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I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
LINK AI POST PRECEDENTI:
Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
Renato Vallanzasca vittima di una carneficina
E adesso passiamo alla vera notizia: Vallanzasca star del festival di Genova sulla letteratura del crimine? Specchietto per le allodole. Renato non sarà con Leonardo Coen alla presentazione del suo libro. Ma la sua “attesissima” presenza è stata la non notizia gridata in questi giorni. Eppure a chi fa quel brutto e scomodo mestiere del giornalista (o parafrasando Renato del “pennivendolo”), per garantire l’informazione piuttosto che preparare piatti, pronti a saziare, con la fama dei delitti, la fame delle vendite, sarebbe bastato poco. Una telefonata alla Casa Circondariale dove Vallanzasca risiede, agli organizzatori della gialla kermesse genovese che hanno corretto il “tiro” o al co-autore. Quel “q.b.”, insomma, che soddisfa il palato di deontologia, verità e “buon senso”, e che, con una semplice chiamata, fa la notizia “certificata”.
Fonte foto Agenzia Giornalistica Italia
Ma veterani e new entry del fantastico mondo del giornalismo, dopo aver favorito gli investitori di pubblicità, fatto le marchette e (re)impastato i fatti, hanno preferito continuare a favorire l’urlo piuttosto che la notizia. Bla, bla, bla e ancora bla irrispettosi e violenti che oltre al soggetto in questione, non hanno nemmeno tenuto conto dei familiari delle vittime che, tutte le volte, leggendolo qui e lì, rievocano le gesta di quel bandito con le quali continuano a fare i conti.
Renato Vallanzasca continua a scontare, giorno dopo giorno, la sua pena pari a un tot di ergastoli e più di qualche centinaio di anni da galeotto (senza voler essere troppo pignoli con i numeri dopo il totale degli ultimi check-out dai Grand Hotel che la giustizia italiana ha siglato).Nessuno si è chiesto perché il giudice Ceffa con il suo provvedimento, che prendeva in considerazione la buona condotta nel periodo di libertà vigilata, ha definitivamente revocato la libertà vigilata a Marco Furlan rendendolo un uomo libero? Perché, se la legge è uguale per tutti, nessuno ha scritto invece che se Furlan, condannato a 27 anni di carcere per dieci omicidi commessi dall’82 all’84, è tornato libero, forse, avrebbero dovuto pensare anche ad allentare definitivamente le catene di tanti altri?
Marco Furlan fonte Il Giornale
Furlan, laureato in ingegneria informatica, lavora per una società del settore ha forse più diritti di Vallanzasca? Insomma, anche Renè ha una condotta impeccabile e con 38 anni di carcere per la giustizia italiana è uno dei pochi, se non l’unico, modello di “serietà” giudiziaria. Come Furlan, anche Renato non è più un pericolo pubblico, ma se va a lavoro è ingiusto…Nessuno ha avuto il coraggio di gridare “la legge è uguale per tutti”…o meglio “che fine ha fatto la giustizia”? Più (in)opportuno illuminare il palcoscenico e le menti con il moralismo dei festival.
L’ennesima ed inconsapevole comparsa da VIP sul teatro della sua vita romanzata da pagine e pellicole, è stato infatti, il pasto preferito per chi, grazie al bandito numero uno, ha occupato le pagine di cronache con tanto perbenismo…eppure, ripeto, bastava una chiamata per sapere che Vallanzasca resta in carcere (o a lavoro-checché se ne dica, sempre carcere è-).
Adattandoci alle leggi del mercato vocale, gridiamo più forte. Falso o d’autore che importa, vince chi strilla di più ma forse stonando, giusto per non peccare di presunzione, si prova a dire la verità.
Da latin lover Renato Vallanzasca è passato ad essere “l’uomo oggetto”…di marketing. Una questione d’eta? Non proprio: in principio “ridotto” nel nome dalla legge che numera le “battute” per pezzo e per titolo, a “Il Bel Renè”, Vallanzasca, che vanta una ricca e variegata rassegna stampa, oggi, senza saperlo, è presente e “attesissimo” protagonista in ogni dove pur non godendo di libertà, né permessi né doni di ubiquità. Oggi, però, è anche l’uomo grazie al quale soddisfare il “desiderio” di apparire sulle pagine dei giornali o grazie al quale avere i famosi 5 minuti di fama e gloria davanti alle telecamere per fare i paladini di giustizia e morale.
Se qualche anno fa Renato Vallanzasca calcava consapevolmente la scena di crimini e aiutava a spingere la penna sulle pagine di cronaca nera nazionali, oggi, come la tradizione della “buona nomea” all’italiana vuole, basta citarlo per dare spessore a pagine, creare attesa, suscitare interesse, stuzzicare curiosità e aspettative ma, soprattutto, per dare a questa o quella personalità pubblica/politica la possibilità di calcare quelle 300 battute di polemica e visibilità. bla bla bla pronti ad imbrattare giornali che sprecano solo cortecce utili e utilizzabili, invece, con tante, forse troppe, verità che ci appartengono (come la crisi che, sebbene pessimista, riflette e fa riflettere sulla realtà reale – escamotage per il fattore vendita che con un deficit di quantità, garantirebbe comunque qualità d’azione-)
Fonte foto Agenzia Giornalistica Italia
Senza per questo volerlo dipingere come un Santo, a partire da Venezia, passando per l’Italia intera, fino a ritornare a Genova, l’”Angelo del male” continua la sua “Ultima fuga” verso una vita più o meno normale (nella misura in cui la normalità è proporzionale non già ad un “dietro le quinte” bensì ad un “dietro le sbarre”).
