Etichettato: colloquio

Palermo: cane poliziotto cerca casa e padrone.


Nome: EROS

Specialità di servizio: Prevenzione Generale e Ordine Pubblico.

Tatuaggio: 20CS29

Matricola P.S.: 01694

Profilo caratteriale: Tranquillo-equilibrato

Da segnalare: ottimo come cane da guardia e compagnia. Adatto a tutte le tipologie di persone.

Così finisce la carriera del cane poliziotto che ha prestato servizio nella squadra cinofili della polizia di Palermo onorando categoria e divisa.

Per Eros, a soli nove anni, è arrivato, infatti, il congedo anticipato per motivi sanitari.

Il pastore tedesco ha il pelo nero-grigio ancora lucente tanto da nascondere bene l’artrosi articolare – causa (come si legge nel “motico della riforma”) del suo prepensionamento-.

Ma se l’artrosi ha bloccato l’avanzamento professionale del poliziotto a quattro zampe non ha intaccato la sua voglia di dare e ricevere amore.

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ESCLUSIVA: Intervista ad Antonella D’Agostino sul Vallanzasca sospeso


Antonella D’Agostino senza troppa fatica è risalita alla fonte che ha dato notizia sulla sospensione del chiacchieratissimo marito. Ieri ha contattato Notte Criminale rilasciando un’intervista in esclusiva.

Antonella, è andata a trovare Renato?

«No. Sono appena tornata da Mondragone a causa di alcuni problemi familiari e ho appreso la notizia qui a Milano. Oggi, anche se era giornata di colloqui, non sono potuta andare perché soffro di pressione bassa. Lo vedrò sicuramente domani o in settimana quando tornerà a lavorare. La sua è stata solo una sospensione. Non gli hanno revocato nessun permesso».

Ha contattato o è stata contattata dal carcere di Bollate?

«No, non ne ho avuto il tempo e loro, non l’hanno fatto perché sanno che ho dei problemi familiari e mi trovavo fuori Milano».

Ci dice qualcosa di questa “dama bianca”?

«Sarà sicuramente una di quelle “zecche cavalline” sensibile al fascino di mio marito».

Le iniziali che riportiamo, non le dicono niente?

«Beh effettivamente qualcosa mi ricordano ma non di certo una donna fascinosa piuttosto il contrario».

Quindi la conosce?

«No comment, ma speriamo non si compri pure il chihuahua».

Si sente tradita?

«No. Il legame tra me e Renato va oltre un colloquio o una presunta scappatella. Se io ho la pressione ballerina, mio marito il cuore. Ma sono sicura che questa sarà soltanto un’amica».

Però ci sono dei colloqui, mai smentiti né confermati dal carcere

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Omicidio Ceccarelli.Il difensore: “Mi ha detto: l’ho ucciso voglio costituirmi”


«L’ho ucciso io, voglio costituirmi, avvocato mi accompagni in questura». Così Attilio Pascarella, il settantenne che venerdì sera ha ucciso il faccendiere Roberto Ceccarelli, si è rivolto all’avvocato Pietro Mirto Randazzo. L’uomo è arrivato nello studio legale alle 18 di sabato, in giacca, gli stessi abiti che portava al momento dell’omicidio. «Potrebbe essere un nonno qualunque e non dava l’impressione di vivere per strada, di essere senza casa – sottolinea il legale – Ho immediatamente concordato con lui sulla necessità di costituirsi. Mi ha raccontato tutto e poi via in questura». Il legale non dice di più. Molti i punti oscuri della vicenda, soprattutto sui legami fra Pascarella e Ceccarelli e sui quali l’omicida non ha ancora fatto piena luce negli interrogatori con il Pm Silvia Santucci.

Le notizie che arrivano da fonti sicure tracciano il quadro di un Pascarella strozzato da una situazione economica impossibile, con qualche precedente per gioco d’azzardo risalente a circa tre decadi fa, un uomo che ha visto una speranza di guadagno inaspettato nell’incontro con il Ceccarelli, avvenuto una sera in un locale. Primo punto non chiaro è se Pascarella vi sia stato portato in quel locale, se sia stato presentato all’imprenditore o se tutto è frutto del semplice, quanto improbabile caso. Attilio Pascarella sopravviveva con la pensione sociale, aveva avuto un negozio, un’uccelleria, andata male. Abitava alla Magliana, ma due mesi fa ha dovuto abbandonare l’abitazione: non aveva i soldi per l’affitto.

Da qui il peregrinare fra le abitazioni di amici, la strada e l’auto come rifugio notturno. Ma i guadagni grazie all’intesa fra lui e Roberto Ceccarelli? Attilio si era trasformato in amministratore di numerose società, si trovava in mano tantissimi libretti di assegni legati alle aziende che doveva amministrare e per questo compito doveva essere pagato. Gli hanno fatto pure aprire un conto alla sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro. Ad un certo punto, quanto pattuito non arrivava più. Come amministratore di questo rosario di società doveva pure riscuotere. Il denaro entrava e usciva dai conti. A una sua ennesima richiesta di quanto doveva essergli versato, Pascarella s’è sentito accusare d’essere lui a dovere dei soldi. Da qui minacce anche fisiche che hanno creato tensioni e paure nel settantenne, accortosi d’essere entrato in un giro pericoloso.

Ma i soldi gli servivano, ormai viveva per strada. L’appuntamento con Ceccarelli a due passi dal bar Vanni, doveva servire a questo, risolvere una volta per tutte la situazione e Attilio c’è andato armato con una calibro 22. Anche questo è un punto oscuro della vicenda. Come ha fatto, lui, senza risorse, a procurarsi l’arma? Su questo è stato evasivo nel colloquio con il Pm. La paura di altre minacce fisiche l’ha comunque guidato e nel colloquio di venerdì sera con il faccendiere, tutto è sfuggito di mano, i due erano a un paio di metri di distanza, Attilio ha sparato. Non voleva uccidere, ma un corpo è rimasto a terra senza vita.

Giuseppe Grifeo

Fonte: Il Tempo

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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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Arrestò Vallanzasca, per lui affronto non mettergli manette


Renato Vallanzasca considero’ ”un affronto” che non gli fossero state messe le manette dopo essere stato arrestato a Roma dai carabinieri. E durante i 28 minuti di colloquio attraverso la porta con l’allora tenente colonnello Antonio Cornacchia, il bandito si mostro’ ”affetto da grande paura”.

particolari rivelati dall’ufficiale ora in pensione incontrando i giornalisti al cinema multiplex Giommetti di Perugia in occasione della proiezione del film ”Vallanzasca, gli angeli del male”.

Fonte: Ansa

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Il Messaggero di mercoledì 16 febbraio 1977 continua sulla cattura di Vallanzasca


Il Messaggero

 

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