Etichettato: cella

Esclusiva: ho conosciuto Doretta Graneris.


di Antonio Murzio

Su Doretta Graneris, del cui caso ci siamo occupati nella prima puntata de “Il nemico intimo”, abbiamo una testimonianza in esclusiva per Nottecriminale.it di una persona che l’ha conosciuta in due diversi momenti alle “Nuove” di Torino, una prima volta nel 1977, una seconda nel 1983.

Avendo chiuso quella parentesi della sua vita che l’aveva condotta in carcere, la nostra interlocutrice ha accettato di parlare solo in forma anonima.

La Graneris divideva la cella con altre detenute?

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Carlos: interviste, isolamento e sciopero della fame a una settimana dal processo


Nonostante tutto, Ilich Ramírez Sánchez, alias Carlos, continua a far parlare di sé.

Ad una settimana esatta dall’inizio del processo che lo vedrà imputato di fronte alla Corte d’Assise di Parigi per terrorismo, uno dei due avvocati dello Sciacallo, Francis Vuillemin (l’altro suo legale, Isabelle Coutant-Peyre, è anche sua moglie), ha annunciato che, dopo dieci giorni di sciopero della fame, la direzione della prigione della Santé ha posto fine Continua a leggere

Meredith Kercher in attesa del terzo grado.


Giustizia deve ancora essere fatta.

Già, perché quei riflettori puntati ora su Amanda, ora su Raffaele, hanno fatto perdere di vista lei, la “protagonista” di questo ennesimo “delitto story” un po’ americano, un po’ all’italiana. Si, non più vittima, avete letto bene, ma protagonista senza giustizia. E’ di questo che bisognerebbe parlare e invece.. Continua a leggere

ESCLUSIVA: Renato Vallanzasca: sospeso il permesso a lavorare fuori? Il perché, non è solo femmina.



Si. Lo apprendiamo da fonti certe. Fonti attendibili ed interne alle mura della casa circondariale dove, Renato Vallanzasca, il criminale più discusso di sempre, sta scontando la sua pena pari a quattro vite e duecentosessanta anni di carcere.

Le motivazioni di tale decisione lasciano poca scelta sulle piste da seguire. La traccia è solo una ed ha un nome e cognome: S.R.. Queste le iniziali della donna che pare essere la causa scatenante del “fermo” e che infastidisce l’umore e l’onore di guardie e ladri.

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Oggi si legge ieri: Pentiti come Epaminonda e sei libero.


Fonte: Panorama

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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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Oggi si legge ieri.Turatello:«Io guadagno un milione al giorno…»


Fonte:La Stampa del 16 gennaio 1981

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Financial Crime: Quando gli “scandali finanziari” assomigliano a quelle “stragi di Stato”


Vallanzasca, Maniero, la Banda della Magliana, quella della uno bianca, Cavallero, Lutring. Nomi – e sicuramente ne dimentico qualcuno- mitici tra i criminali. E poi la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita.  Organizzazioni famose in tutto il mondo al pari delle Triadi Cinesi o della Yakuza giapponese o dei vari cartelli della droga sudamericani.

membri Yakuza giapponese

E poi lo Stato ed i servizi segreti (deviati o solo utilizzati). E poi  ancora, per tornare a noi,  Marco Furlan, Angelo Izzo, Olindo e Rosa, Ferdinando Caretta….

…continua qui

Nuoro Iovine è già a Badu ‘e Carros




Antonio Iovine è da ieri nel carcere nuorese di Badu ’e carros. Il boss dei Casalesi è arrivato ieri pomeriggio a Nuoro poco prima delle 17, sorvegliato da una scorta imponente. All’ex superlatitante sarà impedito qualunque contatto con altri esponenti della criminalità organizzata. Intanto non si placano le polemiche sull’arrivo di Iovine in Barbagia. Anche il vescovo di Nuoro, monsignor Pietro Meloni, dal pulpito ha tuonato:…

…continua QUI

Mala del Brenta.Carcere dopo vent’anni per gli ex di Maniero «Possono fuggire ancora». Corriere del Veneto


VENEZIA— Sono a processo per reati degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta. Allora erano dei giovani e terribili criminali della mala del Brenta, specializzati in rapine (in cui non disdegnavano l’uso del kalashnikov) e traffico di droga agli ordini di Felice Maniero. Oggi hanno vent’anni in più e in testa a molti di loro sono spuntati i capelli bianchi….