Comunque, Renè sta bene, ma non è del tutto fuori pericolo. La prognosi, infatti, rimane riservata ai titoli dei giornali, alle false notizie ed al numero di affluenza di pubblico a questo o quell’altro festival.
Marina Angelo
Per il materiale utilizzato si ringrazia la redazione de “Il Giorno“.
LINK AI POST CORRELATI:
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/12/ludwig-furlan-libero-definitivamente-revocata-la-liberta-vigilata/
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/22/festival-noir-a-genova-la-star-sara-vallanzasca/
Goodfellas all’amatriciana
La fine di Romanzo Criminale, forse la migliore serie mai realizzata in Italia (e già la seconda stagione è in lavorazione), serve da spunto per una riflessione sui protagonisti reali delle vicende raccontate da Sollima. In esclusiva su questo blog: ecco chi erano, veramente, Libanese, Freddo, Dandi e gli altri.
La migliore serie italiana
L’unico rischio di Romanzo Criminale – libro, film, serie – è quello di dare una dignità letteraria a personaggi che tutto erano fuorché eroi.La Banda della Magliana – che in realtà neanche era una Banda e non riguardava solo la Magliana – riassume i tratti più inquietanti dell’Italia di fine Settanta e tutti gli Ottanta. Un intreccio, mai chiarito fino in fondo, tra criminalità organizzata, servizi segreti deviati, stragi eversive, terrorismo rosso e (soprattutto) nero, Vaticano, logge massoniche e quant’altro.
Fortunatamente questo rischio è stato evitato: l’unica cosa discutibile è stato il martellante marketing quasi-celebrativo di Sky.
La serie, prodotta appunto da Sky e Cattleya, è stata la vera sorpresa televisiva del 2008. Forse la migliore serie mai prodotta in Italia. Una sorta di Goodfellas all’amatriciana, che piacerebbe a Martin Scorsese. Su questo sono concordi pubblico (400mila spettatori a puntata) e critica. Già è in lavorazione la seconda serie.
Il lavoro, diretto da Stefano Sollima, è molto aderente al romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo, che a sua volta raccontava la storia della Banda, mutando nomi di battesimo e circostanze “minori”.
Il film, pur ottimo, di Michele Placido (qui consulente artistico) era molto libero. Non era vero, ad esempio, che Libanese, Freddo e Dandi si conoscessero dall’infanzia (i primi due si incrociarono per caso, dopo il furto dell’auto di Libanese – carica di armi – da parte di uomini del Freddo: fu lì che nacque la loro alleanza per il sequestro del Barone Massimiliano Grazioli Lante della Rovere). Ed è poi del tutto falso che Freddo, prima di costituirsi, si fece iniettare l’Aids per poter fuggire all’estero, prima di morire poco prima di pentirsi – mentre è vero che si finse malato terminale, simulò di essere costretto su una sedia a rotelle e scappò in maniera carambolesca dal carcere per fuggire all’estero, da dove (Venezuela) tornò nel 1992.
Democrazia sospesa
La maniera migliore per capire la storia della Banda, oltremodo inquietante (e ciò che più fa male è il ruolo dei servizi segreti deviati), è leggere il libro di De Cataldo e guardare la serie. Che è di livello assoluto: per la regia, le musiche (la sequenza dell’uccisione del Terribile, con Tutto il resto è noia di Franco Califano, è straordinaria). Per la forza dirompente degli attori (b-r-a-v-i-s-s-i-m-i). Per la tensione, l’asciuttezza, l’adesione al vero fin nei minimi dettagli: le auto di lusso, la grettezza dei protagonisti, i Rolex, le bische, la dipendenza da cocaina, il gioco d’azzardo. Il bar dove si ritrovavano, le orge, i locali di lusso (il Jackie O’). Gli appoggi in alto.
Romanzo criminale è una serie coraggiosa, nella quale la forma si rifà al cinema poliziottesco dei Settanta, creando una sorta di riverbero efficacissimo di quei tempi. La dimostrazione che l’Italia è in grado di fare anche serie vere, non solo fiction rassicuranti (e basta con le Stefania Rocca struccate, su). Sollima, con l’aiuto di De Cataldo, nelle sue 12 ore (12 episodi) non ha raccontato che quattro anni, il quadriennio 1977-1980, dal primo sequestro della Banda alla morte del Libanese. Tutte cose che Placido era stato costretto a condensare in poco più di un’ora. Nella seconda parte ci sarà modo di sviscerare la depravazione definitiva della banda, lo spargimento di sangue per vendicare il Libanese. In calce a questo lungo articolo segnalo alcuni link e consiglio la lettura dell’irrinunciabile Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi (Baldini Castoldi Dalai).
