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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Terza e ultima parte
Così Lance Armstrong, il ciclista tornato a vincere dopo aver sconfitto il cancro e rivale storico del campione di Cesenatico, ricorda il Pirata dopo la sua morte. Marco Pantani, recita il certificato di morte, viene ucciso a 34 anni il 14 febbraio 2004 per un’overdose di cocaina che gli ha causato un edema polmonare e uno celebrale. La droga, ha stabilito la magistratura, sarebbe stata ingerita in quantità sei volte più elevata – circa un etto – a quella mortale cioè circa un etto. Se l’è mangiata, dicono le indagini, all’interno di un residence di Rimini, “Le Rose”, di certo di qualità inferiore rispetto alle possibilità economiche del ciclista.

Perché lo avesse scelto non è chiaro, qualcuno dice che il motivo sarebbe stato che lì, a Rimini, ci sarebbe stata Christine, la giovane danese che per più di sette anni, dal 1996 fino all’estate 2003, sarà la sua compagna.
Christine non c’è a Rimini, ma Pantani decide di restare nella cittadina romagnola, dov’era giunto il 19 febbraio a bordo di un taxi da Milano, pagando la corsa più di 600 euro. Come trascorra quei cinque giorni non si sa con esattezza. E soprattutto non si sa cosa accada nelle ultime dieci ore di vita di Pantani. Ciò che invece si sa è che l’ultimo giorno chiama due volte alla reception del residence e chiede che vengano chiamati i carabinieri perché ci sarebbe qualcuno che lo infastidisce.
L’addetta alla portineria, la prima volta, glissa, ma alla seconda qualcosa la mette in allarme e allora sale nella stanza del ciclista. Dopo aver bussato, sente una risposta impastata dall’interno. Non coglie esattamente le parole che vengono pronunciate dall’interno ma tutto finisce lì. Non accade nulla.
Quando sarà scoperto il corpo, però, la stanza apparirà in uno stato disastroso: chi ha distrutto l’interno, si è dato tanta pena nella sua azione che anche le bocchette di areazione sono state divelte dal muro. Ma sulle mani di Marco Pantani non verranno trovati segni, graffi o altre ferite compatibili con una furia del genere. Accanto alla bocca del pirata viene invece rinvenuto e repertato un rigurgito, composto da mollica di pane e cocaina mentre sul collo compaiono due ecchimosi, due a destra e una a sinistra, oltre che un’escoriazione sulla fronte.
Il sospetto di chi non crede all’overdose accidentale o al suicidio è che, soprattutto a causa di quei segni a qualche centimetro dalle orecchie, qualcuno abbia afferrato Marco Pantani per la gola costringendolo a ingurgitare una dose letale di droga. Altra stranezza: all’interno della stanza non viene ritrovata alcuna traccia di coca mentre invece il ciclista ne era ormai un assuntore abituale. Possibile che tutto lo stupefacente che avesse se lo fosse inghiottito senza lasciarne qualche particella in giro?
Lo dicano le indagini, a cui si affida la famiglia. Ma l’inchiesta – a detta loro – termina subito giungendo rapidamente a una conclusione: suicidio. Eppure, insisteranno per anni i congiunti dei parenti, non sarebbero state effettuate verifiche sulle impronte digitali nella camera del residence e altrettanto mancano rilievi di tracce biologiche dal corpo e dalle mani di Pantani. Se fossero state cercare e analizzate, aggiungono i familiari, forse avrebbero condotto al dna di un eventuale aggressore.
Questi gli elementi in mano a chi ripete che il Pirata sarebbe stato ammazzato. Ma le prove di un omicidio non sembrano emergere così come un possibile movente. Anzi, per l’entourage poco raccomandabile che frequentava l’ormai ex campione negli ultimi periodi della sua vita, Pantani era più utile da vivo. Di denaro, durante la sua carriera, ne aveva guadagnato davvero molto e c’è chi sostiene che dai pusher fosse considerato una specie di bancomat, uno a cui smerciare quanta più droga possibile ricavandone il maggior profitto.