..continua qui

Dentro il personaggio e “fuori concorso” Kim Rossi Stuart come il bel Renè racconta…


Kim Rossi Stuart

Intervista al TG1

link diretto all‘intervista completa del Tg1(27/6/10)

Kim Rossi Stuart parla per la prima volta del suo nuovo personaggio a Vincenzo Mollica. Sarà Renato Vallanzasca nel film diretto da Michele Placido. In esclusiva per il TG1 anche alcune immagini da “Gli angeli del male”

Alcune riprese fatte sul set del film ‘Vallanzasca’ a Milano, 23/1/2010.

Regia: Michele Placido. Attori: Kim Rossi Stuart, Stefano Chiodaroli

LINK CORRELATI:

Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/21/non-bastano-le-lacrime-per-pagare-i-conti-che-non-tornano/

Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/25/vallanzasca-oggi-guarda-ieri-%C2%ABsono-un-pirla-che-si-e-bruciato-la-vita%C2%BB-maniero-oggi-guarda-leuropa/

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Francesco Scianna « L’animale che c’è in me»


L’anno scorso, ha portato a Venezia la Sicilia, la Bagheria in cui è nato e che è diventata Baarìa nel film di Giuseppe Tornatore di cui lui era protagonista. Quest’anno, alla Mostra – Fuori concorso – porta invece la Milano degli anni Settanta: una città che lui, nato nel 1982 e cresciuto prima in Sicilia e poi a Roma, non ha mai conosciuto.

Francesco Scianna

Due volte di seguito sul Lido è una soddisfazione che lo fa sorridere, con quel modo garbato di ragazzo che assomiglia a un antico gentiluomo siciliano. Francesco Scianna in Vallanzasca – Gli angeli del male, il film di Michele Placido tratto dal libro autobiografico di Renato Vallanzasca Il fiore del male (scritto con Carlo Bonini e pubblicato da Tropea), interpreta Francis «Faccia d’angelo» Turatello. Non è un personaggio facile né simpatico: il «bel René» era quello che fra una rapina e un omicidio conquistava le donne con i suoi occhi azzurri, Turatello era il re di Milano, delle bische e dei suoi traffici. Uno cattivo, che fece una fine terribile. Mentre Vallanzasca (nel film, Kim Rossi Stuart) ebbe i suoi ergastoli, Turatello – che doveva scontare una pesante condanna – fu ucciso nel carcere sardo di Badu’e Carros, sventrato dal camorrista Pasquale Barra, detto ‘o animale, che gli addentò per spregio chi dice il cuore chi dice il fegato.


Il fiore del male,  Carlo Bonini, Renato Vallanzasca, edizioni Tropea


Per lei, chi era Turatello?

«Uno che non conoscevo, prima di iniziare il film. Vallanzasca era più popolare, mentre lui non appariva così in prima persona, però gestiva tutto da dietro le quinte, anche quando era in prigione, come nel caso del matrimonio».

Quale matrimonio?

«Quello di Vallanzasca, in carcere. Fu Turatello a volerlo. In realtà il messaggio all’esterno era che Renato non si sposava con Antonella, ma con lui, Francis. Così, pensava, tutti avrebbero capito che lui e Vallanzasca erano tornati amici, dopo essersi combattuti. Sperava che questo avrebbe dato di lui un’immagine più forte, invece finì sventrato in quel modo».

Sarà un film molto violento?

«Le cose che ci devono essere ci saranno, non si tratta di versioni edulcorate dei fatti. Placido è riuscito a tirar fuori il mio istinto, l’animale che c’è in me».

La violenza potrebbe innescare una nuova polemica, dopo quella dei parenti dei poliziotti uccisi da Vallanzasca, che si sono lamentati perché l’assassino con questo film rischia di diventare un eroe.

«Il dolore merita sempre rispetto. Ma credo che il film possa essere un modo per andare oltre: bisogna conoscere e far conoscere, solo così si può crescere. Noi non esaltiamo la figura di Vallanzasca, raccontiamo quella storia e ci auguriamo possa servire a capire che cosa è accaduto. Lo spettatore non ce lo immaginiamo come un’entità passiva che dice: “Che figo, quello con la pistola”».

A proposito di fascino, Turatello com’era rispetto al «bel René»?

«Francis non era bello come Renato, ma aveva il viso da buono e ci sapeva fare con le donne, era quello che le proteggeva, se ne prendeva cura. Anche con Antonella, che Vallanzasca ha sposato in carcere, e che era amica di entrambi da ragazzini: le regalava fiori, la chiamava principessa, la portava fuori la sera e la riaccompagnava presto a casa perché non voleva che rientrasse tardi. La trattava come una sorella».