La storia della Banda merita di essere studiata a scuola, non per innamorarsi dei criminali dai bizzarri soprannomi che l’hanno fondata, per poi portarla avanti con le consuete (e ripetitive) tecniche di malavita organizzata, ma per capire quanto in quegli anni la democrazia italiana fu “sospesa”. Secondo la Commissione stragi, negli anni Settanta la Banda della Magliana trasformò Roma in un ”crocevia eversivo, una zona grigia non ancora conoscibile nei dettagli e con indagini ancora in corso, come quella sull’omicidio di Roberto Calvi”.
Tecniche narrative: donne mancanti, morti diverse
A livello narrativo, De Cataldo e Sollima hanno deliberatamente ridimensionato il ruolo delle donne. L’unica fissa nella serie, la prostituta Patrizia, contesa da Dandi e il commissario Scialoja, è solo in parte ispirata a Sabrina Minardi (mentre non è esistito un solo Scialoja). Libanese non era scapolo – nella serie la sola donna della sua vita è la madre, che lo ripudia – ma sposato: curiosamente sua moglie si chiamava Patrizia. E ci fu almeno una figura femminile decisiva all’interno della Banda, quella di Fabiola Moretti, legata prima a Danilo Abbruciati e poi ad Antonio Mancini (Ricotta nella serie, Accattone nella realtà).
Quasi sempre sono mutate per esigenze narrative le dinamiche delle morti. Libanese non morì crivellato sotto casa della madre, ma in ospedale, dove si era recato da solo dopo l’attentato dei fratelli Proietti, ex luogotenenti del Terribile (Gemito nella serie). Lo stesso Terribile, che nella serie ha questioni personali con il Libanese (fatto inventato), non morì scovato nel suo covo tradito dal Sardo, ma in un’imboscata della Banda davanti all’ippodromo di Tor di Valle. E il Barone Rosellini (cioè Massimiliano Grazioli Lante della Rovere) non fu ucciso prima del riscatto, ma giustiziato dopo il pagamento – l’aneddoto macabro delle “foto finte” riguardò un successivo sequestrato, il re del caffé Giovanni Palombini, tenuto a lungo in frigo dopo la morte perché le foto da spedire ai familiari sembrassero ritrarre un uomo ancora vivo.
La mancanza di Abbruciati e del Falsario Toni
De Cataldo e Sollima non hanno poi dato lo spazio che in realtà ebbero a Raffaele Pernasetti (Er Palletta) e soprattutto Danilo Abbruciati (Nembo Kid nel libro).
Abbruciati fu in realtà il terzo vero leader della banda, almeno fino alla morte di Libanese; fu lui a creare i legami tra Magliana e terrorismo nero, compresi i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati (il Nero della serie). Soltanto una volta ucciso, fu sostituito come terzo (anzi secondo) leader da Dandi, accanto al Freddo. Nel libro, come poi nel film e nella serie, la sua figura viene annacquata e finisce con il confluire un po’ in Nembo Kid (uomo legato alla mafia di Pippo Calò, proprio come Abbruciati) e un po’ nel Nero (che fu invece uno dei “discepoli” portato da Abbruciati dentro la banda, Massimo Carminati).
Nella serie compare poi appena (nona puntata) il Professore Aldo Semerari, demiurgo del terrorismo nero, che offrì perizie psichiatriche false alla Banda in cambio di favori economici (la Banda riciclava il denaro dei brigatisti neri e gli prestava armi). E non è per nulla comparso Toni Chicchiarelli (Larinese nel libro), falsario specializzato in De Chirico, autore – tra le altre cose – del falso comunicato numero 7 durante il sequestro Moro, che sosteneva come il cadavere del Presidente DC (in realtà ancora vivo) fosse nascosto nelle acque del Lago della Duchessa.
Il Caso Moro
Significativo un dato, uno dei tanti. Il 25 marzo 1984, alla Brink’s Securmark, un deposito che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona, vennero rubati valori per 35 miliardi. Il colpo del secolo, dirà qualcuno. Una rapina molto strana, fatta da uomini in qualche modo legati alla Banda. Sul pavimento della banca, i rapinatori lasciarono una serie di oggetti-simbolo: una granata Energa, sette proiettili calibro 7,62, sette piccole catene e sette chiavi. La bomba Energa era dello stesso tipo usata durante l’agguato al colonnello Varisco. Le sette chiavi e le sette catene vennero lette come un riferimento al falso comunicato n. 7 delle Br sul lago della Duchessa, mentre i sette proiettili calibro 7,62 riportavano all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Nella serie si è solo minimamente accennato al luogo dove la Banda nascondeva il suo smisurato arsenale: negli scantinati del Ministero della Sanità. La scoperta del covo diede conferma che la Banda ebbe a che fare sia con la strage di Bologna sia con il sequestro Moro (nel ruolo di intermediari, tramite l’intercessione di Raffaele Cutolo, salvo poi scoprire che molti politici non ne volevano la liberazione – e a quel punto desistettero).
La Banda della Magliana avrebbe poi eseguito, in “appalto”, alcuni omicidi celebri: ad esempio quello di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, e del giornalista Mino Pecorelli. Sono ormai certi legami con la P2 (Licio Gelli era il tramite per fare affari con il Sudamerica). Come è accertato che la Banda avesse contatti con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (‘O Professore), mentre i testaccini erano vicini al boss mafioso Pippo Calò (Zio Carlo).