E poi c’era lo stato di abbruttimento morale e psicologico in cui era scivolato. Chi partecipò ai festeggiamenti dell’ultimo compleanno di Pantani, il 13 gennaio 2004, l’impressione che ne trasse è Pantani fosse arrivato a fine corsa davvero, che fosse in uno stato di profonda prostrazione controbilanciata da una esplicita tossicodipendenza che non si dava pena di nascondere. Anzi la esibiva sniffando di fronte agli altri e cacciando la testa dentro i sacchetti di coca da cui tirava tutto quello che poteva inalare. Un mese dopo, dunque, c’è chi non si stupisce della morte del ciclista. Una morte annunciata che non si voleva vedere avvicinarsi mascherandola dietro un’attività agonistica ancora in corso, per quanto ormai disastrosa.
Nonostante questo, Marco Pantani – sostengono i familiari – sarebbe stato ucciso due volte: se la seconda l’abbiamo appena descritta, la prima torna a Madonna di Campiglio. Torna al 5 giugno 1999, quando viene escluso dal Giro d’Italia dopo un discusso test di cui si è scritto lungamente nel precedente post dedicato al Pirata. Un test che fissava il suo tasso di ematocrito al 52 per cento, 2 punti sopra il limite consentito e 4 il livello individuato da test immediatamente precedenti e successivi. La morte peggiore, per qualcuno, rispetto a quella fisica, perché Pantani era un simbolo per il ciclismo, un idolo per i suoi tifosi. Perché dunque farlo fuori professionalmente? Chi poteva volere la distruzione morale del ciclista?
Il giornalista sportivo francese Philippe Brunel, alle telecamere di La7 dice:
Le ragioni sono politiche perché [Pantani] infastidiva i dirigenti della federazione italiana che volevano imporre dei controlli supplementari sul sangue nel Giro d’Italia. Lui si era battuto perché i corridori si sottoponessero a un unico controllo antidoping. Non voleva diventare una specie di topo da laboratorio costantemente sotto controllo.
Appena prima di quel test a Madonna di Campiglio, Pantani aveva infatti dichiarato alla stampa:
Senza voler girare troppo intorno al problema, allora, il primo giorno siamo stati sottoposti a un controllo del sangue e poi dopo cinque giorni si presenta un altro ente a rifarci i controlli del sangue… Noi siamo qua a correre in bicicletta, non a fare delle donazioni. Quindi se domani o dopodomani o in qualsiasi altro giorno si presenta il Coni a farci fare delle cose che non sono previste, i corridori non partono al Giro d’Italia.
Insomma, non le mandava a dire. Ma oltre a questo, un Pantani silurato con l’accusa di doping non aveva gran senso perché lui era anche una macchina da soldi per chi gravitava nell’ambiente del ciclismo agonistico. E qui tornerebbe il discorso delle scommesse clandestine, un giro di miliardi di lire puntati sul Pirata che potevano sbancare i gestori delle puntate illegali.
Forse, su questo punto, ci sarebbe ancora da cercare. Perché l’ultima salita – espressione che dà il titolo anche a una canzone dei Nomadi dedicata al Pirata – rimane ancora irta di passaggi oscuri.
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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
L’INTERVISTA al Senatore Achille Serra II parte
In questo circuito dove vittime e carnefici sembrano confondersi, quindi, anche il figlio di Vallanzasca, Maxim, è una vittima?
«Vallanzasca ne ha fatte di vittime oltre che quelle che purtroppo ha eliminato fisicamente. La mamma ha passato una vita di sofferenze per questo figlio, di tragedie interiori come si può facilmente immaginare. Il fratello di Vallanzasca è stato una vittima: dapprima coinvolto da lui e con lui in fatti criminali poi addirittura ha cambiato il cognome, si è ravveduto. Sono tante le vittime che Vallanzasca ha fatto, sia fisicamente che moralmente».
Ciò non toglie che i familiari delle vittime hanno le loro sacrosante ragioni per insorgere…
«I familiari delle vittime hanno sacrosantamente ragione di insorgere per quest’ultima cosa di invitare Vallanzasca a Venezia…»
Piuttosto che dal punto di vista criminale, perché, ad esempio, non è stato fatto un film sul poliziotto senza pistola?
