E’ morto questa mattina, all’ospedale San Gerardo di Monza, Sergio Bonelli uno dei più grandi editori italiani di fumetti.
Sposato con Beatrice e con un figlio Davide (responsabile marketing della sua casa editrice)appena rientrato dalle vacanze, aveva fatto una serie di esami clinici e da alcuni giorni era ricoverato. Continua a leggere
Di seguito l’ultima parte dell’intervista fatta ad Otello Lupacchini magistrato dal 1979 (QUI trovate la prima parte, QUI invece la seconda).
Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa, si è occupato anche degli omicidi del pm Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della Banda della Magliana.
In mezzo alle due terre del suo racconto, bene e male, scorre un fiume: la giustizia che trionfa o la giustizia trasportata da Caronte?
Io non parlerei né di giustizia che trionfa né di giustizia trasportata da Caronte. Anche qui la realtà non è fatta di bianco o di nero ma di tanti toni di grigio. Abbiamo visto come in realtà tutto sia reversibile: il garantismo per gli amici, il giustizialismo per gli avversari.
Talvolta poi, gli avversari diventano anche nemici e allora, Continua a leggere
Specialità di servizio: Prevenzione Generale e Ordine Pubblico.
Tatuaggio: 20CS29
Matricola P.S.: 01694
Profilo caratteriale: Tranquillo-equilibrato
Da segnalare: ottimo come cane da guardia e compagnia. Adatto a tutte le tipologie di persone.
Così finisce la carriera del cane poliziotto che ha prestato servizio nella squadra cinofili della polizia di Palermo onorando categoria e divisa.
Per Eros, a soli nove anni, è arrivato, infatti, il congedo anticipato per motivi sanitari.
Il pastore tedesco ha il pelo nero-grigio ancora lucente tanto da nascondere bene l’artrosi articolare – causa (come si legge nel “motico della riforma”) del suo prepensionamento-.
Ma se l’artrosi ha bloccato l’avanzamento professionale del poliziotto a quattro zampe non ha intaccato la sua voglia di dare e ricevere amore.
Secondo lei, l’arresto di Enrico Nicoletti dopo l’omicidio di Simmi, è un caso?
La circostanza, per chi non è addetto ai lavori, può sembrare bizzarra o, comunque, prestarsi ad interpretazioni suggestive del tipo “l’hanno arrestato subito dopo, dunque…”. In realtà, i tempi decorsi fra la richiesta, l’applicazione e l’esecuzione della misura cautelare, sono incompatibili con il breve tempo decorso tra l’omicidio Simmi e l’esecuzione della misura a carico del Nicoletti. Si può, dunque, concludere che s’è trattato soltanto di un semplice caso. Bizzarro, magari, suggestivo, ma pur sempre nient’altro che un caso.
È, per dirla con Mino Pecorelli, “un ex carabiniere, che poi cambiò casacca”. Già dagli anni Sessanta, aveva esordito come usuraio, indirizzando i suoi interessi verso imprese in difficoltà economica, così da rilevare, con modestissimi esborsi iniziali, lucrose attività commerciali ed immobili. La capacità economica così acquisita, i collegamenti con esponenti di primo piano del crimine organizzato, in particolare quelli impegnati nell’usura ai massimi livelli, e la sua indubbia notevolissima capacità operativa gli consentirono d’inserirsi nel giro dei grandi investimenti. Già dai primi anni Sessanta, erogò prestiti a Flavio Carboni, per finanziarne gli investimenti immobiliari.
Così Lance Armstrong, il ciclista tornato a vincere dopo aver sconfitto il cancro e rivale storico del campione di Cesenatico, ricorda il Pirata dopo la sua morte. Marco Pantani, recita il certificato di morte, viene ucciso a 34 anni il 14 febbraio 2004 per un’overdose di cocaina che gli ha causato un edema polmonare e uno celebrale. La droga, ha stabilito la magistratura, sarebbe stata ingerita in quantità sei volte più elevata – circa un etto – a quella mortale cioè circa un etto. Se l’è mangiata, dicono le indagini, all’interno di un residence di Rimini, “Le Rose”, di certo di qualità inferiore rispetto alle possibilità economiche del ciclista.
Perché lo avesse scelto non è chiaro, qualcuno dice che il motivo sarebbe stato che lì, a Rimini, ci sarebbe stata Christine, la giovane danese che per più di sette anni, dal 1996 fino all’estate 2003, sarà la sua compagna.
Christine non c’è a Rimini, ma Pantani decide di restare nella cittadina romagnola, dov’era giunto il 19 febbraio a bordo di un taxi da Milano, pagando la corsa più di 600 euro. Come trascorra quei cinque giorni non si sa con esattezza. E soprattutto non si sa cosa accada nelle ultime dieci ore di vita di Pantani. Ciò che invece si sa è che l’ultimo giorno chiama due volte alla reception del residence e chiede che vengano chiamati i carabinieri perché ci sarebbe qualcuno che lo infastidisce.
