Etichettato: Carlo Bonini
Acab: dal Libro al Film. Un’introspezione sulla violenza che inaugura un genere
di Simona Zecchi
La parola d’ordine è ripulire. E’ il verbo che si fa azione in questo film con l’approccio americano ma dai temi strettamente italiani.
Sono passati sei anni dagli episodi della scuola Diaz del G8 2001, evento in cui degli agenti di Polizia hanno perso l’anima e forse il senso del principio sotteso alla loro professione…continua qui
ACAB – All Cops Are Bastards: il best seller di Bonini diventa un film
di Giovanni Mercadante
Dagli scaffali delle librerie al grande schermo il passo è breve.
Succede con A.C.A.B., acronimo di ‘All Cops Are Bastards’ (Tutti i Poliziotti sono Bastardi): il best-seller scritto da Carlo Bonini (qui la nostra intervista) edito da Einaudi nel 2009 è, infatti, divenuto un film che uscirà sul grande schermo il prossimo…
…continua qui
Caro De Cataldo, purtroppo, a Roma, va ora in onda la realtà: Arrestato Nicoletti.
«Tiene molto alla premessa, Giancarlo De Cataldo, magistrato prima ancora che scrittore: “Sull’omicidio in Prati ci sono indagini in corso e bisogna rispettare il lavoro degli inquirenti. Detto questo, non parlate di Banda della Magliana. Quella è tutta un’altra storia”».
Inizia così su La Repubblica l’intervista di Giovanna Vitale a Giancarlo De Cataldo.
Nessun dubbio su quella fama di magistrato di cui godeva prima della più amplificata da scrittore ma, parlare di faciloneria, dopo aver spostato l’attenzione e l’interesse sui riflettori piuttosto che sulle dinamiche che si intersecano sui tempi del set en plen air, beh…ci passa più di una stagione.
Sarà anche un’altra storia o «una stagione che non torna più», fatto sta che questa estate, poco rovente, infatti, continua a far salire il mercurio del termometro criminale a quota 21 morti. Una città che appena dopo aver lavato l’ultima macchia di sangue, non sa che strada imboccare per trovare una soluzione a quei sampietrini che continuamente si macchiano di delitto.
Su una cosa De Cataldo ha però ragione: piccole, medie e grandi testate si sono “parate” da quella lettera immediata come un fulmine dell’avvocato di Roberto Simmi, rettificando il tiro quindi adesso tutti sanno che « la vittima non era il figlio di un componente della banda della Magliana, il padre fu assolto ed è uscito dall’inchiesta».
Detto questo, la vittima era anche stato avvertito a febbraio. Un avvertimento che non è passato inosservato come la sua morte a pochi passi da un tribunale che cerca ancora chi si “fa giustizia” alle 9.30 della mattina.
Renato Vallanzasca non è un garante ma, garantisce anche da “sospeso”.

