Usura, estorsione, rapina e porto abusivo di arma da fuoco: queste le accuse nei confronti di padre e figlio arrestati dagli agenti della Squadra Mobile di Pescara. Su richiesta del Pm Annarita Mantini, il Gip del Tribunale di Pescara Gianluca Sarandrea ha emesso due misure cautelari nei confronti di Franco Grimani, detto il cinese, 59 anni, nato a Pescara e residente a Silvi (Teramo) e del figlio Davide (35)….continua a leggere dell’arresto dei tre usurai a Pescara
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Venezia: estorsione a imprenditore. Tre arresti
Tre persone sono state arrestate dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia per estorsione e rapina aggravata nei confronti di un imprenditore…continua a leggere sull’estorsione a Venezia
I vecchi nomi della mala, scrivono la cronaca di ieri e di oggi. A Roma, arrestato De Tomasi.
Alle prime luci dell’alba è scattata l’operazione guidata dalla Squadra Mobile e dalla Procura Distrettuale Antimafia per mettere fine ad un giro di usura e riciclaggio con 11 mandati d’arresto e 54 perquisizioni in tutta la città.
Professionisti, vip del mondo dello spettacolo e di quello della criminalità già noto (e noti) alle forze dell’ordine si inseriscono al centro di questa azione che, si somma all’arresto di Enrico Nicoletti e Monselles dei giorni scorsi.
Il filo conduttore di queste ordinanze di custodia ci riportano, oggi, alla Banda della Magliana, proprio perchè il principale attore di questa nuova ondata di arresti è Sergio De Tomasi, sodale al tempo del più famoso “cassiere”.
Omicidio di Prati, interrogato e fermato. Vive alla Magliana
Un altro colpo di scena. Si aggiunge un fermato nell’inchiesta sull’omicidio di venerdì sera dell’imprenditore Roberto Ceccarelli, 45 anni, nel cuore di Prati. È un trentenne, interrogato dalla polizia. Vive alla Magliana. Avrebbe aiutato il presunto killer a portare a termine il piano omicida. Addirittura, potrebbe essere lui l’assassino. È più di un sospetto per i poliziotti. Subito dopo l’interrogatorio di Pascarella, avevano ipotizzato da il settantenne avesse inventato tutto, si fosse accollato la responsabilità del delitto perché ha 70 anni, ex commerciante di un negozio di animali alla Magliana, se la passa male, ha qualche precedente per truffa e gioco d’azzardo, vive con una pensione sociale, possiede solo una vecchia auto e dorme ora da un amico ora da un altro. Il complice fermato ieri è un’altra tessera del mosaico ma il quadro complessivo non è ancora chiaro. Gli interrogatori sono proseguiti per cercare di capire i legami tra la vittima e il killer, il movente e la dinamica dei fatti accaduti. E non tutto torna.
La Mobile vuole accertare se qualcuno ha portato in auto e aspettato Pascarella in fuga dopo aver esploso i due colpi di pistola alla schiena di Ceccarelli intorno alle 20,30 in via Col di Lana, davanti al Teatro delle Vittorie. E vuole anche sapere come fa uno che ha le tasche vuote a procurarsi una pistola calibro 22 che poi – come ha detto lui – ha gettato nel fiume Tevere. Pascarella ha ripetuto: «Ceccarelli non mi pagava, non mi dava una lira. Anzi, mi maltrattava dicendo che dovevo essere io a pagarlo. Me lo diceva a brutto muso. Ecco perché venerdì sera ho deciso di portarmi dietro la pistola. Lui ha continuato a ripetermi che non mi avrebbe dato un soldo e ho perso la testa». Diversi anni fa i due si sarebbero conosciuti alla Magliana. Poi non si sa per quanto tempo i loro destini abbiano viaggiato in parallelo, distanti, se si siano incrociati più volte. Di certo, nella storia personale di Pascarella c’è stata la data recente e importante del contatto con l’imprenditore che gli fa la proposta allettante ma ambigua. L’ex commerciante deve prestare il suo nome e la sua firma diventando l’amministratore di alcune società mosse comunque dalla mano di Ceccarelli. Facile. Il settantenne accetta. Pensa che la sua vita possa cambiare in meglio, godere di qualche agio e uscire dalle ristrettezze economiche. La figura di Pascarella coincide perfettamente con l’identikit della testa di legno che non corre rischi. È l’anziano messo al vertice di un’impresa, tenuto a firmare carte e non necessariamente a sapere quello che succede nel suo nome, perché tanto nei casi peggiori – dalla truffa al crac – sarà difficile che la giustizia possa metterlo dietro le sbarre: ha la sua età.