Qua e là De Cataldo e Sollima si sono divertiti a confondere le carte, ad esempio dando al Libanese il cognome (Proietti) che era in realtà quello dei suoi carnefici. Molti omicidi “minori”, che cadono nella serie tra decima e dodicesima puntata (Satana, i fratelli Bordini), si rifanno a esecuzioni vere, ad esempio quelle della “Scimmia” Claudio Vannicola (un concorrente di droga), Mario Loria, Sergio Carrozzi, Massimo Barbieri, Angelo De Angelis e Amleto Fabiani.
La sacra sepoltura del Dandi
La storia della Banda, ben raccontata da Gianni Flamini per Kaos Edizioni come da Carlo Lucarelli in una puntata di Blunotte, è così complessa da garantire una seconda serie ricca di spunti, incentrata come detto sul bagno di sangue con cui la Banda volle vendicare il Libanese – unico reale collante della banda, soprattutto quando la mole di soldi fece scivolare tutti i membri nel gorgo della cocaina e della dissipazione di denaro. Nella seconda serie, e forse pure terza, diventerà ancor più primario il ruolo del personaggio più viscido della Banda, Dandi, legatosi – spesso all’insaputa della banda – a mafia, poteri finanziari e Vaticano, come testimonia la sua sepoltura nella cripta della basilica di Sant’Apollinare, ufficialmente perché “benefattore” e secondo molti per un suo aiuto al Cardinale Marcinkus per la scomparsa di Emanuela Orlandi.
La storia della Banda è oltremodo ingarbugliata. Anche per questo, di seguito, segnalo i nomi dei protagonisti (quelli veri e quelli di finzione), elencandone brevemente le gesta.
Libanese – Franco Giuseppucci, detto inizialmente Er Fornaretto (suo padre – inesistente nella serie – era panettiere) e poi Er Negro per il carnato scuro. Leader e fondatore della Banda, fu lui a credere che anche a Roma si potesse creare una criminalità organizzata che andasse oltre al frazionamento delle “batterie”. Da qui l’idea della “stecca para per tutti”, cioè di una cassa comune e di uno spirito di squadra che si ispirasse a quello di associazioni a delinquere come mafia e camorra. Fino a quel tempo nessuno ci aveva mai provato, perché “Roma non vuole padroni, ha già avuto sette Re e hanno fatto tutti una brutta fine”. Fascista (aveva un busto di Mussolini in casa), inizialmente aveva accanto ai vertici della Banda Danilo Abbruciati (Nembo Kid) e Maurizio Abbatino (Freddo, il solo dei tre a venire effettivamente dalla Magliana).Er Negro era inizialmente un piccolo criminale, operava tra Testaccio e Trastevere. Vittima di un delirio di onnipotenza (che sancì la rottura con il Freddo) ben raccontato da Sollima, fu ucciso probabilmente dai fratelli Proietti in un agguato, il 13 settembre 1980. Morì in ospedale, dove si era recato da solo in auto (una Renault 5, non una Porsche) dopo l’agguato. Era appena uscito da una sala biliardo del Bar Castelletti, a Piazza San Cosimato, dove aveva giocato con il fratello minore Augusto (mai presente nella serie) e alcuni membri della Banda. Fu colpito al fianco da un solo colpo, appena entrato in auto (la sua Bmw di ordinanza era stata appena sequestrata). Ebbe la prontezza di mettere la retromarcia e fuggire prima che il suo killer, che poi fuggì in moto (Honda) con il suo complice, sparasse il secondo colpo. La ferita si rivelò però mortale.
Freddo – Maurizio Abbatino, detto Crispino per i capelli. L’unico, dei leader, sopravvissuto. Autore di molti omicidi e fughe dal carcere. Una volta finse di avere un tumore terminale, un’altra di essere costretto su una sedia a rotelle. Si è pentito nel 1992 di ritorno da Caracas. Le sue rivelazioni sono state decisive per smascherare la Banda e rivelare molti (non tutti) intrecci. Fu indotto al pentimento perché era venuto meno lo spirito di squadra della banda e per il barbaro omicidio a Roma del fratello Roberto (Gigio nella serie), torturato e trovato morto il 26 marzo 1990, otto giorni dopo la sua scomparsa. La figura femminile (Roberta) di cui si innamora, ex del fratello, è un personaggio di finzione, anche se per anni fu latitante all’estero con una compagna estranea alla Banda. Fu l’unico pentito ritenuto credibile. I precedenti – Sorcio e Trentadenari – erano stati sconfessati dal giudice Carnevale, l’Ammazzasentenze. E’ spesso definito “il Buscetta della Magliana”. Dopo di lui si pentirono anche altri membri, ad esempio Ricotta e la sua compagna Fabiola Moretti. Di fatto la Banda della Magliana muore proprio nel 1992, con il suo pentimento (fino a quel momento continuavano a susseguirsi omicidi, spesso orchestrati da Bufalo, ad esempio nel biennio 1990-91).