Renato Vallanzasca entra quasi nel guinnes dei primati in fatto di degenza nelle carceri italiane e in nome di quella sana giustizia che con lui continua a far scalpore a dispetto di altri nomi e nomignoli in vendita allo Stato per dire o tacere. Protagonista in bilico tra il nero ed il rosa, resta in silenzio. Dichiarandosi colpevole per i delitti commessi da lui e dai suoi ex soci, sconta la giusta pena che, per tutti i criminali del suo calibro, dovrebbe essere inflitta, e non infranta, sempre. Ma è anche sotto questo profilo che il “Valla” diventa un’icona, un “mito”…
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
Vallanzasca: una vita in fotogrammi (1977) Parte 3
Vallanzasca all’udienza del 31 Maggio 1977 (AGI)
Vallanzasca all’udienza del 31 Maggio 1977 (AGI)
Vallanzasca all’udienza del 31 Maggio 1977 (AGI)
Vallanzasca all’udienza del 31 Maggio 1977 (AGI)
Vallanzasca, momenti di tensione all’udienza del 31 Maggio 1977 (AGI)
Vallanzasca all’udienza del 31 Maggio 1977 (Il Giorno)
Colia e la sua compagna Usutelli (Il Giorno)
Vallanzasca in tribunale per rapina (AGI)
Vallanzasca e Cochis alla sentenza del processo per la fuga dall’ospedale Bassi (Il Giorno)
Vallanzasca alla sentenza del processo per la fuga dall’ospedale Bassi ( Il Giorno)
Vallanzasca scherza durante la sentenza del processo per la fuga dall’ospedale Bassi (Il Giorno)
Vallanzasca alla sentenza del processo per la fuga dall’ospedale Bassi ( Il Giorno)
Vallanzasca alla sentenza del processo per la fuga dall’ospedale Bassi ( Il Giorno)
Si ringrazia la redazione del Giorno di Milano per la concessione delle foto
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Vallanzasca: una vita in fotogrammi (1978)
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Vallanzasca: una vita in fotogrammi (1977) Parte 1
Perchè il crimine diventa mito? vieni a scoprilo…
Vallanzasca: una vita in fotogrammi (1977) Parte 2
Vallanzasca al processo Trapani-Balconi (AGI)
Famiglia Trapani al processo (AGI)
Il padre e la madre di Vallanzasca al processo Trapani-Balconi (AGI)
Banda Vallanzasca al processo Trapani-Balconi (AGI)
Rino Balconi al processo Trapani-Balconi (AGI)
Rossano Cochis con l’avvocato Camillo Rosica ( ANSA)
Russo al processo Trapani – Balconi (AGI)
Vallanzasca al processo Trapani-Balconi (AGI)
Vallanzasca al processo Trapani Balconi (AGI)
Vallanzasca interrogato al processo Trapani-Balconi (AGI)
Vallanzasca con la madre al processo Trapani – Balconi (AGI)
Vallanzasca al processo per la fuga dall’ospedale Bassi (AGI)
Vallanzasca tra i carabinieri durante un processo (AGI)
Processo Trapani – Balconi (AGI)
La corte giudicante del processo Trapani-Balconi (AGI)
Ringraziamo la redazione del Giorno di Milano per le foto concesse
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“L’intervista” a Carlo Bonini (4ª ed ultima parte)
Lei scrive di Vallanzasca e scrive ‘Acab’, acronimo di all the cops are bastards, il suo è un tentativo per richiamare alla riflessione sullo stato e l’antistato in tempi più maturi per capire?
Io credo che per raccontare il nostro tempo esista una porta d’accesso principale: il racconto di uomini in carne ed ossa, di storie. E’ evidente che la prospettiva è sempre quella di un frammento ma, spesso, in questi frammenti, spesso si rintracciano dei percorsi collettivi. Allora l’ambizione nel raccontare la storia di Vallanzasca era anche quella di raccontare un pezzo di storia di questo Paese e sicuramente, anche la percezione che questo Paese ha avuto di ciò che potesse essere l’antistato. Raccontare Acab e quindi raccontare la storia di tre poliziotti del reparto celere, con una cultura politica di destra che improvvisamente si scoprono allo specchio rispetto ai loro servizi di ordine pubblico agli stadi piuttosto che sul ciglio di una discarica, è a suo modo anche questa la maniera per raccontare che cosa si muove nel fondo minaccioso e nero che c’è nel nostro paese.