Comunque, l’ex commerciante non pensa ai grattacapi possibili ma ai soldi che potrebbero entrargli nelle tasche. L’amministratore Attilio Pascarella viene spedito alla sede centrale delle Banca nazionale del lavoro per ritirare qualche libretto di assegni intestati alle «sue società». Comincia a lavorare per Ceccarelli & Co. Sulla carta firma, decide, paga, incassa, sposta somme di denaro da un conto all’altro. Lui aspetta il suo mensile: di solito i prestanome hanno il loro stipendio, diversi anziani hanno accettato incarichi del genere proprio per arrotondare la pensione. Lo chiede. Ma Ceccarelli pare sia lento a sborsare. Pascarella comincia a innervosirsi. Fino a uccidere. O a veder uccidere e poi accusarsi per coprire qualcuno. I poliziotti vogliono ricostruire le trame di questo rapporto di «lavoro», risalire alle operazioni effettuate dalle società intestate all’indagato per capire in che ambito si sono mosse, facendo quali operazioni.
Sia Pascarella che Ceccarelli hanno avuto gli stessi precedenti per truffa. La vittima, però, era decisamente di un calibro superiore. Nei faldoni d’inchiesta aperti soprattutto dalla Guardia di finanza il suo nome è saltato fuori per il riciclaggio di dieci milioni di euro di Aziende sanitarie locali, dispersi negli investimenti di alcune società di import-export di auto sulla tratta Germania-Italia. L’inchiesta sul delitto dell’imprenditore potrebbe riservare altre sorprese.
Fabio Di Chio
Fonte: Il Tempo
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Muammar Gheddafi: Very strong measures
Una pioggia di missili Tomahawk si è abbattuta su Tripoli aprendo un nuovo conflitto a due passi dalle nostre coste e di colpo, guardando quelle immagini, il nastro della storia sembra riavvolgersi velocemente. E se domani Gheddafi tornasse al potere? Un’ipotesi remota che aprirebbe (anche in casa nostra) una sanguinosa caccia ai dissidenti – senza confini né regole – a cui abbiamo già assistito molto tempo fa.
Muammar Gheddafi, giovane colonnello fonte Epa, Afp, Ansa
Dentro lo scatolone di sabbia, dove un popolo oppresso da quarantadue anni attende la caduta del suo Rais, tutto torna a mostrarsi come trent’anni fa. Era il 1980 e Gheddafi si era già attaccato sulle spalline i gradi da colonnello. Era già lo stravagante dittatore beduino, che nel tempo abbiamo imparato a conoscere, e lo spregiudicato tiranno dalle sette vite con cui oggi, come allora, abbiamo sempre fatto buoni affari. Nel 1980, quando la Francia di Giscard d’Estaing gli tese un agguato nel cielo di Ustica (che costò all’Italia l’abbattimento del Dc9 Itavia), il suo regime era già in piedi da undici anni, e lui, il Muammar, era già un nostro partner commerciale da servire e riverire. E il 1980 è anche l’anno in cui la dissidenza libica in Europa, ma in particolare in Italia, subisce colpi durissimi da parte del regime gheddafiano.
La caccia al dissidente inizia tra marzo e aprile. Il 27 aprile è lo stesso Gheddafi, nel corso di una cerimonia presso l’Accademia Militare di Tripoli, a lanciare un ultimatum per il rimpatrio dei fuoriusciti: “tornate in Libia o vi uccidiamo tutti”.
