I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

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Da febbraio al via le riprese per la fiction di Maniero tra Padova, Venezia, Mestre e Slovenia


Elio Germano

Elio Germano, l’attore italiano più premiato degli ultimi tempi (al festival di Cannes 2010 per La nostra vita di Daniele Luchetti ha diviso con Javier Bardem la Palma d’oro) sceglie a sorpresa la tv: interpreterà l’ex boss della Mala del Brenta Felice Maniero nella miniserie Faccia d’angelo prodotta dalla Goodtime e da Sky Cinema che la trasmetterà nella prossima stagione….

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Mala del Brenta.Carcere dopo vent’anni per gli ex di Maniero «Possono fuggire ancora». Corriere del Veneto


VENEZIA— Sono a processo per reati degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta. Allora erano dei giovani e terribili criminali della mala del Brenta, specializzati in rapine (in cui non disdegnavano l’uso del kalashnikov) e traffico di droga agli ordini di Felice Maniero. Oggi hanno vent’anni in più e in testa a molti di loro sono spuntati i capelli bianchi….

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Maniero, insorge il «nuovo» Psi «Fuori i nomi di quei socialisti». Vazzoler: rapporti con la Mala? Non noi ma…


VENEZIA — Le parole di Felice Maniero sono arrivate a Venezia come un siluro sparato su una Sanpierota, cioè quel piccolo e recente barchino della laguna che è l’attuale Psi. «Procuravo tessere per il partito socialista, era l’epoca di De Martino, me le chiedevano loro», ha detto l’ex boss nell’intervista di ieri al Corriere del Veneto. E siccome del vecchio, potente, pachidermico Psi di quegli anni è rimasta poca cosa dopo il ciclone di Tangentopoli, allora l’attuale membro veneziano della segreteria nazionale del Psi, Sergio Vazzoler, è insorto: «La vicenda potrebbe anche essere vera ma una cosa è sicura: noi con Maniero non abbiamo nulla da spartire. Voglio dire noi del nuovo Psi. Se qualcuno ha davvero chiesto delle tessere non può che appartenere ai vecchi socialisti, quelli confluiti nel centrodestra ». Respingendo l’accusa, dunque, la rimpalla un po’ ai suoi ex compagni di partito.

E ne spiega la ragione: «Noi siamo diventati così piccoli che non abbiamo più alcun rappresentante nei piccoli comuni della Riviera del Brenta, né a Mira né a Dolo. Molti sono giovani, soprattutto fra Venezia e Padova, e dunque non possono aver vissuto quegli anni. Ci sarei io, ma posso assicurare che ero decisamente dall’altra parte, cioè impegnato nella lotta all’abusivismo al Tronchetto, dove la Mala del Brenta aveva allungato i propri tentacoli».

Vazzoler era assessore comunale ai Lavori pubblici e Trasporti. «Ma le dirò di più. Il confronto è stato così aspro che un giorno subii pure un attentato. Il 25 apirle del 1985 mi fermai a Quarto d’Altino, a riprendere l’autostrada per andare a Zelarino e il barbiere, che era un nostro iscritto, notò che avevo la ruota sinistra della mia macchina che ballava. Si inginocchiò e si accorse che i quattro bulloni erano allentati ». Come può essere sicuro che si trattasse della mafia del Brenta? «La certezza non ce l’ho naturalmente ma la successione temporale era molto sospetta. Il giorno prima ero stato alla festa dei gondolieri e i miei nemici erano proprio gli abusivi del Tronchetto. E, dunque, questa uscita dove si tira in ballo il Psi sta nuocendo all’unico partito che oggi davvero non può c’entrare nulla con quella mafia e che sta facendo una grande fatica a risalire la china. Ripeto, io guarderei altrove, se proprio c’è stato qualche rapporto. Perché dall’altra parte, fra i socialisti del centrodestra, ci sono ancora nomi che in quegli anni erano già attivi». Non lo dice chiaro ma l’allusione è pesantina, legata probabilmente anche a vecchi rancori dovuti alle vicissitudini politiche. «Ma a questo punto mi piacerebbe proprio sapere di chi si trattava». Maniero non fa nomi, al momento. Ma dice che fu «un piacere fatto ad amici della Riviera del Brenta». Piacere in cambio di nulla?

