato Vallanzasca potrà uscire dalla prigione per prestare servizio alla comunità di recupero Il Gabbiano.
Renato Vallanzasca non è un garante ma, garantisce anche da “sospeso”.

Renato Vallanzasca entra quasi nel guinnes dei primati in fatto di degenza nelle carceri italiane e in nome di quella sana giustizia che con lui continua a far scalpore a dispetto di altri nomi e nomignoli in vendita allo Stato per dire o tacere. Protagonista in bilico tra il nero ed il rosa, resta in silenzio. Dichiarandosi colpevole per i delitti commessi da lui e dai suoi ex soci, sconta la giusta pena che, per tutti i criminali del suo calibro, dovrebbe essere inflitta, e non infranta, sempre. Ma è anche sotto questo profilo che il “Valla” diventa un’icona, un “mito”…
Renzo Danesi: dal carcere al palcoscenico. Ecco come il teatro trasforma il bandito in attore.

Renzo Danesi, romano (del Trullo) classe 1955, cofondatore della Banda della Magliana, è in carcere dal 1992 con l’accusa di sequestro di persona per aver preso parte al rapimento del conte Grazioli; ma questa è una storia già nota ai più, soprattutto ai fedeli lettori del nostro blog.
Ciò che non tutti sanno invece è che Danesi, facente parte dell’originario gruppo di malavitosi che giravano intorno a Maurizio Abbatino, è anche un attore.
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Oggi si legge ieri: Pentiti come Epaminonda e sei libero.
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
Raniero Erbì: «Mi consegno ma la verità su Maniero è un’altra»
Parla Raniero Erbì, l’ex agente penitenziario che deve finire di scontare la pena per avere agevolato l’evasione del boss. L’accusa: i giudici hanno indagato in una direzione sola
PADOVA – Dice che lotterà per l’indipendenza della sua terra, la Sardegna. E che non avrà paura, perché i banditi saranno al suo fianco. «Mi proteggeranno quando tornerò in libertà e deciderò di raccontare tutto». Intanto però Raniero Erbì, il 47enne ex agente di polizia penitenziaria che nel ’94 agevolò l’evasione del capo della mala del Brenta Felice Maniero dal «Due Palazzi» di Padova, deve tornare in carcere. Da detenuto. La sentenza di condanna a 7 anni e 8mesi per concorso in corruzione e spaccio di droga è passata in giudicato. E a lui restano ancora due anni e mezzo da scontare (tre gli sono stati condonati, due li ha già fatti).
Si consegnerà? «Sì, non appena la sentenza verrà depositata partirò per il carcere militare di Caserta».
Curioso destino il suo: Maniero è fuori dalla galera mentre lei, che lo ha aiutato a fuggire, ci entra adesso….
Renato Vallanzasca l’eccezione italiana di una vita dietro le sbarre (non dietro le quinte).
Non sfuggono nemmeno alla carenza di diottrie le polemiche che, negli ultimi giorni, hanno calcato le pagine dei quotidiani nazionali avvolgendo la pellicola su Vallanzasca, in uscita domani 21 gennaio 2011 in tutte le sale italiane. Salterei volentieri qualche passaggio irrilevante, come la critica di Davide Cavallotto della Lega Nord che, pare necessiti tutte le volte dei riflettori di questo o quell’altro film per illuminarsi e, ahimè, non illuminare dispensando “saggezze” non proprio in linea per età con le storie raccontate….
Nuoro Iovine è già a Badu ‘e Carros
Antonio Iovine è da ieri nel carcere nuorese di Badu ’e carros. Il boss dei Casalesi è arrivato ieri pomeriggio a Nuoro poco prima delle 17, sorvegliato da una scorta imponente. All’ex superlatitante sarà impedito qualunque contatto con altri esponenti della criminalità organizzata. Intanto non si placano le polemiche sull’arrivo di Iovine in Barbagia. Anche il vescovo di Nuoro, monsignor Pietro Meloni, dal pulpito ha tuonato:…
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Oggi si legge L’Europeo dell’agosto 1988:« Salve sono renato Vallanzasca. Forse c’è qualcuno che pensa che fanno bene. Che mi merito il carcere più duro possibile…»
Fonte: L’europeo Rcs Rizzoli Periodici
Un ringraziamento speciale per la collaborazione va a Massimo Laganà