La data ultima per il rientro in Patria di tutti i dissidenti residenti all’estero è l’11 giugno 1980, giorno del decimo anniversario della cacciata degli americani dalla base libica di Wheelus Field. “Chi non torna sarà giustiziato”, afferma il 3 maggio, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma, un membro del Comitato Popolare della Rappresentanza libica. A fine maggio il capo dell’Ufficio Popolare libico per le rappresentanze diplomatiche estere, Ahmed Shahati, convoca gli ambasciatori della Comunità europea accreditati a Tripoli e formalizza la richiesta del suo Governo: “ogni oppositore dovrà essere consegnato, in caso di rifiuto ci saranno pesanti ritorsioni”. E’ solo una formalità, perché Tripoli da almeno due mesi ha già sguinzagliato in mezza Europa decine di emissari del suo spietato Servizio di sicurezza. La loro missione è mostruosamente chiara: convincere i dissidenti a rientrare in Libia o, in caso di rifiuto, eliminarli fisicamente. E’ l’inizio di una guerra tra spie e oppositori. In un dispaccio datato 21 maggio, classificato dal Sismi “segretissimo”, un diplomatico libico definisce i dissidenti “criminali usurpatori di ricchezze del popolo, nemici della rivoluzione circolano impunemente in Italia, ove, protetti da connivenza autorità svolgono attività antilibica” e “se costoro non saranno riconsegnati al popolo libico verranno prese very strong measures contro Italia e contro malfattori.

Autorità italiane dovranno sopportare conseguenze di loro scelte”. Le conseguenze si palesano poche settimane dopo. La mattanza avviene sotto gli occhi del Governo italiano e del nostro Servizio segreto militare che il 9 giugno, alla vigilia della scadenza dell’ultimatum, trasmette al Presidente del Consiglio Francesco Cossiga un appunto sulla presenza (e sulle sorti) dei dissidenti libici in Italia. Il nostro controspionaggio conosce quanti sono e dove sono ma, tuttavia, afferma che il problema non può che risolversi “al di fuori degli schemi tradizionali e consentiti” e con il “supporto politico che appare più che mai necessario, per affrontare quegli aspetti che, istituzionalmente, sono collocati al di fuori dei compiti e delle prerogative del Servizio”. Tradotto vuol dire che sarà Gheddafi, e i suoi squadroni della morte, a decidere per loro. Nel frattempo, tra Roma e Milano, cinque cittadini libici vengono assassinati e due si salvano per miracolo.
Roma, 21 marzo. Il primo attentato viene commesso ai danni di Salem Mohamed El Ritemi, un imprenditore edile libico a cui nell’autunno del ’78 il regime ha sequestrato tutti i suoi beni costringendolo all’espatrio. El Ritemi a metà febbraio scompare dall’albergo “Commodore” di Roma, dove risiedeva. Il suo cadavere viene rinvenuto il 21 marzo successivo, all’interno del portabagagli della sua autovettura parcheggiata in viale Castro Pretorio. Il 22 aprile c’è già un colpevole: la polizia arresta per sequestro di persona, omicidio e favoreggiamento il cittadino libico, Mohamed Meguahi Marghani, che però sarà scarcerato per mancanza d’indizi il 16 agosto. Il procedimento a suo carico si concluderà in istruttoria il 4 giugno 1981 con il proscioglimento dai primi due delitti (sequestro e omicidio) per insussistenza del fatto e il rinvio al giudizio per il terzo (favoreggiamento). I magistrati scrivono che “la matrice del fatto va ricercata in ambienti ostili agli esuli libici” e non può trascurarsi la circostanza che la salma di El Ritemi, spedita in Libia per la tumulazione, sarà rimandata in Italia “in quanto pertinente a persona non desiderata”.
Roma, Cafè de Paris, via Veneto
Roma, 19 aprile. Il secondo omicidio avviene a due passi dall’Ambasciata Statunitense, al “Cafè de Paris” di via Veneto. Mentre sta bevendo una bibita Aref Abdul Giaidli, commerciante libico con passaporto di copertura tunisino, viene assassinato a colpi di pistola da un sicario. Quasi in flagranza viene arrestato un altro cittadino libico, Youssef Uhida, che afferma di aver ucciso il suo connazionale in nome di una organizzazione libica filogovernativa. Uhida dice agli inquirenti che Giaidli è un nemico del popolo, per aver complottato in patria contro Gheddafi e dopo l’espatrio anche contro il regime. Dice di aver incontrato la vittima sei giorni prima del delitto e di aver invitato Giaidli a far ritorno in patria. “Da Parigi mi sono spostato a Roma – racconterà Uhida alla polizia italiana – solo ed esclusivamente per uccidere Aref Abdul Giaidli. Ieri sera ho esploso più colpi di pistola contro l’Aref con l’intenzione di ucciderlo, omicidio che peraltro avevo lungamente premeditato”.