Sembra molto strano che la mafia del Brenta facesse piaceri senza avere una contropartita. «Non mi ricordo come ricambiarono ». Le dichiarazioni dell’ex boss sul rapporto fra mafia e politica sono una novità. Le voci sono state sempre insistenti e proprio su alcuni socialisti dell’epoca, ma mai c’era stata una conferma. La cosa ha dunque fatto riemergere alcune ipotesi. Come quella che vorrebbe la piscina della villa di Campolongo Maggiore al centro di un scambio di favori proprio politici. Autorizzazioni in cambio di tessere. Ma si tratta solo di supposizioni che non hanno mai trovato riscontri. Al di là degli sporadici do ut des, lo stesso Maniero ha precisato che nel Veneto mancava un rapporto organico fra politica e mafia: «Perché la cultura del Nord non è quella del Sud rispetto ai rapporti fra criminalità e politica. Al Sud è quasi impossibile farne a meno o comunque è molto conveniente. E poi non non mai voluto che si usasse l’estorsione nei confronti della popolazione. Lo consideravo un sistema un po’ antipatico e vigliacco: chi voleva guadagnare doveva fare ben altro. Per esempio avere il fegato di partecipare a qualche bella rapina». Ma Vazzoler chiede ora di capirne di più: «Vorrei sapere chi erano quei socialisti».

27 agosto 2010

M.N.M.

Fonte: Corriere del Veneto

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Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!


Renato Vallanzasca

In relazione agli ultimi fatti che hanno “ripulito” la cronaca nera con la decantata libertà di Felice Maniero, è ascoltando l’intervista fatta a Vallanzasca e soffermandomi sulla multa giudiziaria di 3000 euro non pagata – causa della mancata concessione della libertà condizionata – che, senza ovviamente giustificare nessun crimine né criminale, mi vengono spontanei tanti PERCHE’??


Già…perché, ad esempio, a Maniero non è stato riconosciuto nessun ergastolo, la pena detentiva, cioè, a carattere perpetuo inflitta a chi commette un delitto?

Ristretto come la pena scontata da Maniero a “prezzi davvero stracciati”, non è però il suo “cv criminale” che, volendo restare nell’ambito degli omicidi, mantiene sulla lista dei necrologi 7 anime. Morti di cui Felice, che di angelo ha o ha avuto solo la faccia, se ne attribuisce, però, solo 5. Senza troppa difficoltà, dai 18 anni in poi, passa dalla gavetta alla “vetta” diventando il super boss della mala del Brenta. Altrettanto facile è pensarlo davvero “felice” di trionfare, insieme alla sua banda (colpevole di 17 omicidi compreso quello di Cristina Pavesi la studentessa morta durante una “puntata” dei suoi “show- business”, nell’assalto al vagone postale di Vigonza) in prima pagina per le sensazionali rapine ( come quella al Casinò del Lido di Venezia o all’aeroporto Marco Polo dello stesso capoluogo Veneto).

Fonte Ansa, Il Gazzettino

Volendo tralasciare i furti come il “Franesco I” del Velazquez, mi chiedo se, alla fine, non sia stata proprio la bontà infinita degli angeli del paradiso ad avergli abbonato il furto del mento di Sant’Antonio nella Basilica di Padova, in un pacchetto “all-inclusive” di morti, furti, sequestri, traffici d’armi e droga, associazioni mafiose ed evasioni (più o meno fiscali) per soli 17 anni di reclusione al posto dei 25 (mica male pure i 25). Per un imprenditore del suo calibro, un’offerta del genere in cambio di una confessione, era, ed è stata, irrinunciabile. (I primi patti con lo Stato, Maniero li condusse – e non presi – proprio durante le trattative sul mento Santo).


Strano, ancora, come un super Boss si sia fatto acciuffare così facilmente, quasi per “caso”…

A “causa” della sua portata ed abituato ad una vita extra lusso,  nelle carceri italiane troppo affollate, lo spazio per un delinquente in più, si è faticato a trovare. E così, non potendo avere la souite che meritava al “grand hotel”, il soggiorno è finito dopo “qualche” anno. La sua residenza è passata ai domiciliari ed al soggiorno obbligatorio,  sempre in una “misera” villa.(praticamente era libero ma, non poteva lasciare l’Italia e doveva entrare ed uscire da casa, la villa, rispettando certi orari… effettivamente una fatica se si pensa alle fredde sbarre di un carcere di massima sicurezza o ad una meno accogliente cella d’isolamento)…Ed ancora, tra le pene, non vi è traccia della parola ERGASTOLO, troviamo però: imprenditore e pensione.