Nembo Kid – Danilo Abbruciati. Il vero terzo leader, per ora drasticamente ridimensionato da Sollima. Punto di contatto con la mafia di Pippo Calò, legato al terrorismo nero. Fu lui a portare dentro la banda Massimo Carminati (il Nero), che riteneva – come il Libanese – una sorta di figlio. Fu ucciso da una guardia giurata il 27 aprile 1982, mentre stava risalendo in moto, nel corso di un attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, a cui aveva appena sparato (senza ucciderlo, la pistola in un primo momento si inceppò). Questo dato conferma il legame tra Banda e caso Calvi-Banco Ambrosiano, anche se molti membri della banda – tra cui il Freddo, il più contrario (come nella serie) allo scollinamento della Banda in ambienti “politici” – non erano a conoscenza delle trame di Abbruciati. Secondo la voce Wikipedia, Nembo Kid sarebbe diventato nella serie Il Mafioso, che nel libro corrisponderebbe invece a Stefano Bontade. Secondo invece il marketing pubblicitario di Sky, sfociato anche in quattro busti “celebrativi” della Banda, Abbruciati sarebbe divenuto con Sollima il Nero. I tratti di quest’ultimo, però, coincidono pressoché integralmente con la figura di Carminati.
Dandi – Enrico De Pedis, detto Renatino. Con la morte del Libanese (non prima) e Abbruciati diventa il vero burattinaio della Banda, spesso insieme a Trentadenari. Legato a mafia, servizi segreti e probabilmente lo Ior di Marcinkus. A conferma di un suo iniziale ruolo “marginale”, al tempo del sequestro Grazioli era in carcere per reati minori. Fu tra i primi a capire che per moltiplicare il denaro non bastava la droga, investendo sul racket dell’edilizia, sulle rapine (un must del terrorismo nero), sui videogiochi e sul gioco d’azzardo. Secondo alcune testimonianze fu implicato nella scomparsa di Emanuela Orlandi. Fu ucciso in pieno centro storico, a Campo de’ Fiori, il 2 febbraio 1990, da un commando – venne apposta dalla Sicilia anche un killer della mafia – probabilmente scritturato da Bufalo, secondo il quale Dandi non si era sbattuto abbastanza per liberare lui e Ricotta dal carcere. Gli spararono da una moto, era appena uscito da un negozio d’arte (la spiata era agli assassini arrivò proprio dal negoziante). Salì sul suo scooter, che dopo la sparatoria proseguì per alcuni metri senza guida, fino a sbattere contro un muro. De Pedis è sepolto in una cripta della basilica di Sant’Apollinare, ufficialmente perché “benefattore”. Il fatto è stato scoperto dalla redazione di Chi l’ha visto? dopo una telefonata anonima. In molti sospettano che dietro il trattamento di favore riservato al killer ci siano gli strani legami intercorsi tra il Vaticano, Banco Ambrosiano e Banda della Magliana. Qualcuno sostiene inoltre che la strana sepoltura di De Pedis sia appunto legata al mistero di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana quindicenne scomparsa nel 1983. La basilica in cui è sepolto il bandito fa parte dello stesso edificio in cui aveva sede la scuola di musica dove Emanuela venne vista per l’ultima volta.
Commissario Scialoja – Personaggio di finzione, nel senso che non è esistito un solo Scialoja ma molti commissari che si sono confrontati con la Banda. Nel libro, e forse anche nella serie, alla fine Scialoja fa carriera e diviene il nuovo “Vecchio” dei servizi segreti.
Patrizia – Personaggio in larga parte di finzione, come l’amico omosessuale Ranocchia (interpretato da Fausto Paravidino, regista di Texas). Patrizia è però anche ispirata a Sabrina Minardi, legata a Dandi negli anni ruggenti della Banda e poi ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano. E’ stata la Minardi a rivelare retroscena sul caso Orlandi e sui contatti tra alcuni membri della Banda e Giulio Andreotti . Non è però esistita una prostituta legata a Dandi e al tempo stesso innamorata di Scialoja.
Scrocchiazeppi – Edoardo Toscano, detto Operaietto perché era uno che si arrabattava sempre. Nella serie si sposa nella settima puntata (quella della morte del Terribile), ospite di lusso al matrimonio Franco Califano: dato inventato, ma Califano (interpretato nella serie da un truccatissimo Fiorello) era effettivamente il musicista più amato dalla Banda. Ucciso il 6 marzo 1989 per volere e ordine di Dandi, che Toscano voleva a sua volta uccidere, ritenendolo responsabile della sua lunga carcerazione contro la quale Dandi – violando un patto interno alla Banda – non si era adoperato. Curioso anche un altro particolare. Secondo la testimonianza di Fabiola Moretti, l’ex senatore Dc Claudio Vitalone avrebbe commissionato a De Pedis l’omicidio Pecorelli. Un “favore ad Andreotti” per garantire il silenzio su aspetti compromettenti del Caso Moro. Per ricompensa, Vitalone avrebbe organizzato la fuga di Scrocchiazeppi dall’aula Occorsio di piazzale Clodio durante un processo nel 1986. A fuggire fu però Vittorio Carnovale (Carlo Buffoni nella serie). Toscano uscirà di galera tre anni dopo e sarà ammazzato. Vitalone è stato poi assolto perché l’accusa non è riuscita a dimostrare la sua colpevolezza.