Aref Abdul Giaidli era un parente di Omar El Maeggi, uno dei capi dell’organizzazione che nel ‘71 aveva tentato di destituire Gheddafi. “Amando Gheddafi perché ha dato il potere al popolo libico – aggiungerà il sicario -, mi sono sentito in dovere di uccidere Aref. Quando incontrai l’Aref la prima volta gli dissi “o torni in Libia o stai zitto nel senso che non devi mai parlare male della mia patria. L’Aref mi rispose che sarebbe tornato in patria quando voleva. A questo punto lo avvertii che se non fosse tornato in Libia avrei proceduto al suo omicidio”. La salma di Gialili verrà rispedita in Italia “perché non gradita”, insieme a quella di El Ritemi, il 30 aprile con un volo delle linee nazionali libiche diretto a Fiumicino. La Corte d’Assise condannerà Uhida alla pena dell’ergastolo, resterà in carcere in Italia fino al 5 ottobre 1986.
Roma, Hotel Torino, Via Principe Amedeo
Roma, 10 maggio. Il terzo attentato avviene all’interno del bar dell’albergo “Torino” di via Principe Amedeo. Abdallah El Khazuni viene ucciso a colpi di pistola, alcuni testimoni riferiranno di averlo notato in compagnia di altri suoi connazionali ma grazie alla testimonianza della moglie, poche ore dopo verrà arrestato per favoreggiamento il cugino, Mohamed Falhi El Khazuni. A detta della vedova l’uomo è un collaboratore dei Servizi segreti libici che proprio il giorno precedente all’assassinio aveva rinnovato a suo marito l’invito a lavorare per il controspionaggio “per guadagnare soldi e riconquistare la libertà in Libia”. Il giudice istruttore lo prosciolse il 24 novembre, a suo discarico il Sismi affermerà “di non essere a conoscenza del fatto che il prevenuto appartenesse ai Servizi Segreti libici”.
Roma, 20 maggio. Il quarto omicidio gli emissari del regime di Gheddafi lo compiono all’interno della pensione “Max” di via Nazionale. La polizia trova Mohamed Fuad Boujar in un lago di sangue, raggiunto da numerose coltellate al torace e al basso ventre e strangolato con una corda di nylon. Accanto al cadavere c’è un tovagliolo di carta su cui è scritto: “Il nome di Dio è grande, il 1° Settembre esiste. Chi scappa via dal Paese, i comitati popolari ti ritrovano ovunque. Viva il 1° Settembre e i comitati rivoluzionari libici in Roma”.
31 agosto – Libia con un colpo di stato militare, il colonnello Muammar Gheddafi prende il potere
Il regime aveva requisito a Boujar gran parte dei suoi averi e prima di arrivare in Italia si era rifugiato in Tunisia. Dell’omicidio verrà accusato Abdelkader Alì Zedan. Il pomeriggio del fatto aveva dato appuntamento a Boujar e sosteneva che la sua venuta in Italia era una vera e propria missione di morte, che quell’omicidio era una delle tante “esecuzioni” perpetrate dal regime libico. In appello fu prosciolto dalla Corte d’Assise.
Muʿammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī
Roma, 21 maggio. Due individui all’uscita del ristorante “El Andalus” di via Farini affrontano Mohamed Salem Fezzan. Uno di loro è armato, impugna la pistola ed esplode alcuni colpi. Fezzan prova a scappare, rientra di corsa nel locale e qui viene raggiunto da altri due colpi. Nessun proiettile lo colpisce, si salva miracolosamente. Uno dei due sicari, Belgassem Mansur Mezawi, viene arrestato quasi in flagranza all’angolo tra via Farini con via Manin, mentre corre verso via Gioberti.