Prima facevo riferimento alla differenza tra la violenza degli anni ’70 e la violenza di oggi. Dieci anni fa, raccontando la vicenda di Vallanzasca, avevo l’idea di muovermi all’interno di un paesaggio dove al suo orizzonte si fissavano i punti cardinali: un nord, un sud, un est ed un ovest. Ho voluto scrivere Acab, invece, perché Acab dà la perfetta dimensione di un paesaggio privo di punti cardini. In Acab, provo a raccontare una rabbia ed un odio liquido. Provo a raccontare il vulcano su cui siamo seduti, un vulcano che non ha più il pregio rassicurante di avere una faccia o una voce, allora bisogna fare un colpo di telefono al croinista di nera per raccontare come sono andate le cose ma invece, ha un aspetto apparentemente indistinto e che poi ha degli improvvisi sbocchi di violenza. Per cui un giorno scopriamo che esiste un Mario Rossi che nella sella del suo motorino ha trenta coltelli da cucina e con quei trenta coltelli se ne va allo stadio. E di quel Mario Rossi, noi non sappiamo niente perché è un nulla che improvvisamente comincia a popolare i giornali. Invece, quel Mario Rossi ha una storia. Così come noi, in un giorno di luglio di dieci anni, fa scopriamo che in una scuola elementare dove dormono dei ragazzi che hanno partecipato a delle manifestazioni del G8 di Genova, si consuma uno degli episodi di violenza poliziesca più efferato del dopoguerra e scopriamo che dei signori che vestono un uniforme da poliziotto, si possono trasformare in “Terminator”. Ed anche quei poliziotti hanno delle storie. Provare a raccontare ciò, in qualche modo, è stato lo sforzo, l’ambizione, la voglia, la curiosità di provare a non risollevare la testa su quel pozzo di cui dicevo prima. Continua ad essere una forma di osservazione del male, del nero che scorre dentro e sotto di noi e credo che (l’osservazione) sia un esercizio da non abbandonare.
Stefano Sollima firmerà, partendo da Acab, la regia per un nuovo atto ad alto rischio di mitizzazione. Secondo lei questo più che un rischio, potrebbe essere un modo per esorcizzare la paura di mettere a nudo qualcosa di scomodo?
Io di mestiere non faccio il regista. Mi piace molto il cinema ma, la parola scritta e l’immagine appartengono a due registri completamente diversi. Sicuramente quando ci si muove e si maneggiano le immagini il rischio e la forza dell’impatto emotivo è diverso. Le immagini hanno il rischio di semplificare ciò che è complesso, quindi non mi sfugge la difficoltà che Sollima avrà a tradurre in immagini quello che io ho provato a raccontare con un libro. Sollima è un uomo ed un regista intelligente e, anche attraverso i lavori che ha fatto, ad esempio con Romanzo Criminale, credo che in questo tranello non ci cadrà, anzi. Ritengo che proprio alla luce di un’0esperienza come Romanzo Criminale, sia vaccinato da questo punto di vista. Certo rimane il problema della mitizzazione anche se raccontare una cosa che esiste, non significa mitizzarla, è questo il punto: esiste già il mito di Acab negli stati italiani, esiste già la violenza o la cultura alla violenza nel nostro Paese e quindi anche nei nostri reparti di polizia. Dirlo o raccontarlo non significa farne un mito, significa semplicemente dire che questa cosa c’è e che non si può e non si deve fare finta di niente.
Alessandro Ambrosini
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“L’intervista” a Carlo Bonini (3ªparte)
Come descriverebbe la psicologia di Vallanzasca?
E’ un narciso, un uomo molto impulsivo con un’intelligenza vivacissima. Un uomo colto. Un uomo che legge, che sa parlare in italiano. E’ molto severo con se stesso, molto rigoroso. Non l’ho mai sentito autogiustificarsi, questo, probabilmente, ha a che fare anche con la sua componente narcisistica così spiccata. questo se da un lato lo ha avvantaggiato, dall’altro lo ha molto svantaggiato. Svantaggiato perché se avesse avuto una psicologia appena meno spigolosa, meno tagliente, probabilmente Vallanzasca sarebbe libero da molti anni…
“L’intervista” a Carlo Bonini (2ªparte)
Rispetto a quello di Coen, il suo libro è nato in maniera differente, in un periodo differente. Ci può raccontare come?