Bufalo – Marcello Colafigli, detto Marcellone. Colto in flagrante con Ricotta mentre ammazzava uno dei fratelli Proietti (i killer del Libanese), non poté evitare una lunga – si fa per dire – detenzione. Bufalo e Ricotta aspettarono i fratelli Proietti in via Donna Olimpia 152, dove i due si nascondevano da mesi. Quando li videro arrivare, spararono. Con i Proietti c’erano anche mogli e figli. I due killer della Banda rimasero feriti, le urla e gli spari attirarono l’attenzione dei vicini che chiamarono la polizia. Quando arrivò, Colafigli chiese con strafottenza all’agente: “Ditemi che l’ho ammazzato, quell’infame che ha sparato a Franco mio”. Lo aveva ammazzato, Maurizio “il pescetto” Proietti era morto. Si era invece salvato (per la seconda volta) l’altro fratello Proietti, Mario “Palle d’oro”, che però non sembra aver partecipato al commando che uccise Libanese (l’altro Proietti implicato era probabilmente Fernando, ucciso nel 1982). Una volta uscito, sembra accertato che Colafigli commissionò l’omicidio del Dandi, punendolo dello scarso interesse “giudiziario” per la sua situazione. Bufalo è poi accusato di essere stato anche il mandante di altri omicidi caduti nella fase finale della Banda (1990-91).
Ricotta – Antonio Mancini, detto l’Accattone perché sembrava uscito da un film di Pasolini (nella serie si fa menzione a una sua sporadica frequentazione, in realtà inesistente, con il regista). Arrestato con Bufalo per l’omicidio di uno dei Proietti. Si è poi pentito, come la compagna Fabiola Moretti, a sua volta legata un tempo ad Abbruciati. Ha scritto un libro-confessione raccontandosi a Federica Sciarelli (Con il sangue agli occhi, Rizzoli).
Trentadenari – Claudio Sicilia detto Il Vesuviano perché veniva dal Sud. Punto di contatto con la camorra di Corrado Iacolare, Michele Zaza e Lorenzo Nuvoletta. Aveva una compagna, Claudiana Bernacchia, detta Casco d’Oro. Ucciso il 18 novembre 1991, perché si era pentito. Le sue confessioni, in larga parte vere nonostante una condizione mentale a tratti delirante, furono ritenute non credibili dal Giudice Carnevale. Alcuni hanno azzardato un parallelismo tra Trentadenari e il primo pentito di mafia, Leonardo Vitale, “l’uomo di vetro”, ritenuto anch’egli pazzo e poi ucciso.
Ruggero e Sergio Buffoni – Giuseppe (Il tronco) e Vittorio (Il coniglio) Carnovale. Fratelli. Nella serie sono uomini di Freddo che si uniscono subito alla Banda, pur non avendo mai ruoli di primissimo piano. Vittorio, nel 1986, fu protagonista di una teatrale quanto pilotatissima evasione dall’aula Occorsio di Piazzale Clodio durante un processo del 1986, anche se in realtà i patti erano quelli di fare evadere Toscano (Scrocchiazeppi). Nel libro si chiamano Aldo e Carlo Buffoni.
Fierolocchio – Libero Mancone. Altro membro originario della Banda. Faceva parte della Batteria di Aciliia-Ostia, come i fratelli Carnovale (Buffoni), Il Sorcio e il Sardo.
Il Sardo – Nicolino Selis. Punto di contatto e tramite con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nella serie tradisce il Terribile. Ucciso – probabilmente dal Freddo – il 3 febbraio 1981 perché pretendeva più potere. Il suo cadavere non è mai stato trovato. Vennero uccisi anche il cognato Antonio Leccese e l’amico Giuseppe Magliolo, che intendeva vendicarlo.
Barone Rosellini – Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Il primo sequestrato della Banda. Fu ucciso a 66 anni, nonostante il pagamento del riscatto, perché aveva visto in volto uno degli uomini di Montespaccato, di cui la Banda si servì come appoggio (nella serie vengono poi giustiziati dalla Banda, dato non vero). Sequestrato il 7 novembre 1977 e ucciso dopo il pagamento (non prima, come si vede nella serie). Il cadavere, sepolto nel Napoletano (la testimonianza è di Abbatino) non è mai stato trovato. L’idea venne data al Libanese da un allibratore di Ostia che frequentava l’Ippodromo di Tor di Valle e vestiva abiti militari (nella serie questo personaggio è Satana). Al sequestro parteciparono molte batterie, non solo quella che poi diventò la Banda della Magliana.
Er Sorcio – Fulvio Lucioli. Nella Banda era una sorta di leader degli spacciatori. Poco prima di essere ucciso dal Freddo (almeno nel libro di De Cataldo) fu arrestato. Si pentì, ma non fu ritenuto credibile dal Giudice Carnevale. L’attore che lo interpreta nella serie, Roberto Infascelli, era presente anche nel film di Placido (ma interpretava Gigio, il fratello del Freddo).
Er Puma – Gianfranco Urbani, detto Er Pantera. Nella serie è una sorta di “maestro” del Freddo, legato in maniera equivoca (e accusato più volte di tradimento) alla Banda. Di fatto era il punto di contatto con la ‘ndrangheta calabrese di Paolo De Stefano. All’inizio della undicesima puntata, sulle note dell’hit del tempo Enola Gay, suo nipote viene ucciso dai fratelli Bordini, poi a loro volta giustiziati dal Libanese.