«Si è tentato di fare un film sul “Poliziotto senza Pistola”, cioè sul mio libro, ma questo, caratterizzava particolarmente la figura di Vallanzasca e allora, proprio per questo motivo, io mi sono rifiutato. Il mio libro ha altri contenuti tra questi anche la banda Vallanzasca. ma gli atri contenuti che sono quelli della vita di un poliziotto, dell’uomo poliziotto, dei rapporti privati del poliziotto, delle difficoltà economiche enormi che può trovare un poliziotto o un carabiniere in una città che non è la tua come Milano, dove la vita costa di più e tante altre cose che ho cercato di accennare in quel libro ma, quello che interessava, era Vallanzasca ed allora io ho rifiutato l’autorizzazione a fare un film sul mio libro.
Lei chiede “perché non si scrive su un poliziotto?” Questo, bisognerebbe chiederlo a produttori e registi…probabilmente, perché non fa notizia mentre fa notizia il criminale. Allora io che sono, e lo dico senza nessuna remora, un estimatore di Michele Placido che conosco, trovo che fare un film su Vallanzasca può anche andar bene purchè, e qua non faccio una critica (perché non ho visto il film e quindi non sono in grado di farla), non si sia esaltata la figura del criminale. Io sono rimasto un po’ stupito quando, quella figura viene assegnata a Kim Rossi Stuart che è un idolo delle donne, perchè questo, rischia di esaltare la figura del criminale. Io mi ricordo che il fascino, non consisteva tanto nell’aspetto fisico quanto nell’idea del capo, del bandito, del bel Renè… »
Tornando al film su Vallanzasca le critiche avanzano, senza ancora averlo visto. Lei cosa ne pensa in merito?
«Io non critico il film, perché sarebbe fuori luogo non avendolo visto, quindi se il film è il racconto di un periodo storico e criminale, beh allora è storia. Ma critico, ho criticato e continuerò a criticare il fatto che si inviti Vallanzasca. Il palcoscenico, pur avendo detto lo Stato ha il dovere di rieducare (se ci riesce) e di avviare dopo aver fatto scontare la pena al lavoro, o il tappeto rosso no perché rimane, fondamentalmente, un uomo che ha ucciso tante persone…per limitarmi ad alcuni reati».
Uno dei primi film su Vallanzasca è del ’77 «La Banda Vallanzasca». Una delle prime volte che lo si approfondisce televisivamente è in «La storia siamo noi» Rai Educational. Oggi, perché il film è prodotto dalla Fox?
«Non le saprei rispondere…non sapevo neanche questa cosa»
Qual è il suo punto di vista come poliziotto, come uomo e come politico, rispetto al crimine. e perché quest’ultimo viene mitizzato?
«Perché viene mitizzato non lo so e non potrei dare un giudizio. L’ultimo matrimonio di Vallanzasca (peraltro si è separato da una donna che lo ha sempre adorato-questo mi risuta personalmente-…Incredibile che cosa non ha fatto questa donna per lui…ma poi lui ha deciso di lasciarla e di risposarsi con una donna che, credo, non lo abbia mai visto, con una donna che,credo, lo abbia letto sui giornali, cioè, con una donna che comunque non ha avuto un rapporto fisico con lui se non –e questo non lo so- solo attraverso le sbarre) eppure una donna si innamora di lui al punto di sposarlo, di sposare un uomo che è in carcere, di sposare un uomo che esce per andare a lavorare e rientra in carcere. Come si fa da parte mia, e mi consenta, anche da parte sua, a spiegare un fenomeno di questo genere…io non lo so.
Quello che invece da poliziotto, da politico posso dire è che ci sono da parte dello stato errori grossolani e quando parlo dello Stato parlo di governi di centrodestra, di centrosinistra: non faccio distinzioni. Quando parlo di criminalità e di quello che si può fare, non faccio mai una distinzione politica perché credo che le ideologie e la politica, con la criminalità, non dovrebbero proprio dividersi…sottolineo: le ideologie e la politica.
Lo Stato ha operato sempre male nel meridione, per esempio, dove sono cresciute mafia, ‘ndrangheta e da ultimo soprattutto ‘ndrangheta e attenzione a quello che sto per dire perché ho l’impressione che la ‘ndrangheta ci darà dei dispiaceri forti, perché oggi è l’organizzazione criminale – a mio avviso- più potente che c’è nel nostro Paese. Più della mafia e più della camorra. Si è cercato di contrastare sempre questi fenomeni con polizia, carabinieri e magistratura che, hanno sempre dato dei risultati belli, hanno dato tranquillità alla gente e tutto quello che si vuole, ma che hanno vinto soltanto delle battaglie e non la guerra contro queste organizzazioni.