Estratto da “Fuga all’inferno e altre storie” di Muammar Gheddafi
Roma, 11 giugno. Il sesto attentato viene commesso il giorno in cui è prevista la scadenza dell’ultimatum. Mohamed Saad Barghalì provano a ucciderlo nella sua abitazione, in via Accademia degli Agiati. Lo raggiungono più colpi di arma da fuoco, di cui uno alla testa, ma riesce a sopravvivere e a raccontare tutto. Ad aggredirlo è tale Abdelmabi, anch’esso cittadino libico, in Italia da diciassette giorni. I due si conoscono bene, quel giorno guardano la tv e pranzano insieme, poi Abdelmabi invita più volte Barghalì a rientrare in Libia, ma lui non ne vuole sapere. Terminato il pranzo Abdelmabi estrae di scatto la pistola grida “Gheddafi, Gheddafi!” e spara tre volte al suo amico. Il sicario dichiarerà che dopo l’11 giugno tutti i libici residenti all’estero avevano l’obbligo di rimpatriare e che anche lui aveva il compito di fare opera di convinzione e in caso contrario di giustiziare i suoi connazionali, così come aveva fatto con Barghalì. Abdelmabi verrà condannato a 19 anni ma morirà poco tempo dopo, per infarto, nel carcere romano di Rebibbia.
Banconota da 1 dinaro della 4ª serie (1988) raffigurante Muammar Gheddafi.
Milano, 11 giugno. A distanza di meno di quattro ore viene giustiziato un altro dissidente. Si tratta di Azzadine Lahderi, un personaggio di primo piano per polizie e Servizi occidentali. Il delitto avviene all’interno della stazione centrale di Milano nei locali del posto telefonico pubblico. Lahderi viene freddato con sei colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata, che lo raggiunsero al volto, all’emitorace e alle spalle. Il libico è noto al nostro controspionaggio per aver tenuto contatti con agenti dei Servizi del suo paese. In un documento del Sismi datato 21 aprile Lahderi viene identificato nella fonte “Damiano”, “originatrice di tutte le notizie sin qui acquisite ed utilizzate in ordine ai Servizi Speciali libici”.
Lahderi, inoltre, risulterà ben accreditato, sempre in qualità di informatore, anche presso la stazione Cia di Roma. Il libico era anche in contatto diretto con il direttore piduista del Sismi, Giuseppe Santovito, e come tramite per ottenere appalti pubblici in Libia con il manager Giancarlo Elia Valori. Nel ’69, in concomitanza della presa del potere di Gheddafi, Lahderi con la sua famiglia espatriò dalla Libia e si stabilì a Bolzano. Circa un mese prima dell’agguato aveva ricevuto numerose telefonate da parte di Abdallah El Senussi, dirigente del Governo libico, e in particolare di Said Mohammed Rashid, capo dei Tribunali Rivoluzionari libici, che pretendeva il suo rientro in Libia. Rashid contatta Lahderi per convincerlo a rimpatriare e lui accetta di incontrarlo in Svizzera. L’incontro salta e la mattina dell’11 giugno, giorno dell’ultimatum di Gheddafi, Lahderi rientra a Milano in treno proveniente da Zurigo. Alle 18, mentre sta per entrare in una cabina telefonica interna alla stazione, un sicario, Mohamed Khalifa, gli spara una raffica di colpi di pistola. Khalifa sarà riconosciuto come uno degli uomini del gruppo di fuoco agli ordini di Rashid, entrambi saranno condannati all’ergastolo il 27 novembre 1986 dalla Corte d’assise di Milano.
Il Giornale del 24 gennaio 2011
Il nome di Said Mohammed Rashid, mandante dell’ultimo omicidio compiuto in Italia dai Servizi libici, è comparso recentemente in un comunicato di Finmeccanica dove veniva annunciato l’accordo tra l’azienda di Stato italiana e il governo libico per una fornitura ferroviaria da 541 milioni di euro. L’agente cacciatore di dissidenti, Said Mohammed Rashid, è il numero uno delle Ferrovie di Stato libiche e il 22 luglio 2009 a Tripoli è stato lui stesso a firmare il contratto per la megafornitura con Finmeccanica. Per la giustizia italiana Rashid, che ha chiesto recentemente al tribunale di Milano la revisione del processo, è un latitante che deve scontare l’ergastolo per aver organizzato l’assassinio di Azzadine Lahderi.










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