Enrico e Maurizio Gemito – Maurizio e Fernando Proietti, detti “i pesciaroli”. Fratelli. Probabilmente i sicari del Libanese, ucciso perché responsabile della morte del Terribile (a cui i Gemito erano legati), per debiti di gioco e altri screzi (il Libanese li usava ormai come guardaspalle, trattandoli come poco meno che schiavi). La Banda, che si stava sciogliendo perché devastata da droga e mire personali, si ricompattò per vendicare il Libanese (che in realtà cominciava a essere sgradito a molti membri, a causa dei suoi deliri di onnipotenza). Maurizio, detto Il Pescetto, fu ucciso il 16 marzo 1981 da Bufalo e Ricotta, al termine di una lunga sparatoria. Fernando (detto Il Pugile) fu giustiziato il 30 giugno 1982. Il terzo fratello, Mario Palle d’oro, si salvò da due attentati nel 1980 e 1981 (quello nel quale il fratello Maurizio rimase ucciso), così come il cugino Enrico, ferito in un agguato il 27 febbraio 1980. In uno degli agguati sbagliati venne ferita una coppia di fidanzati che non c’entrava nulla (Pierluigi Parente e Nicoletta Marchesi) Il bagno di sangue costò la vita a Orazio e Mariano Proietti, figli di Enrico. Il primo morì di overdose, dopo essere stato ferito in un agguato della Banda il 31 ottobre 1980; il secondo venne ucciso il 14 dicembre 1982, si ritiene però per motivi estranei alla Banda della Magliana. La Banda uccise invece nell’81 Orazio Benedetti, collaboratore dei Proietti, e nell’83 Daniele Raffaello Caruso, ritenendolo responsabile della morte di Mariano Proietti. Questa carneficina, voluta anzitutto da Abbruciati e Abbatino, sarà al centro della seconda serie.
Er Terribile – Franco Nicolini, detto Er Criminale perché era stato più volte in carcere. Prima della Banda della Magliana controllava i maggiori flussi di droga nella Capitale. Fu ucciso in un agguato davanti all’Ipppdromo di Tor de Valle, il 26 luglio 1978. I pesciaroli Proietti lavoravano per lui. E’ vero che si oppose al Libanese, non è vero che tra i due c’erano rancori personali risalenti al loro passato, come ricostruisce la serie (l’episodio dello stupro alla ex fidanzata del Libanese è inventato). Come non è vero che venne ucciso in un covo segreto, con una pugnalata finale del Freddo per volere del Libanese.
Il Banchiere - Roberto Rosone. Vice Presidente del Banco Ambrosiano (quello di Calvi). Scampò il 27 aprile 1982 all’attentato nel quale rimase ucciso Abbruciati.
Satana – Giovanni Girlando, detto Er Roscio. Nella serie è la spia che informa il Libanese delle frequentazioni del Barone Rosellini, decisive per la preparazione del primo sequestro. Al momento della divisione della “stecca”, non accetta di far parte della Banda. Viene poi ucciso dal Libanese nella decima puntata. Nella realtà Girlando fu ucciso il 25 maggio 1990, dieci anni dopo la morte del Libanese, con un colpo alla nuca nella pineta di Castelporziano (nella serie è il cimitero dove vengono “parcheggiati” i cadaveri della Banda). Può essere che Satana sia un mix di vari personaggi realmente esistiti (ad esempio Amleto Fabiani, detto Er Vòto, ucciso il 15 aprile 1980 dopo una lite con Bufalo, come appare nella serie). E’ però vero che anche Girlando si era scontrato con Bufalo, come Pietro Sante Corsello, ucciso a sua volta il 26 marzo 1991.
Il Vecchio – Federico Umberto d’Amato. Il Gran Burattinaio dei Servizi Segreti.
Zeta e Pigreco – Agenti dei servizi segreti che interagiscono direttamente con la Banda, eseguendo gli ordini del Vecchio. Corrispondono a personaggi realmente esistiti. Libanese, nella serie, li chiama Cip & Ciop.
Ispettore Cantoni – L’umile aiutante di Scialoja.
Il Nero – Massimo Carminati. Il terrorista nero più vicino alla Banda della Magliana. Compare a partire dalla ottava puntata (una sua rapina porta all’arresto del Freddo, per via delle moto simili – Kawasaki verde – possedute da entrambi). Il marketing Sky l’ha fatto passare per la figura che si rifà a Danilo Abbruciati, ma è storicamente falso. Accusato di svariati omicidi, esperto nella fabbricazione di esplosivi, aveva il controllo congiunto per conto dei Nar del deposito di armi della Banda, negli scantinati del Ministero della Sanità (il custode era amico della Banda). Carminati vantava rapporti con esponenti dei servizi segreti deviati ed ebbe un ruolo nel depistaggio della strage di Bologna, depositando una valigia carica di armi e munizioni sul treno Taranto-Milano del 13 gennaio 1981. Spesso assolto per insufficienza di prove. Aveva legami con Licio Gelli. Accusato dai pentiti della Banda della Magliana dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, che stava per svelare scottanti retroscena (riguardanti Andreotti e la Dc) sull’omicidio Moro. Ha perso l’occhio sinistro in uno scontro a fuoco con i carabinieri nel 1981. Attualmente indagato per il furto al caveau del palazzo di giustizia di Roma del luglio 1999.