Il libro, è nato un po’ per caso ed un po’ no. All’epoca lavoravo per il Corriere della sera a Milano era uno di quei momenti in cui Milano per una serie di coincidenza, in città si erano consumati una serie di delitti anche abbastanza gravi in un lasso di tempo, anche molto breve. L’idea era stata quella di andare a cercare anche qualcuno dei vecchi banditi milanesi, per provare a leggere e sollecitarli a dare una spiegazione sullla nuova o ritorno della Milano nera. In quei giorni Vallanzasca era atteso a Milano era atteso per una delle tante udienze della sua coda processuale, al Tribunale di Milano. Lo aspettai, mi feci trovare nella camera d’udienza dove lui doveva comparire. Mi presentai e gli dissi il motivo per cui avevo bisogno di parlare con lui. La cosa lo stupì. Lo stupì innanzi tutto che qualcuno lo cercasse per chiedergli un’opinione sulla Milano nera e non per parlare di lui. Allo stesso tempo, rimase stupito perché la differenza d’età era tale che non capiva perché avrebbe dovuto parlare con “uno come me”, molto più giovane di lui e che non aveva vissuto la Milano che aveva vissuto lui. Insomma reagì tra l’infastidito e l’incuriosito ed ovviamente, in quell’occasione, rispose di non aver voglia di rispondere. Passarono un po’ di giorni ed io ricevetti una lettera al giornale, Il Corriere della Sera, dal carcere di massima sicurezza di Novara, dove lui, all’epoca, era detenuto in cui, tra lo scherzo e la provocazione, mi diceva “se non sei un pennivendolo, se non sei uno di questi che una volta preso un no passano oltre, se hai davvero voglia di sapere cosa penso, chi sono…chiedi un permesso e ti aspetto al carcere di Novara”. Cosa che io feci: chiesi un permesso di colloquio con renato Vallanzasca al direttore del carcere di Novara dove ci incontrammo una prima volta.
In quell’occasione chiacchierammo a lungo, chiacchierammo della Milano nera con l’accordo che io non avrei potuto utilizzare nulla di questo nostro incontro, dove alla fine, io dissi “ma non avresti voglia, visto che non ti piacciono i giornalisti, di provare a scrivere allora qualcosa di più robusto di un articolo, e provare a riprendere da capo la tua storia?” . La cosa, evidentemente, lo intrigò. Non passo molto tempo, infatti, da quando mi rispose che questa cosa voleva farla. A quel punto, cominciò questo lavoro. Un lavoro durato molti mesi. Per circa tre o quattro mesi ho viaggiato tra Milano e Novara dove avevo con lui lunghi incontri, lunghe sessioni nella sala colloqui del carcere di Novara.
Mi ricordo che portava giù delle bottiglie di fanta ed enormi portaceneri. Così cominciammo a lavorare. Il libro, nasce in questo contesto: carcere di massima sicurezza, regime di isolamento diurno, senza nessuna prospettiva in quel momento come uomo. Vallanzasca, infatti, non aveva davanti a sé una prospettiva di semilibertà. L’unica prospettiva che aveva era uscire da un regime di detenzione speciale per passare ad una detenzione ordinaria. Trovai un uomo che aveva, in qualche modo, deciso di deporre le armi. Era un uomo meno arrogante, meno aggressivo rispetto al passato. Un uomo che aveva deciso e decideva di prendere da capo la sua vita provando a ragionarci sopra…forse, anche per metterci un punto.
Raccontare, e raccontare tutto o comunque la sostanza di ciò che si è stati, di ciò che si è fatto, forse è anche un modo per provare a fare un passo avanti. E’ così che nasce il libro. Vallanzasca, all’ora non era che un detenuto sepolto in un carcere. Di lui non si parlava più sui giornali. Si è smesso di parlarne da tempo. Fu un lavoro lungo e non disturbato da urgenze immediate. Da questo punto di vista, visto il suo esito, fu un lavoro sincero per quello che posso dire. Per quello che mi è sembrato all’ora e per quello che mi sembra anche oggi a distanza ormai di dieci anni.
Quando scriveva e mentre leggeva i racconti di Vallanzasca, cosa provava? pensava alle vittime e ai familiari?