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Caso Maniero:Giù le Bautte!
Le bautte sono maschere veneziane che venivano usate dai nobili o da chi ambiva, al tempo della Serenissima, a nascondere il proprio volto per andare a qualche appuntamento galante, compiere certi crimini, nascondere incontri o “servizi segreti”. Ed è proprio facendo riferimento a questo accessorio, ma senza farne uso, che entro a “gamba tesa” sull’argomento che scotta.
Una delle cose più interessanti che ho riscontrato nell’affaire Maniero si può notare nei suoi due arresti: il primo a Capri, il 13 Agosto del 1993 e successivamente, a Torino, il 12 Novembre 1994…
Esclusivo: Maniero «E’ vero ho pagato poco Ma il mio tesoro non esiste»
L’ex boss: vivo per i figli, lavoro e sono un asso dello scopone. La politica? Feci tessere per il Psi.
Vogliono uccidermi? Non ho paura
Avrà anche cambiato vita diventando innocuo e pantofolaio, come dice. Avrà cioè anche detto addio allo spietato criminale che era, al rapinatore da Far West, al trafficante d’armi, all’assassino di complici traditori, all’irridente fuorilegge che per un ventennio ha dettato nel Nord Est solo la sua legge, quella del superboss calcolatore e imprevedibile. Ma la smania di sfida e l’impulso beffardo l’ha conservato immutato. Un esempio? «Faccio l’imprenditore per dieci ore al giorno, vorrei riuscire… poi ho un hobby, lo scopone scientifico. A proposito, saluto tutti gli appassionati… ».
Incontrare Felice Maniero significa trascorrere mezza giornata fra la realtà e l’iperspazio, fra tutto ciò che pretende il senso comune delle cose e la natura dell’uomo, costantemente irregolare. E’ un boss che al ristorante parla a voce alta delle vecchie rapine senza preoccuparsi dei vicini di tavolo, che divora la pizza ma non beve alcolici, che non bestemmia mai, che non si cura minimamente della sventola bionda seduta di fronte e che quando deve insultare qualcuno arriva a dire «stupidone» o «birichino», come certi veneti di buona famiglia. Ora è libero e dunque gira, incontra, tratta. Impossibile sapere dove abiti ma è possibile seguirlo, mangiarci insieme una margherita, ascoltare le telefonate con fornitori, clienti, dipendenti, familiari, «preparami il materiale», «ordina», «volevo dirti che stasera vengo a casa tardi». Senza sosta. Si sveglia alle sei del mattino, alle sette è con noi, alle nove iniziano gli appuntamenti…
Le donne della Magliana. Ira Tassinari racconta…
Una particolare attenzione merita il rapporto degli uomini della Magliana con il mondo femminile. Donne, amanti, mogli, madri… Un legame che si intreccia tra vita privata e vita malavitosa… Un connubio che soprattutto per quanto concerne le amanti a volte diviene alquanto pericoloso e costerà la libertà dei gangster della banda. La bella vita dei gangster si divideva tra belle macchine, moto potenti, i piaceri della carne e dosi abbandonanti di cocaina.
Molti omicidi furono eseguiti proprio a causa di donne, come quello di Barbieri eseguito da Abbruciati con un manipolo di uomini. Barbieri insidiava le mogli e le fidanzate degli uomini della Magliana, e pagò con la sua vita la sua sfrontatezza. Anche se uno degli uomini del commando che freddò il Barbieri era l’amante di sua moglie, con cui andò a convivere dopo l’omicidio e averla resa dipendente dall’eroina per legarla ancor più a sé..
Abbruciati commissionò anche l’omicidio di Ferdinando Galofalo conosciuto come “er ciambellone”, che osò insinuare di avergli soffiato la donna mentre il boss era detenuto.
Il tentativo di omicidio ebbe come palco una gelateria di Piazza in Piscinula, nel cuore di Trastevere… Il killer fallì i due colpi, uno all’esterno ed uno all’interno della gelateria, colpendo una signora ed un cameriere.
Claudio Sicilia, il “vesuviano” si legò a una giovane infermiera, Claudiana Bernacchia detta “Casco d’oro”… La giovane donna, di bell’aspetto, magra e slanciata, sveglia e spregiudicata, seguì il proprio uomo nell’attività criminale diventando un intermediario specializzata nel tagliare la droga. La donna dopo l’arresto di Sicilia, sparì a lungo dalla circolazione… In seguito si legò ad un altro boss della banda continuando con i traffici. Non era inusuale che le donne o le mogli dei boss, svolgessero i ruoli di intermediari o prendessero il posto del proprio uomo, durante la loro carcerazione, soprattutto nelle riscossioni…Cosa poco insolita era anche il passaggio che le donne facevano da un boss a un altro, come avvenne per Fabiola Moretti che frequentò in successione Garofalo, Barbieri, Abbruciati ed infine Mancini.
Fabiola Moretti (Fonti: L’Unità, Ansa)
I legami sentimentali che i boss creavano con le loro donne non impediva che negli affari fossero rigidi e precisi. Le mogli eran ben consapevoli dei rapporti extraconiugali dei propri mariti, ma come affermarono diverse di loro ” Mio marito può anche prendersi degli spuntini fuori, ma poi torna a mangiare a casa!”
Ira Tassinari




