Vallanzasca – Turatello

Lei ha incontrato qualcuno della famiglia di Turatello?

«Sì, il figlio Eros. Oggi ha poco meno di 40 anni e lavora in un’agenzia di viaggi. Mi ha mostrato delle foto, l’immagine privata di suo padre, anche se l’ha conosciuto pochissimo. In famiglia, per Turatello era importante essere l’uomo che provvedeva a tutti e gestiva tutto. Con il figlio era affettuoso, diceva di volergli regalare una casa cinematografica come se in qualche modo volesse risarcirlo. Del resto Francis, da piccolo, un padre non l’aveva avuto: si era costruito un proprio mito, diceva di essere figlio del boss mafioso Frank tre dita, ma è più probabile che il suo vero genitore fosse uno sconosciuto contrabbandiere».

Lei ha incontrato Vallanzasca sul set?

«Qualche volta. È stato rispettoso del nostro lavoro, e di grande aiuto quando ho avuto bisogno di ricostruire episodi che solo lui poteva conoscere. Un giorno, alla fine di una scena, Vallanzasca è venuto da me e mi ha detto: “Lo sai che mi stai proprio sulle palle?”. Voleva dire che ero sulla strada giusta, che vedeva Francis e non Francesco».

Diverse scene sono state girate in carcere: avete avuto contatti con i detenuti? La riconoscevano per via di Baarìa?

«Qualcuno mi ha riconosciuto, ma non per il film di Tornatore: io ho lavorato anche nel Capo dei capi (la miniserie su Salvatore Riina, ndr) e quello l’avevano visto tutti».

Stando in galera e parlando con Vallanzasca, si è fatto un’idea sulle condizioni dei carcerati?

«Un’ora prima di girare in carcere, sono entrato in una cella e ci sono rimasto da solo, per prepararmi. Le sbarre, lo spazio ridottissimo, la mancanza di cielo. Fino a quell’istante, non avevo capito che cosa significasse veramente essere reclusi: deve essere terribile anche solo per pochi mesi, figuriamoci l’ergastolo. Mi è presa un’angoscia tremenda. Poi, vicino a dove giravamo, c’erano alcuni ergastolani che ci osservavano, ma era come se nei loro occhi non passasse niente, come se fossero fuori da tutto. Quello è un mondo a parte: lì c’è la morte».

Ne ha parlato con Vallanzasca?

«No, non sapevo fino a che punto potevo spingermi».

A Palermo, lei ha mai avuto contatti diretti con la criminalità?

«Un giorno nel mio palazzo è venuto ad abitare Antonio Ingroia (procuratore aggiunto dell’Antimafia, ndr): la microcriminalità che conoscevo, furti e scippi, è improvvisamente sparita. Però ho conosciuto altre paure: auto abbandonate nei giardini, il timore dell’attentato, lo spavento. Avevo 14-15 anni, e questo mi ha fatto sentire improvvisamente privato della mia libertà, della spensieratezza di giocare a pallone».

A parte il film di Placido, ha altri lavori in uscita?

«Dovrei fare un corto con Gabriele Muccino, e ho girato una serie diretta da Gianluca Tavarelli, Le cose che restano: quasi una Meglio gioventù ai nostri giorni, dove sono un poliziotto in borghese che ha una storia con una prostituta».

Dopo tanti poliziotti e delinquenti, ci dice qualcosa sulla sua situazione sentimentale? Di recente l’hanno fotografata con l’attrice Virginie Marsan, poco dopo era al mare con Francesca Chillemi: chi è quella giusta?

«Diciamo che la mia ultima storia importante è finita quattro anni fa. Adesso coltivo la mia crescita, mi sposto molto, sono sempre in giro. In questo momento la mia casa è una valigia».

Vuol dire che nella valigia una ragazza fissa non ci sta?

«Non metterei mai una ragazza in valigia, meglio una ragazza con la valigia, che partisse con me in questa ricerca. Insomma, diciamo che al momento l’unico valore è tentare di rendere bello quello che succede, qualunque forma o durata abbiano questi incontri».

27 agosto 2010

Marina Cappa

Fonte:VANITY FAIR Style.it

LINK CORRELATI:

Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/21/non-bastano-le-lacrime-per-pagare-i-conti-che-non-tornano/

Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!