Questa è una questione che ho avuto sempre molto presente e, tanto lo avuta presente che, nello scegliere il format narrativo di quel libro, io ho tenuto distinto il racconto in prima persona di Vallanzasca dalla traccia narrativa che fa da scheletro al libro proprio perché fosse chiaro, al lettore soprattutto, che esisteva un grado di separazione tra me e la persona di cui andavo a raccontare l’esistenza. Questo non soltanto come escamotage narrativa o come forma di precauzione ma, proprio perché credo che fosse utile tanto a me, per mantenere la “barra dritta” nel rievocare eventi lontani ma comunque dolorosi per chi ne era stato vittima, che a lui perché in qualche modo, la sua irruenza ed il suo egocentrismo non finissero, poi, col mangiarsi la realtà dei fatti. Per quanto mi riguarda, ho avuto questo pensiero ben presente e, devo dire, il risultato c’è stato.
Quando uscì il libro, da parte dei familiari delle vittime, non registrai nessuna polemica che, in qualche modo mi avesse ferito. Cioè, per esempio, che il libro fosse stato irrispettoso o irriverente rispetto alla storia delle persone che, per mano di Vallanzasca, hanno perso la vita. Questo non è avvenuto. All’uscita del libro, è stato confermato che il testo non solo non fosse irrispettoso della verità dei fatti ma rispettoso, in qualche modo, anche delle vittime di quest’uomo. Senza prendermi meriti che non ho e rendendo conto anche a quel Vallanzasca di dieci anni fa, credo che non abbia contribuito all’edificazione del mito, anzi. Forse quel libro, ha cominciato un scomporre quel mito, non so se a demolirlo, perché faceva vedere di cosa era fatta quella persona lì. Per farlo, era necessario guardare e non dimenticare le vittime.
Crede ci siano dei punti di contatto tra gli anni di piombo di Vallanzasca e il periodo nero dei nostri giorni?
Io credo che ci sia una differenza fondamentale tra la violenza di Vallanzasca e la violenza delle nostre città di oggi. La violenza di Vallanzasca ed in generale la violenza degli anni ’70 e ’80 in Italia, era una violenza con un progetto. Quando dico “violenza con un progetto”, intendo dire che sia la violenza politica sia, paradossalmente, anche la violenza di strada aveva un progetto il che, non la rendeva, evidentemente, meno feroce ma, la rendeva più comprensibile. E’ chiaro che, quando si viene privati di un affetto, di una proprietà…quando si viene feriti, a volte anche mortalmente da una forma di violenza, può essere di scarso conforto che quella violenza sia più o meno comprensibile. Però se dobbiamo vederla con l’occhio di chi non è vittima ma la osserviamo con l’occhio della collettività, una violenza senza progetto è terribile.E’ una forma di violenza che getta nella paura che, alimenta, una forma di paura irrazionale. Nel momento in cui la violenza assume un lato nichilista definitivo, fine a se stessa, appunto, diventa anche difficile da capire, da curare. Ecco io credo che la differenza sostanziale stia proprio lì: l’Italia di Vallanzasca e non solo di Vallanzasca, era un’Italia percorsa da una violenza con un progetto. Persino Vallanzasca aveva in mente un’idea, quello che voleva diventare, il bandito che voleva essere, quello che voleva dimostrare al Paese. Non penso che oggi, e la cronaca ce lo dimostra, non esistono più quei banditi lì.