Anche quando andavo nei licei a parlare ai giovani, ho sempre detto “io credo che queste organizzazioni si debbano contrastare su due fronti: lavoro e cultura” (cultura intesa come scuola). Quando ero Prefetto a Palermo io mi ricordo che andavo in certe zone del palermitano dove riscontravo oltre il 50% di diserzione scolastica e oltre il 50% di disoccupazione. Se uno non lavora e se non va a scuola, diventa un gioco da ragazzi per le organizzazioni criminali acchiapparselo e dargli cinquanta euro in mano (allora cinquanta mila lire) e dirgli: “mi vai ad ammazzare un attimo quel signore?”. E per di più, nell’ambito dell’organizzazione, diventi anche un personaggio. Ecco, questo, non è che non lo si sia capito nei governi di centro destra e centro sinistra, ma siccome i governi sono transitori, passano e, allora, guardano a quello che può dargli un’immagine in televisione o sui giornali, ad esempio l’arresto di questo o di quello che serve, si, ma non è assolutamente un fatto definitivo».
Quindi Lei condanna lo Stato e avvalora le parole di Placido?
«Ho stima per Placido, ma le sue dichiarazioni in merito, mi pare siano state eccessive. Non si può fare un paragone tra qualcuno che ha dei processi in politica con un criminale come Vallanzasca».
Marina Angelo
LINK AI POST CORRELATI:
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/10/24/lintervista-al-senatore-achille-serra-i-parte/
“L’INTERVISTA” al Senatore Achille Serra I parte
Lei (in)segna la differenza tra poliziotto operativo/funzionario e uomo politico. Come Cambia il punto di Vista?
Per quaranta anni non è cambiato perchè, ho avuto la fortuna di poter lavorare sempre in prima linea. Non c’è stato un poliziotto dietro la scrivania e un poliziotto operativo e questo, mi ha dato, per altro, grande soddisfazione e grande stimolo.
E’ evidente che adesso, da Senatore, la situazione è totalmente cambiata. Ora si, che sto dietro ad una scrivania ma, è cambiata anche l’età. Non si può continuamente essere in prima linea bisogna anche, necessariamente saper adeguarsi al tempo che passa.
Che differenza c’è tra: bande criminale, criminalità organizzata e criminalità dei colletti bianchi?
Bande organizzate, sono le bande locali a livello di città, di regioni.
La criminalità organizzata è quella a livello nazionale e ormai, purtroppo, anche oltre i confini dell’Italia, penso alle 3 grandi organizzazioni criminali: mafia, ‘ndrangheta e camorra…beh lì c’è un’organizzazione certamente superiore alle bande locali e c’è addirittura, talvolta anche riuscendoci, il tentativo di essere loro stessi Stato.
Se è vero che dannatamente, devo dire, in certe zone la gente per cercare lavoro si rivolge più facilmente alle organizzazioni criminali piuttosto che allo Stato.. Se è vero che, per avere sicurezza ci si rivolge, purtroppo, a bande criminali piuttosto che a quelli che sono gli apparati statali.
Perchè il crimine diventa mito?
Più che il crimine io direi il criminale talvolta diventa mito. Ma questo non è un fatto di oggi.
E’ un fatto che attiene alla banda della Magliana, attiene alla banda Vallanzasca, attiene al bandito Mesina, al bandito Giuliano…possiamo andare indietro negli anni quanto vogliamo ma attiene più alla persona che alla banda. Questa, in altri termini, è una domanda che rivolgerei più volentieri alle donne “Come fa ad esempio una bella donna a farsi prendere dal bello Renato Vallanzasca?” io francamente, da uomo, non lo riesco a capire.
Le posso confermare che donne, anche di molto fascino hanno perso la testa, in un certo momento, per il bandito Renato Vallanzasca.
Sono fenomeni che attengono più alla psicologia, sociologia, psichiatria, direi io, che alle idee che può avere un poliziotto.
Lei ha affermato: “Dietro la divisa c’è sempre un uomo”. Possiamo dire la stessa cosa per un criminale?