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Bel Renè, ultimo delitto di un uomo stanco



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A cena con Renato Vallanzasca


Ha lavorato fuori dalla cella per raccontare in prima persona l’uomo che è oggi. Tuttora in detenzione, è stato affidato al co-autore del libro che verrà  presentato

Ristorante Alpe di Colonno

Colonno -  Metti una sera a cena con Vallanzasca. Anteprima in giallo quella di sabato 28 agosto al rifugio alpino dell’Alpe di Colonno dove, a partire dalle 17, si potrà  discutere con il giornalista Leonardo Coen e Renato Vallanzasca del loro libro scritto a quattro mani «L’ultima fuga. Vita di Renato Vallanzasca». Per la sua realizzazione, Vallanzasca tuttora in detenzione è stato affidato al co-autore e ha lavorato fuori dalla cella raccontando in prima persona l’uomo che è oggi.

«L’ultima fuga. Vita di Renato Vallanzasca» Saggi B.C. Dalai editore

Il libro è il bilancio di una vita sbagliata, ma anche una riflessione sul confine fra bene e male, pena e colpa, scelte e destino. La storia di un bandito impegnato nella sua ultima fuga: uscire dal mito per diventare un semplice uomo condannato a rimanere solo con i propri rimorsi. Al termine della presentazione del libro e del dibattito con gli autori, sarà  possibile cenare al rifugio con i prodotti tipici dell’Alpe di Colonno.

Rifugio alpino”Alpe di Colonno”

Come arrivare: da Como si segue la strada del lago, in direzione Menaggio. Ad Argegno (15 km prima di Menaggio) si svolta a sinistra e si sale verso San Fedele Intelvi, da qui si prende per Pigra e poi lungo la «strada militare» fino all’Alpe di Colonno a 1322 mt. Contatti: 329/2297498, nello@alpedicolonno.org, www.alpedicolonno.org

Fonte: Il Giornale di Como

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“I miei anni nella banda Vallanzasca”. Rossano Cochis li racconta a Fabrizia Mutti…


SGUARDO DI ROSSANO COCHIS “NANUN” DURANTE L’INTERVISTA

«Conobbi Renato a San Vittore» dice Rossano Cochis, detto Nanun. «Ci ritrovammo fuori con qualche altro amico e nacque la “batteria”. Iniziammo a fare qualche lavoretto in banca e i giornali si inventarono la “banda Vallanzasca”. Lui però non voleva essere il leader, furono i giornali a creargli intorno quell’alone leggendario». Così iniziò la parabola di quella banda che mise a ferro a fuoco Milano (e non solo). E che si trovò davanti un avversario di tutto rispetto il “super poliziotto” Achille Serra….

Da un documentario di Fabrizia Mutti
Adattamento per Focus Storia di Marco Casali e Salvatore Laforgia

Rossano Cochis è in semilibertà dopo 27 anni di carcere. Nella banda, era il braccio destro di Renato Vallanzasca. La sua specialità, il mitra. Oggi Cochis lavora in una comunità e rientra in carcere la sera. «Da 5 anni sono in semilibertà. Perché non c’è anche Renato? In fondo abbiamo commesso gli stessi reati. Sono convinto che paghi ancora per il suo nome, che i giornali hanno trasformato in sinonimo di “genio del male”». La banda rimase in attività nemmeno nove mesi. «Ma per me» dice oggi Cochis «valsero una vita». Nell’intervista rilasciata a Fabrizia Mutti, Cochis rievoca l’atmosfera della vecchia malavita milanese.

Achille Serra è un poliziotto, funzionario e politico italiano. È stato prefetto di Ancona, Palermo, Firenze e Roma. Deputato di Forza Italia, nella XIII legislatura , dal 29 aprile 2008 al 29 settembre 2010 è stato Senatore eletto per il Partito Democratico alle elezioni politiche, carica dalla quale si è dimesso e dal 30 settembre 2010 è membro del Gruppo Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Io Sud, Movimento Repubblicani Europei)

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Rossano Cochis, braccio destro di Renato Vallanzasca racconta “Il peso dell’ergastolo” alla TV Svizzera


 

Rossano Cochis

— SONDRIO — NELLA SECONDA metà degli anni ’70 fu il braccio destro di Renato Vallanzasca, il capo della famigerata banda della Comasina. Impressionante, come riportano le cronache, il ruolino criminale della banda: omicidi, sequestri e 70 rapine in meno di un anno. «Arrivammo a farne anche 4in un giorno» racconta Rossano Cochis (nella foto) braccio destro del bel Renè che parlando di lui: «Un mito, un amico, gli voglio bene». Cochis, condannato all’ergastolo per il suo passato malavitoso da 31 anni è in carcere; in regime di semilibertà dal 2002, sta scontando la pena nel penitenziario di Sondrio. Tutte le mattine lascia la cella di via Caimi nel capoluogo e si reca a lavorare a Tirano, alla comunità Il Gabbiano, che si occupa di tossicodipendenti e malati di Aids e dove è operatore. Alla sera «alle 5, alle 9 dipende» rientra nel carcere di Sondrio.