L’addetta alla portineria, la prima volta, glissa, ma alla seconda qualcosa la mette in allarme e allora sale nella stanza del ciclista. Dopo aver bussato, sente una risposta impastata dall’interno. Non coglie esattamente le parole che vengono pronunciate dall’interno ma tutto finisce lì. Non accade nulla.
Quando sarà scoperto il corpo, però, la stanza apparirà in uno stato disastroso: chi ha distrutto l’interno, si è dato tanta pena nella sua azione che anche le bocchette di areazione sono state divelte dal muro. Ma sulle mani di Marco Pantani non verranno trovati segni, graffi o altre ferite compatibili con una furia del genere. Accanto alla bocca del pirata viene invece rinvenuto e repertato un rigurgito, composto da mollica di pane e cocaina mentre sul collo compaiono due ecchimosi, due a destra e una a sinistra, oltre che un’escoriazione sulla fronte.
Il sospetto di chi non crede all’overdose accidentale o al suicidio è che, soprattutto a causa di quei segni a qualche centimetro dalle orecchie, qualcuno abbia afferrato Marco Pantani per la gola costringendolo a ingurgitare una dose letale di droga. Altra stranezza: all’interno della stanza non viene ritrovata alcuna traccia di coca mentre invece il ciclista ne era ormai un assuntore abituale. Possibile che tutto lo stupefacente che avesse se lo fosse inghiottito senza lasciarne qualche particella in giro?
Lo dicano le indagini, a cui si affida la famiglia. Ma l’inchiesta – a detta loro – termina subito giungendo rapidamente a una conclusione: suicidio. Eppure, insisteranno per anni i congiunti dei parenti, non sarebbero state effettuate verifiche sulle impronte digitali nella camera del residence e altrettanto mancano rilievi di tracce biologiche dal corpo e dalle mani di Pantani. Se fossero state cercare e analizzate, aggiungono i familiari, forse avrebbero condotto al dna di un eventuale aggressore.
Questi gli elementi in mano a chi ripete che il Pirata sarebbe stato ammazzato. Ma le prove di un omicidio non sembrano emergere così come un possibile movente. Anzi, per l’entourage poco raccomandabile che frequentava l’ormai ex campione negli ultimi periodi della sua vita, Pantani era più utile da vivo. Di denaro, durante la sua carriera, ne aveva guadagnato davvero molto e c’è chi sostiene che dai pusher fosse considerato una specie di bancomat, uno a cui smerciare quanta più droga possibile ricavandone il maggior profitto.
E poi c’era lo stato di abbruttimento morale e psicologico in cui era scivolato. Chi partecipò ai festeggiamenti dell’ultimo compleanno di Pantani, il 13 gennaio 2004, l’impressione che ne trasse è Pantani fosse arrivato a fine corsa davvero, che fosse in uno stato di profonda prostrazione controbilanciata da una esplicita tossicodipendenza che non si dava pena di nascondere. Anzi la esibiva sniffando di fronte agli altri e cacciando la testa dentro i sacchetti di coca da cui tirava tutto quello che poteva inalare. Un mese dopo, dunque, c’è chi non si stupisce della morte del ciclista. Una morte annunciata che non si voleva vedere avvicinarsi mascherandola dietro un’attività agonistica ancora in corso, per quanto ormai disastrosa.
Nonostante questo, Marco Pantani – sostengono i familiari – sarebbe stato ucciso due volte: se la seconda l’abbiamo appena descritta, la prima torna a Madonna di Campiglio. Torna al 5 giugno 1999, quando viene escluso dal Giro d’Italia dopo un discusso test di cui si è scritto lungamente nel precedente post dedicato al Pirata. Un test che fissava il suo tasso di ematocrito al 52 per cento, 2 punti sopra il limite consentito e 4 il livello individuato da test immediatamente precedenti e successivi. La morte peggiore, per qualcuno, rispetto a quella fisica, perché Pantani era un simbolo per il ciclismo, un idolo per i suoi tifosi. Perché dunque farlo fuori professionalmente? Chi poteva volere la distruzione morale del ciclista?
Il giornalista sportivo francese Philippe Brunel, alle telecamere di La7 dice:
Le ragioni sono politiche perché [Pantani] infastidiva i dirigenti della federazione italiana che volevano imporre dei controlli supplementari sul sangue nel Giro d’Italia. Lui si era battuto perché i corridori si sottoponessero a un unico controllo antidoping. Non voleva diventare una specie di topo da laboratorio costantemente sotto controllo.