Evitando di aprire altre parentesi, meglio tornare al bel Renè, ex leader della Banda della Comasina, che, come Maniero, inizia da giovane a collezionare sensazionali crimini (sarà che da Roma ladrona in su, oltre che sul colpo si punti molto all’immagine…tanto da diventare, come per i boss del sud – non meno “bravi” in sensazioni -  grazie alla stampa che ne segue le vicende, casi mediatici, miti e leggende). A differenza di Maniero, però, Vallanzasca (4 omicidi, 70 rapine e 4 sequestri di persona) è stato condannato a quattro ergastoli e 260 anni di galera. Ad oggi, 60 anni, porta, giustamente, sulle spalle 40 anni di carcere.

Per mancata confessione o per assenza di furti di reliquie in archivio, però, nessuna grazia, da parte di “Santi”, per il bel Renè.

Come giustizia impone, mentre Vallanzasca oltre a vedersi negare dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la grazia, richiesta il 20 settembre 2007,  qualche anno più tardi, a causa di una multa giudiziaria di 3000 euro non pagata, deve rassegnarsi al NO del giudice per la libertà condizionata (Il carattere di perpetuità ddell’ergastolo è mitigato dalla possibilità concessa al condannato di essere ammesso alla libertà condizionale  dopo avere scontato 26 anni, qualora ne venga ritenuto attendibilmente provato il ravvedimento. Tale limite è ulteriormente eroso dalle riduzioni previste per la buona condotta del reo, grazie alle quali vengono eliminati 45 giorni ogni sei mesi di reclusione subiti. D’altro canto la riforma dell’Ordinamento penitenziario del 1987, attraverso le previsioni degli artt. 30-ter, comma 4, lett. d) e 50, comma 5, Legge n. 354/1975, ha contribuito a rimodellare i contenuti dell’ergastolo anche al di là dei profili che attengono alla liberazione condizionale: ha consentito infatti che il condannato all’ergastolo possa essere ammesso, dopo l’espiazione di almeno 10 anni di pena, ai permessi premio, nonché, dopo 20 anni, alla semilibertà ndr) Maniero va in “pensione” (in realtà fa l’imprenditore per “passione”) con sconti, premi e bottino.

E se Renato guardando a ritroso si definisce “un pirla che si è bruciato la vita”, Maniero, dando la possibilità di “smantellare” la sua stessa banda e prevenire altri crimini “pentendosi”, oggi guarda avanti, più precisamente in Europa.

Ricordandoci sempre che non stiamo parlando di Santi in nessun caso, mi sembra giusto mettere a confronto due dichiarazioni legali fatte per i due super boss dell’illegalità in riferimento a nuovi “primi passi”.

Per la “conquistata” libertà di Maniero, il pm Paola Mossa ha affermato: «Maniero ha usufruito degli sconti di pena previsti dalla legge e tutte le sue dichiarazioni sono state confermate dai fatti e da diversi giudici che si sono pronunciati sugli episodi che riguardavano la Mala del Brenta. – spiega Paola Mossa – In tanti casi si è arrivati al pronunciamento definitivo in Cassazione». Il pubblico ministero, poi, ricorda che il pentimento del 1995 ha permesso di avviare alcuni accertamenti non proprio semplici. «Con le dichiarazioni di Maniero – aggiunge – è stata sgominata la sua banda, le decisioni dei magistrati tengono conto di questa collaborazione per cui posso affermare che non ha avuto “regali”. E le misure di prevenzione le ha sempre scontate».

Il primo giorno di lavoro fuori dal carcere di Renato Vallanzasca, Achille Serra, ex questore di Milano (per tantissimi anni nemico numero uno del bel René) dichiarava: «Ha ormai alle spalle 40 anni di carcere. – spiega – Un periodo assolutamente giusto, considerati i crimini di cui è stato protagonista. Omicidi, rapine, sequestri di persona: episodi atroci e drammatici. Vallanzasca rappresenta quasi un’eccezione, visto che in Italia ci sono molti assassini che dopo neanche dieci anni si ritrovano in libertà. Il carcere deve avere una funzione rieducativa quindi ritengo il provvedimento, che gli permetterà di rientrare nella società civile e nel mondo del lavoro, giusto».

Scorrendo la lunga legislazione dei “pentiti”, passando per il patrimonio, fino ad arrivare ai patti con i criminali in cambio di libertà, molti “paesaggi”, secondo il mio punto di vista, restano sospesi nel vuoto di risposte.