Oggi chi rapina, chi sequestra (ed il sequestro è una forma di crimine non più moderno), il crimine predatorio di oggi ha una carica di brutalità e di ferinità che dimostra l’assenza di un progetto e rende la criminalità così diversa da quella di allora. Mi capita spesso di seguire fatti di cronaca nera che suscitano un richiamo, l’attenzione dell’opinione pubblica. Spesso, ci si chiede “ma perché?” e altrettanto spesso chi commette questi crimini, non è in grado di darne una spiegazione. Lo stesso Vallanzasca, quando ne discutevamo nel carcere di Novara, ricordo che diceva “in fondo il motivo per cui non ho più voglia di scappare o non ho più voglia di ricominciare è perché se io provassi a ricominciare mi ammazzerebbero al primo angolo di strada, un ragazzino di 17/18 anni, mi aprirebbe la testa come una mela ed io non saprei neanche il perché”. Nemmeno lui riconosce questa violenza, il problema, infatti non è che non esiste più quel tipo di mala, ma che esiste una violenza senza progetto.
Alessandro Ambrosini
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Renato Vallanzasca l’eccezione italiana di una vita dietro le sbarre (non dietro le quinte).
Non sfuggono nemmeno alla carenza di diottrie le polemiche che, negli ultimi giorni, hanno calcato le pagine dei quotidiani nazionali avvolgendo la pellicola su Vallanzasca, in uscita domani 21 gennaio 2011 in tutte le sale italiane. Salterei volentieri qualche passaggio irrilevante, come la critica di Davide Cavallotto della Lega Nord che, pare necessiti tutte le volte dei riflettori di questo o quell’altro film per illuminarsi e, ahimè, non illuminare dispensando “saggezze” non proprio in linea per età con le storie raccontate….
“L’intervista” a Carlo Bonini (1ªparte)
Perchè oggi è stato giudicato sbagliato parlare di Vallanzasca?
Io credo che la discussione che accompagna il ritorno sulla scena di una figura come quella di Vallanzasca, non sia una polemica o una discussione nuova. Tutti i criminali, tutti i banditi, chiunque abbia “scavato a fondo” nell’immaginario collettivo di un Paese, rendendosi responsabile di crimini anche efferati, necessariamente pone un problema ad una collettività: quello di misurarsi con ciò che ha fatto o di rimuoverne il ricordo. Siccome l’Italia è un Paese che fa fatica a misurarsi con le sue pagine più complicate, a maggior ragione con le pagine nere, anche quando parliamo di un bandito nel senso tradizionale del termine. Quando poi quell’uomo torna a fare capolino sulla scena pubblica, volente o nolente, perché ad esempio gli vengono concessi dei benefici carcerari, quindi esce dopo trent’anni da un carcere o perché viene pubblicato un libro o perché viene fatto un film, ci troviamo in un Paese che non è abituato a misurarsi su ciò che è stato, con se stesso con le proprie contraddizioni, con i propri lutti, il Paese reagisce, spesso, in modo scomposto.
Talvolta comprensibilmente altre volte, per pura convenienza, per senso comune e quindi “è meglio non parlarne”. Da questo punto di vista, Vallanzasca, non è un’eccezione. Nella storia recente del nostro Paese, non ricordo discussioni che hanno accompagnato l’uscita dal carcere, il ritorno sulla scena pubblica, sia pure temporaneamente, di uomini che si sono resi responsabili di reati anche molto gravi, che non abbia avuto questo segno. Indice che, secondo me, ha una forte controindicazione: non aiuta quasi mai una discussione serena su ciò che è stato e, quindi, non aiuta quasi mai questo Paese a costruire una memoria collettiva condivisa.
Quando e perché i criminali diventano mito?
Data una premessa cioè che il male esercita da sempre su chiunque una forma di profonda attrazione, il male attrae anche e soprattutto chi è incapace di farne perché in questo modo lo si esorcizza, guardare in fondo al male è un modo per vaccinarsi. Questo il motivo per cui la cronaca nera, i fatti di sangue, anche quelli apparentemente meno controversi o antropologicamente o socialmente meno ricchi di spunti, attraggono molto l’attenzione dell’opinione pubblica. Detto ciò e tenendo a mente questa premessa, un criminale, un bandito, un assassino, diventa un mito nel momento in cui attorno a quest’uomo o questa donna si coagulano sogni, aspettative, ricordi, memoria di un pezzo del Paese.