Appena prima di quel test a Madonna di Campiglio, Pantani aveva infatti dichiarato alla stampa:
Senza voler girare troppo intorno al problema, allora, il primo giorno siamo stati sottoposti a un controllo del sangue e poi dopo cinque giorni si presenta un altro ente a rifarci i controlli del sangue… Noi siamo qua a correre in bicicletta, non a fare delle donazioni. Quindi se domani o dopodomani o in qualsiasi altro giorno si presenta il Coni a farci fare delle cose che non sono previste, i corridori non partono al Giro d’Italia.
Insomma, non le mandava a dire. Ma oltre a questo, un Pantani silurato con l’accusa di doping non aveva gran senso perché lui era anche una macchina da soldi per chi gravitava nell’ambiente del ciclismo agonistico. E qui tornerebbe il discorso delle scommesse clandestine, un giro di miliardi di lire puntati sul Pirata che potevano sbancare i gestori delle puntate illegali.
Forse, su questo punto, ci sarebbe ancora da cercare. Perché l’ultima salita – espressione che dà il titolo anche a una canzone dei Nomadi dedicata al Pirata – rimane ancora irta di passaggi oscuri.
La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco
Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.
Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.
L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.
Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.
Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.
Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.
Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.
La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.
C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.
Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.
Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta
L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».
E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.
Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.
Sul momento dichiarò:
È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.
I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:
C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.
Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.
Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
Dal sito del Corriere del Veneto, infatti, pochi minuti dopo, il commento veniva prontamente rimosso e, qualche ora dopo, venivo raggiunta da una e-mail di Andrea.
Chiariti i motivi della critica, scoprivo di essere stata scambiata per «un componente della mala del Brenta».“Mala” interpretazione frutto di un’identità numerica ricevuta loggandomi automaticamente e che non avevo, e non ho, provveduto a modificare. Successivi scambi di battute per telefono e per e-mail dopo, hanno dato vita a questa serie di domande/risposte “a freddo”.
Una Storia Criminale, Marsilio editore -5 giugno 1997 fonte La Stampa
Come nasce il tuo libro insieme al boss della mala del Brenta?…
Dopo la presentazione fuori concorso alla 67^ Mostra del cinema di Venezia, «Vallanzasca – Gli angeli del male» sarà proiettato in anteprima nazionale a Palermo. L’appuntamento è per martedì 18 gennaio, alle 21, al cinema Rouge et Noir, dove il regista e sceneggiatore Michele Placido, il protagonista Kim Rossi Stuart, gli interpreti Francesco Scianna, Filippo Timi saluteranno il pubblico in sala. A dare il volto a Renato Vallanzasca è Kim Rossi Stuart che ha definito il «bel René» «un uomo complesso, con qualcosa di misterioso» oltre che «un vero istrione».
Vallanzasca sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l’accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione. È detenuto da 38 anni. La pellicola è ambientata nel 1985, quando Renato Vallanzasca, 35 anni, è detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino.
È lui stesso a raccontarci le sue prime «imprese» adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l’inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d’infanzia, lo condurrà a divenire «il boss della Comasina». All’inizio degli Anni Settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato di Francis Turatelo ma la rapina a un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo. La battaglia con il clan Turatelo si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca. Il film è liberamente tratto dall’autobiografia «Il fiore del male» scritto dallo stesso Vallanzasca insieme al giornalista Carlo Bonini.
Otello Lupacchini, laureato in giurisprudenza e specializzato in diritto del lavoro e relazioni industriali, dopo aver esercitato per breve tempo l’avvocatura è in magistratura dal 1979. Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa, oltre ad aver istruito il processo contro la Banda della Magliana ed il c.d. Moro ter, si è occupato, fra l’altro, degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della strage brigatista di via Prati di Papa. Autore di numerosi scritti giuridici, su riviste specializzate, in tema di procedura penale, di filosofia del diritto, di diritto costituzionale, di diritto penale dell’economia e di diritto penale internazionale e della monografia Indipendenza e responsabilità della Magistratura (I ed. 1981; II ed. 1984); ha anche pubblicato, per la Koinè Nuove Edizioni,Banda della Magliana. Alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati (I ed. 2004; II ed. 2006); Il ritorno delle Brigate Rosse (2005);Dodici donne un solo assassino. Da Emanuela Orlandi a Simonetta Cesaroni(2006); nonché, per Cairo Editore, il romanzo Malagente (2009).