Un criminale uomo lo è stato e lo è. Dietro un criminale c’è un uomo. Questo non significa che poi una donna debba pensare all’uomo e non agli omicidi che quest’uomo ha fatto e alla spietatezza con cui quest’uomo li ha commessi.
Faccio l’esempio sempre di Renato Vallanzasca i cui omicidi tutti conoscono ormai perché è diventata “storia criminale”. Io mi sono sempre chiesto come abbia fatto, per esempio, una donna molto bella e di cultura, di cui ovviamente non faccio il nome, e alla quale, per la verità, anche questo poliziotto che le parla, guardava con attenzione, ad innamorarsi di uno che stava dietro le sbarre…ecco francamente, io, non saprei dare una risposta.
Vallanzasca e Serra, allora, si sono sfidati anche in amore?
No, no…non è certamente una sfida in amore!
Achille Serra. Poliziotto senza pistola. A Milano negli anni di piombo e della malavita… Edizioni Bompiani
Senza pistola e…senza Rolex. Per la sua teoria del dialogo, Vallanzasca l’ha sempre stimata: quando gli chiedono “ma non hai paura della polizia?” Lui risponde: «ma che polizia…esiste solo un poliziotto: Achille Serra»
Sono uno di quelli che ha fatto una ricerca spietata negli anni di Vallanzasca, quindi mi posso permettere di dire delle cose proprio perché le ho fatte. Avere la stima della controparte è importante perché vuol dire che si è lavorato con onestà, con moralità. Non ho mai permesso che si sparasse un colpo da parte dei miei uomini o da me stesso inavvertitamente o imprudentemente o per raggiungere la prima pagina dei giornali. Non ho mai pensato di dover dare uno schiaffo ad un criminale, non ho mai pensato che si potesse incastrare una persona con una busta di cocaina. Questo la malavita lo apprezza.
Posso permettermi di dire tante cose in merito a Vallanzasca alcune delle quali, sono state anche fraintese dai parenti delle vittime come quando affermai “Quel criminale di Vallanzasca- e la parola criminale viene prima di tutto- era anche un uomo coraggioso. Questo significa che era il primo ad entrare nei luoghi da rapinare, il primo ad offrire il suo corpo in un eventuale conflitto a fuoco… Si può essere criminali e coraggiosi: l’una cosa, non esclude l’altra. Devo rilevare che Vallanzasca grazie all’attività di polizia e carabinieri è stato arrestato tanti e tanti anni fa e, credo, che sia uno dei pochi, in Italia, che abbia fatto circa trenta, trentacinque anni di carcere.
Trentacinque anni di carcere cambiano la vita di una persona come è immaginabile. Trentacinque anni fa la televisione mi pare che era ancora in bianco e nero, non esisteva internet forse, se non altro a questo livello. E’ cambiato il mondo in trentacinque, trentasei anni.
Vallanzasca uscendo, non potrebbe più svolgere la sua attività criminale, perché diventerebbe un peso per la malavita e se ne libererebbe per prima la malavita, io ne sono convinto.
Ecco perché, considerando che il carcere, molti lo dimenticano, ha una funzione rieducativa (certo queste carceri tutto hanno meno che una funzione rieducativa, perché oggi, ci sono in Italia oltre 65.000 detenuti e le carceri italiane ne potrebbero contenere 45.000…quale funzione rieducativa?). Ma quando dopo trentacinque e più anni di carcere, moltissimi dei quali di carcere duro, ad un età che non può essere più una difficoltà sotto il punto di vista criminale per la società, si avvia al lavoro, considerando che poi la sera, se non erro, ritorna in carcere, io ho visto questa cosa positivamente, non tanto per Vallanzasca, quanto per l’esempio che deve dare uno Stato per chi ha scontato una pena dura, lunga, severa e per questo riabilitato al lavoro.
Lo Stato deve essere anche attento a certi aspetti psicologici: la mamma di Vallanzasca aveva novant’anni e non aveva più la capacità di andare a trovarlo nelle carceri lontane da Milano dove la mamma, appunto, abitava. Io mi mossi, per altro con poco successo, per avvicinare Vallanzasca a Milano ma, certamente non lo facevo per lui. Non lo facevo per lui ma per la mamma: perché una mamma, è sempre una mamma anche se di un criminale.
Marina Angelo
Si ringraziano le redazioni de: Il Giorno, Panorama, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, La Gazzetta dello Sport
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