Aldilà di quanto quel singolo criminale in effetti è stato, noi parliamo di Vallanzasca e nel suo caso, egli è uno di quegli esempi in cui intorno alla figura di un uomo, spesso aldilà delle sue intenzioni o con la sua consapevole complicità, intorno a ciò che lui ha fatto, si è coagulata una proiezione collettiva che ne ha fatto quello,poi, che lui è oggi tanto che, mi è capitato più volte di pensare, anche nel raccontare la sua storia, che Vallanzasca sia prigioniero del suo mito, anche aldilà del narcisismo con cui lui stesso per lungo tempo ha coltivato quella sua immagine pubblica. C’è però, secondo me, un dato oggettivo: un bandito può diventare un mito nel momento in cui nella sua storia, nel suo modo d’essere, nel suo modo di proporsi all’opinione pubblica, precipitano dei modi d’essere, dei costumi, un modo di sentire di un pezzo del Paese; oppure quando sulla storia criminale di uomo viene proiettato un desiderio inespresso di un pezzo di società.
Nel caso di Vallanzasca questo è avvenuto. Se uno ritorna indietro e ripensa a cos’era l’Italia nella prima metà degli anni ’70, era un Paese che usciva reduce dagli anni del boom, stava per infilarsi sul sentiero buio di una stretta economica, la società che cambiava rapidamente nei costumi, nel modo d’essere, nel modo di pensare, improvvisamente appare questo bandito “guascone” che sconvolge e rompe i riti della vecchia mala milanese, che ha un modo molto moderno di commettere crimini, che sfida sul piano di una nuova modernità i mezzi di comunicazione, i vecchi cronisti di nera, i vecchi marescialli, le questure, le caserme dei carabinieri.
E’ per questo che intorno alla sua figura, Vallanzasca finisce, consapevolmente o inconsapevolmente, nel diventare un magnete che attrae queste spinte e finisce con l’essere una delle rappresentazioni, uno dei quei volti del nostro Paese, e nello specifico, della Milano dei primi anni ’70. Una Milano che comincia a conoscere le bische, il gioco d’azzardo, i soldi facili, le belle macchine, che esce dalla dimensione anche pubblica castigata. Vallanzasca è eccessivo anche nel presentarsi, nel vivere. La sua vita è un eccesso continuo e questo fa sì che la sua storia criminale diventi una storia criminale assolutamente “eccentrica” rispetto a quello a cui il paese è abituato.
Quanta colpa per questo continuano ad avere i media o i “Pennivendoli” come li chiamava Vallanzasca?
I media nella costruzione dell’immagine e del personaggio Vallanzasca hanno svolto un ruolo fondamentale. Anche Vallanzasca gioca con i media. Li disprezza ma allo stesso tempo forse è uno dei primi banditi italiani che comprende la straordinaria potenza di una dimensione mediatica del crimine. Vallanzasca si diverte a chiamare i cronisti di nera che scrivono male di lui, a correggere articoli che ricostruiscono una rapina piuttosto che un sequestro. Vallanzasca trova il tempo dopo la sua ultima rocambolesca fuga dall’oblò dal porto di Genova, mentre sta percorrendo la strada che lo porta alla sua ultima tappa da uomo libero verso Trieste, verso Fiume, di fermarsi e di telefonare a Radio Popolare che sta facendo una diretta sulla sua fuga, per interloquire al telefono con il moderatore, quindi è vero che lui nutre nei confronti del lavoro della stampa un profondo disprezzo, perché quasi tutti i banditi vedono nei giornalisti delle mezze guardie.