Rossano Cochis 1978

L’ex bandito giovedì sera si è raccontato senza reticenze sulla Televisione della Svizzera Italiana nella trasmissione Falò in un un lungo servizio dal titolo «Rossano Cochis, il peso dell’ergastolo» curato da Mario Casella e Marco Tagliabue. Ha parlato del presente, si è appena sposato in Valtellina, e senza reticenze del passato, di quel banditismo metropolitano milanese di cui entrò a far parte così: «Allora facevo il rappresentante, era estate e mi trovavo sul lago con un amico che mi dice: “Facciamo una rapina in banca”. Detto fatto dopo due giorni il colpo. Non per denaro, ma per una sfida con me stesso. Allora mi attirava».

Servizio realizzato dalla TSI1 il 15.05.08 e curato da Mario Casella e Marco Tagliabue.

E ancora: «Non posso dire mi pento di quello che ho fatto, è una parola troppo grossa. Era una scelta di allora e forse non la rifarei». Camicia rossa, golf celestino, occhi azzurri, sguardo spavaldo, da duro, alla Tsi parla davanti a un caminetto fumando spesso, ma viene anche ripreso mentre si reca a lavorare a Tirano e quando è impegnato in comunità. «Se avessi una bacchetta magica riporterei in vita tutte le vittime di questa follia». Si sofferma volentieri sulla sua attività Al Gabbiano: «Accompagno 8 ragazzi a prendere il metadone, e poi li porto quando hanno bisogno di cure all’ospedale di Sondrio o a quello di Sondalo. Faccio parte di un’équipe che segue i giovani e quando ne arriva uno che ha qualche problema con la giustizia io lo capisco prima degli altri che hanno studiato, lo inquadro subito». Spiega di aver avuto soddisfazioni con qualche ragazzo, ma poi aggiunge: «Non è bello vedere in giro questa gioventù bruciata. Io non ho fatto niente di buono in passato e cerco di farlo ora». Rossano Cochis si sofferma sul sequestro della giovane Emanuela Trapani.

Servizio realizzato dalla TSI1 il 15.05.08 e curato da Mario Casella e Marco Tagliabue.

«NON LO RIFAREI, il sequestro è come stare in carcere, come me». «Non mi sono mai reputato vittima della società, ho pagato per dei reati che ho fatto. L’unica cosa che dico ho pagato troppo, 31 anni di carcere». Vite criminali parallele per Vallanzasca e il suo braccio destro Cochis che non rinnega nulla. La scorsa settimana il bel Renè si è sposato e anche Rossano, l’amico bandito condannato al carcere a vita, ha fatto l’altro ieri la stessa cosa in Valtellina. «Uscivo dalla comunità di Tirano per comperare le sigarette, ho conosciuto una donna… un’amicizia diventata amore … forte, molto. Abbiamo deciso di sposarci». Alla domanda cosa vuol dire sposarsi l’ex bandito della Comasina risponde: «Vuol dire finalmente formare una famiglia, una cosa molto, molto bella».

17 maggio 2008

Fonte: TSI1, You Tube Irene Tucci per Il Giorno (redazione che si ringrazia particolarmente per il materiale fotografico)

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L’ESCLUSIVA INTERVISTA A RADIO POPOLARE AL RE DELL’EVASIONE (1987)


due giornalisti di Radio Popolare 1987

http://www.radiopopolare.it/fileadmin/trasmissioni/maliberaveramente/vallanzaska.mp3

Fonte: Eco di Bergamo

Renato Vallanzasca evade dal carcere e da latitante concede un’intervista esclusiva a Umberto Gay. Prima di lasciare  Radio Popolare Vallanzasca sottrae la patente a un redattore, la vicenda viene ripresa in uno spot

http://www.radiopopolare.it/fileadmin/trasmissioni/maliberaveramente/spot_-_radio_di_evasione_1988.mp3

Fonte: Radio Popolare

per il materiale fotografico, si ringrazia la redazione de Il Giorno

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