Il Professore Cervellone – Aldo Semerari. Psicanalista e ideologo del brigatismo nero. Compare nella nona puntata. Forniva perizie psichiatriche false alla Banda, utili per uscire presto dal carcere, in cambio di favori vari. Il suo gruppo si chiamava Costruiamo l’azione. Esponente della loggia P2 e in stretti legami con il Sismi. Intratteneva rapporti sia con la Nuova Camorra organizzata di Cutolo, sia con la Nuova famiglia di Umberto Ammaturo. Per questo doppio gioco fu ucciso, a 61 anni, il primo aprile 1982. Il suo corpo, decapitato, fu trovato dentro la sua auto. La testa era dentro un secchio, sopra il tappetino del navigatore. Secondo alcuni pentiti, fu ucciso dai servizi segreti deviati per tappargli la bocca sulla strage di Bologna.
Il Larinese – Toni Chicchiarelli. Non ancora comparso nella serie televisiva. Il falsario della Banda della Magliana, specializzato in De Chirico. È lui a scrivere – durante il sequestro Moro – il falso comunicato n. 7, quello che il 18 aprile 1978 annunciava che il cadavere di Moro si trova nel Lago della Duchessa. Oggi è accertato che quel comunicato fu commissionato dai servizi segreti per smuovere le acque in una fase di stallo del sequestro. Chicchiarelli viene ucciso il 26 settembre 1984. Nel corso della perquisizione della sua abitazione, la polizia trova un filmato della rapina al deposito della Brink’s e altri materiali provenienti dalle Br. Si parla anche di due polaroid di Moro nella “prigione del popolo”. Il suo commercialista Osvaldo Lai sosterrà che la rapina alla storica Brink’s Securmark gli era stata commissionata da “un membro della P2 legato a Sindona”. L’avvocato Pino De Gori, legato all’uomo politico Dc Flaminio Piccoli dichiarerà: ”E’ stato il Mossad (il servizio segreto israeliano) ad autorizzare la rapina. Era una ricompensa per il comunicato falso del Lago della Duchessa, poi però l’hanno fatto fuori”. Ad oggi non si sa chi abbia ucciso Chicchiarelli.
Il Secco – Enrico Nicoletti. Uno dei re della holding del crimine, specializzato nel far fruttare ancora di più i soldi della criminalità (non solo Banda della Magliana) attraverso spericolate operazioni finanziarie. Costruttore, amico di Giuseppe Ciarrapico e politicamente vicino a Giulio Andreotti, Nicoletti svolgeva un’intensa attività di prestiti e depositi che serve a riciclare denaro sporco. Nel mandato di cattura a suo carico, il giudice Lupacchini ha scritto: ”Nicoletti funziona come una banca, nel senso che svolge un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento moltiplica i capitali investiti dell’organizzazione”. Con l’operazione “Colosseo” la polizia sequestrò ai boss della Magliana ottanta miliardi di beni mobili e immobili. Arrestato il 24 maggio 2006 per associazione di stampo mafioso. Nella serie compare a partire dalla ottava puntata. Recentemente è stato intervistato dal Tg1, suscitando le critiche di Marco Travaglio per le domande troppo morbide dei giornalisti, tese quasi a fare di Nicoletti un martire della giustizia. Personaggio analogo a Nicoletti era il faccendiere Flavio Carboni, con cui la banda entrò nella speculazione edilizia (tra i primi investimenti del Libanese).
Botola – Raffaele Pernasetti, detto Er Palletta. Per quanto membro della Batteria Testaccio-Trastevere, come Abbruciati e De Pedis, non è per ora comparso nella serie.
Il Giudice Borgia – Fortemente ispirato al Giudice Ferdinando Imposimato. Inizialmente scettico sull’operato del Commissario Scialoja, poi collaboratore decisivo.
Il Pischello – Antonio D’Inzillo
Il Sellerone – Paolo Aleandri
Zio Carlo – Pippo Calò
Il Mafioso – Stefano Bontade
Il Cravattaro – Domenico Balducci, detto Memmo.
Il Pidocchio – Il giornalista Mino Pecorelli. Fu ucciso il 20 marzo 1979 nel quartiere Prati di Roma, poco distante dalla sua redazione. I proiettili usati, molto rari, erano del tipo Gevelot, analoghi a quelli trovati nell’arsenale della Banda della Magliana, negli scantinati del Ministero della Sanità. Nell’inchiesta sono stati coinvolti Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, tutti prosciolti nel 1991.
Ricciolodoro – Antonio Leccese.
Il Maestro – Flavio Carboni.
‘O Professore – Raffaele Cutolo.
Il Nercio – Ettore Maragnoli.
Il Tedesco – Bruno Nieddu.
Mazzocchio – Alessandro D’Ortenzi, detto Er Zanzarone.
Il Conte Ugolino – Dante Del Santo, detto Er Cinghiale.
Il Bar – Il bar-copertura più usato, vera e propria sede della Banda nella serie, era quello in Via Chiabrera. Fu lì che Bufalo e Ricotta, durante la sparatoria con i Proietti, telefonarono per aggiornare la Banda, avvertendoli che c’erano dei guai. “Lo sappiamo già”, risposero i soci dal bar. “Vi stiamo guardando in tivù, al telegiornale”.
17/1/2009
Fonte: Andrea Scanzi per La Stampa