Allora, con tutte le dovute e doverose polemiche e critiche  imposte dai casi – tanto per il rispetto delle vittime, quanto per i “danni di emulazione”-  credo che, solleticare le vicende con le pellicole, forse, non è poi così sbagliato. Forse è proprio dalle fiction, dai film o dalle docu-fiction che si scopre qualcosa in più. Forse è proprio facendo giocare la realtà con la finzione che si sciolgono molti nodi. Forse proprio giocando sul e con il fattore “dubbio” che gli omissis vengono utilizzati per la “scena”. Forse le inchieste di oggi hanno bisogno di obiettivi, quelli capaci di arrivare di casa in casa e da parere in parere.

E allora va bene puntare gli indici contro le interpretazioni ma in fondo in fondo, a partire dai fatti, il nostro giudizio ce lo siamo fatti un po’ tutti. Vero, falso? a voi le valutazioni. Le sentenze, purtroppo o per fortuna, sono già passate all’archivio dei casi (ir)risolti.

Marina Angelo

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I giudici: «A Maniero nessun regalo Ha contribuito a sconfiggere la Mala»


Gli inquirenti sono concordi: la sua collaborazione è stata decisiva

Felice Maniero

VENEZIA — «Senza la confessione di Felice Maniero probabilmente la mala del Brenta sarebbe ancora attiva». Paola Mossa è il pm che per ultima ha affrontato le vicende di «Faccia d’angelo». Il 22 dicembre di due anni fa il magistrato della procura della Repubblica di Venezia ha infatti ottenuto dal tribunale in primo grado una maxi-condanna a 541 anni di reclusione 41 sodali dell’ex boss di Campolongo Maggiore. Ed ora che Maniero — sulle cui dichiarazioni quel processo si fondava — è diventato un uomo libero, lei e tutti i magistrati che ne hanno seguito le tracce difendono il percorso della collaborazione e ribadiscono che «tutto è stato fatto secondo quanto dicono le leggi».

«Maniero è stato un teste affidabile, credibile, tutte le cose che ha detto sono state riscontrate », conferma l’ex procuratore capo di Venezia Vittorio Borraccetti, che già un paio di anni fa aveva dato il suo consenso all’istanza del suo legale di ottenere la piena libertà, allora rigettata dal tribunale. «La sua attendibilità è stata riconosciuta da più giudici», spiega il pm Mossa. «Maniero ha preso le sue condanne e le ha scontate, il come l’ha deciso il magistrato di sorveglianza», aggiunge il procuratore capo di Trieste Michele Dalla Costa, che rappresentò l’accusa nei primi processi.

Un «abbraccio», quello tra lo Stato e Maniero, fatto nella legalità, ma che ha fatto comodo ad entrambi. «Io non so se lui si sia mai pentito, ma non è rilevante ai fini giudiziari – continua – la legge sui pentimenti è una legge utilitaristica: e in questo senso le sue confessioni sono state utili». «Non abbiamo mai avuto problemi di riscontri», conferma Dalla Costa, il quale però con un po’ di orgoglio sottolinea anche che «Maniero ci ha dato una chiave di lettura per episodi che avevamo già accertato: i fatti commessi erano già individuati, mancava solo una voce che consentisse di collegarli alla medesima associazione criminale». I magistrati allontanano però qualsiasi minimo retro- pensiero su un possibile trattamento di favore di Maniero. «Non gli abbiamo fatto regali, né sconti, né benefici non dovuti – afferma – La misura di prevenzione l’ha scontata tutta. Non ha goduto di istituti speciali, ma solo di quello che prevede la legge: riti alternativi, pene in continuazione e sconti per la collaborazione ». «La concessione dei benefici è stata rivista più volte, la sua posizione è sempre stata messa sotto la lente della commissione per i programmi di protezione», aggiunge Dalla Costa. «Le sanzioni e le loro durate sono previste dalla legge, dunque quando quel termine finisce una persona ha il diritto di tornare libero – chiosa Borraccetti – l’attività repressiva deve essere svolta ai sensi della legge, non secondo il senso comune».

Alla tesi secondo cui Maniero aveva già calcolato tutto, crede Carmine Damiano, questore di Treviso, allora capo della squadra mobile di Padova. «Vidi un Maniero sicuro, probabilmente già pronto al pentimento; aveva già messo in conto che molto probabilmente sarebbe stato catturato e aveva messo in atto il suo piano per avere una pena ridotta », dice Damiano, che ricorda quel 24 settembre 1994, data dell’arresto del boss a Torino, come «uno dei giorni più belli della mia vita professionale ». Dopo il pentimento per qualche mese aveva vissuto in una villetta a Castagnole di Paese. «Ma amava la bella vita, non si atteneva al programma di protezione, per cui gli venne revocato», ricorda. Due gli episodi che maggiormente lo colpirono: il furto del mento del Santo a Padova e l’assalto al vagone postale di Vigonza, in cui morì la studentessa di Conegliano Cristina Pavesi: «Una scena vista solo nei film».