Alfio Krancicnasce a Fiume nel Marzo del 1948. Dopo le prime esperienze satiriche su fogli underground, inizia la sua carriera di disegnatore satirico nel 1988, pubblicando una vignetta quotidiana su “La Gazzetta di Firenze”. Nel 1990, pubblica i suoi commenti di satira politica su “Il Secolo d’Italia”. Nel 1992 viene chiamato da Vittorio Feltri prima a collaborare con “L’Indipendente” e poi, nel 1994 con “Il Giornale” dove, attualmente, pubblica una vignetta quotidiana. Collaboratore per la pagina fiorentina de La Repubblica, L’Italia Settimanale, Il Giornale di Bergamo, Oggi, Il Corriere Adriatico, La Peste e l’emittente televisiva Rai 3, Alfio Krancic ha pubblicato quattro raccolte di vignette: Matite Furiose (1994), Titanic Italia (1996), Guerre Stellari (1999) e Scherzi d’Autore (2004).
A CURA DEL MAGISTRATO OTELLO LUPACCHINI E RITOCCATE DA ALFIO KRANCIC
“Le Pillole di Lupacchini” questo il nome della nuova rubrica “Notte Criminale”, prodotta e promossa da Your Plus Communication,interamente dedicata ed affidata al Magistrato Otello Lupacchini. Per la “cura” di giustizia-informativa èla matita di Alfio Krancic che estrapolato dalla satira politica, ritocca i tratti del giudice prima di andare on-line sui canali dell’info-comunicazione (
http://www.youtube.com/NotteCriminale ,e
http://nottecriminale.wordpress.com/ ) firmandone, così, la copertina.
“Le Pillole di Lupacchini” non hanno controindicazioni e, in linea con il format scelto da Notte Criminale, possono essere “ingerite” a tutte le età proprio perché de-complessano la giustizia. Rare come le perle preziose che riflettono e fanno riflettere tutte le volte su un tema diverso, “Le Pillole di Lupacchini” verranno distribuite una a settimana. Nessuna falsa promessa di guarire l’Italia dalla mala giustizia ma, l’auspicio di educare ed informare il pubblico di riferimento che segue Notte Criminale (l’evento itineranteche si appresta a segnare Roma Milano e Venezia, per due giorni, comparando fatti e misfatti della storia criminale italiana con la formula dell’intrattenimento) e non solo.
Semplificare e spiegare articoli, commi, leggi diritti, doveri, analizzare o illustrare fatti inediti o poco discussi (sia con gli strumenti sia con il linguaggio) attraverso il “canal web” è la modalità scelta per avvicinare ed avvicinarsi ai più giovani che, per quanto riguarda i tre crimini inseguiti da Notte Criminale (banda della Magliana, banda della Comasina e mala del Brenta), hanno fino ad ora avuto un rapporto romanzato e spettacolarizzato dei fatti realmente accaduti.(come avvenuto, ad esempio con la serie di Romanzo Criminale)
La prima “pillola” riguarda “il diritto all’informazione” (o il “diritto ad essere informati”) di tutti i cittadini. Lupacchini spiegherà l’importanza della libertà d’informazione ed il perché, formalmente, non viene garantita ma assicurata dalla Costituzione Italiana.
COLPO D’OCCHIO SU:
Otello Lupacchini, laureato in giurisprudenza e specializzato in diritto del lavoro e relazioni industriali, dopo aver esercitato per breve tempo l’avvocatura è in magistratura dal 1979. Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa, oltre ad aver istruito il processo contro la Banda della Magliana ed il c.d. Moro ter, si è occupato, fra l’altro, degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della strage brigatista di via Prati di Papa. Autore di numerosi scritti giuridici, su riviste specializzate, in tema di procedura penale, di filosofia del diritto, di diritto costituzionale, di diritto penale dell’economia e di diritto penale internazionale e della monografia Indipendenza e responsabilità della Magistratura (I ed. 1981; II ed. 1984); ha anche pubblicato, per la Koinè Nuove Edizioni,Banda della Magliana. Alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati (I ed. 2004; II ed. 2006); Il ritorno delle Brigate Rosse (2005);Dodici donne un solo assassino. Da Emanuela Orlandi a Simonetta Cesaroni(2006); nonché, per Cairo Editore, il romanzo Malagente (2009).
Alfio Krancicnasce a Fiume nel Marzo del 1948. Dopo le prime esperienze satiriche su fogli underground, inizia la sua carriera di disegnatore satirico nel 1988, pubblicando una vignetta quotidiana su “La Gazzetta di Firenze”. Nel 1990, pubblica i suoi commenti di satira politica su “Il Secolo d’Italia”. Nel 1992 viene chiamato da Vittorio Feltri prima a collaborare con “L’Indipendente” e poi, nel 1994 con “Il Giornale” dove, attualmente, pubblica una vignetta quotidiana. Collaboratore per la pagina fiorentina de La Repubblica, L’Italia Settimanale, Il Giornale di Bergamo, Oggi, Il Corriere Adriatico, La Peste e l’emittente televisiva Rai 3, Alfio Krancic ha pubblicato quattro raccolte di vignette: Matite Furiose (1994), Titanic Italia (1996), Guerre Stellari (1999) e Scherzi d’Autore (2004).