Alberto Zorzi, Sebastiano Pozzobon

24 agosto 2010

Fonte: Corriere del Veneto


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Parla il Pm Paola Mossa: «Una scelta lineare e le sue dichiarazioni sono risultate attendibili»


Il Gazzettino

«Felice Maniero ha fatto una scelta lineare. E le sue dichiarazioni sono risultate attendibili». Paola Mossa, il pubblico ministero che negli ultimi anni ha lavorato sul fronte della Mala del Brenta, commenta così la notizia della definitiva libertà conquistata da Maniero. Il magistrato non vuole sentir parlare di “regali” fatti a Faccia d’angelo, anzi, e spiega che la collaborazione con lo Stato ha permesso di bloccare tanta gente che seminava terrore.

«Maniero ha usufruito degli sconti di pena previsti dalla legge – spiega Paola Mossa – e tutte le sue dichiarazioni sono state confermate dai fatti e da diversi giudici che si sono pronunciati sugli episodi che riguardavano la Mala del Brenta. In tanti casi si è arrivati al pronunciamento definitivo in Cassazione». Il pubblico ministero, poi, ricorda che il pentimento del 1995 ha permesso di avviare alcuni accertamenti non proprio semplici. «Con le dichiarazioni di Maniero – aggiunge – è stata sgominata la sua banda, le decisioni dei magistrati tengono conto di questa collaborazione per cui posso affermare che non ha avuto “regali”. E le misure di prevenzione le ha sempre scontate».

La svolta, conferma Paola Mossa, arriva con le affermazioni sugli omicidi dei fratelli Rizzi e di Giancarlo Ortes. «Le sue indicazioni ci hanno permesso di ritrovare i cadaveri dei Rizzi e altri dettagli sono stati poi confermati al processo “Rialto”. La Procura ha sempre creduto all’attendibilità di Maniero. E così, dopo il recupero dei cadaveri, si è arrivati all’annullamento della banda».

24 agosto 2010

Fonte Il Gazzettino


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La banda della Magliana diventa una hit Dopo libri e film, il disco degli Amor fou


ROMA – Il controverso mito della banda della Magliana continua. E cresce sempre di più. Dopo aver sbancato librerie, cinema e piccolo schermo, adesso ha conquistato anche il panorama discografico.

Amor Fou

A sdoganarlo sono stati gli Amor Fou, band milanese, nel loro secondo album, I moralisti, uscito in questi giorni. La prima canzone si intitola proprio De Pedis ed è dedicata ad uno dei boss più temuti della banda della Magliana: quell’Enrico De Pedis, che i “bravi ragazzi” di allora chiamavano Renatino e che lo scrittore-magistrato De Cataldo ha soprannominato il “Dandi”.

Quella degli Amor Fou è una canzone dura, amara e poetica: «Arrivederci Roma, scusa se ti ho ricordato che si muore. Arrivederci giovinezza mia, Trastevere di brutte cose ricordati di me». La band non giudica l’uomo ma racconta la sua altalena tra crimine e redenzione (la sua salma è sepolta nella chiesa di San’Apollinare), voglia di potere e pentimento.

Il risultato è ancora una volta una strana miscela che ammalia il pubblico: in pochi giorni il brano su Youtube è già stato ascoltato da migliaia di persone. Giusto? Sbagliato? Di certo è l’ennesima conferma del successo massmediatico, tutto da spiegare, del sodalizio criminale che ha imperversato a Roma entrando nei segreti dell’Italia degli anni ’70-80. Oltre al libro di De Cataldo e alla trasposizione cinematografica del regista Michele Placido, i fattacci della Banda della Magliana hanno ammaliato il pubblico anche con la serie proposta da Sky.

Applicazione Facebook

E ora su Facebook circola anche un “gioco” dal titolo “Che personaggio sei di Romanzo Criminale” che ha conquistato molti ragazzini i quali, sul loro profilo internet, si compiacciono di assomigliare al “Freddo” o al “Libanese”.

11 giugno 2010

Fonte: Davide Desario per Il Messaggero


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