Questo rende il giornalista ancora più spregevole perché non è una guardia ma una mezza guardia quindi in qualche modo il peggio del peggio, cioè al giornalista non viene riconosciuta autonomia di giudizio, è poco più che una buca delle lettere, delle veline della questura ma, Vallanzasca, proprio nella consapevolezza della potenza dello strumento dei media decide in qualche modo anche lì di rompere il gioco ponendosi come interlocutore diretto, anziché farti raccontare di me da chi mi dà la caccia te lo racconto io chi sono e, anche questo è un altro dei tratti della modernità del bandito Vallanzasca che per altro, contribuisce nel periodo in cui si rende responsabile dei reati che tutti conoscono, a gonfiarne l’immagine pubblica e fargli superare progressivamente quella linea sottile che separa una figura reale da in una figura mitologica.
Mi è capitato, scrivendo il libro con lui, che mi abbia fatto vedere le lettere che riceveva in carcere dalle sue ammiratrici, dove si coglie la percezione, assolutamente fuori dalla realtà che quell’uomo era riuscito a proiettare all’esterno, questo grazie però ai “Pennivendoli” che gli rendono un servizio straordinario cioè farlo diventare quello che altrimenti non sarebbe stato.
Alessandro Ambrosini
continua…
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Un assassino troppo bello
La Lega contro il film su Vallanzasca girato da Michele Placido: è da boicottare Da venerdì nelle sale «Gli angeli del male» con Kim Rossi Stuart e Valeria Solarino
Riesplodono le polemiche per il film «Vallanzasca Gli angeli del male» di Michele Placido, alla vigilia della sua uscita nelle sale (venerdì prossimo). Il deputato della Lega Davide Cavallotto invita addirittura a boicottare il film di Placido che definisce un «cattivo maestro» perché «è salito in cattedra per elevare a eroe lo spietato assassino. Utilizzare giovani e affascinanti attori allo scopo di sdoganare l’immagine di personaggi che dovrebbero cadere nell’oblio per i crimini commessi – per Cavallotto – è un insulto alla memoria delle vittime e una crudeltà verso i loro parenti. Adesso ci mancava solo la madre di Vallanzasca a chiedere la grazia per il figlio al Capo dello Stato». Di contro, Antonella D’agostino, compagna di Vallanzasca dal 1996 e dal 2008 sua seconda moglie (interpretata al cinema da Paz Vega) replica: «Ma quale trasformazione in eroe? Ma l’hanno visto il film? Mio marito dal film di Placido viene fuori molto peggio di quello che è stato. Invece di boicottare questi politici farebbero bene a documentarsi prima di parlare».
Mentre per Giuseppe Giulietti di Articolo 21, «ogni spettatore darà ovviamente il suo giudizio sul film, ma non è tollerabile che Michele Placido, un regista ed un artista di grande sensibilità umana e professionale sia aggredito in questo modo e con queste parole». Già fuori concorso al Festival di Venezia, la pellicola vanta l’incisiva interpretazione di Kim Rossi Stuart, che ha anche partecipato alla stesura della sceneggiatura scritta da Placido insieme con Andrea Purgatori. Lo script si rifà ad articoli, testimonianze, ma soprattutto a due libri, l’autobiografico «Il fiore del male. Bandito a Milano» di Vallanzasca e «Lettera a Renato» scritto dalla moglie Antonella D’Agostino. È il 1985 quando Renato Vallanzasca, 35 anni, è detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. Da qui racconta le sue prime imprese adolescenziali che gli costeranno la prima reclusione in un carcere minorile e l’inizio di una carriera criminale che lo trasformerà nel «boss della Comasina». La Milano degli anni Settanta è il regno di Francis Turatello (Francesco Scianna), detto «faccia d’angelo», ma l’irrompere di Renato Vallanzasca e della sua banda cambia lo scenario. Tra rapine e bottini, il bel René si dà alla bella vita, incontra Consuelo (Valeria Solarino) con la quale avrà un figlio e che gli resterà accanto fino all’evasione da San Vittore. La latitanza di Vallanzasca è costellata da altre rapine ed omicidi. Tra prigioni e fughe, il bandito si dichiarerà ad Antonella, sua amica d’infanzia, e la sua libertà terminerà con il definitivo arresto, verso la fine degli anni Ottanta. Vallanzasca sta ora scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l’accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione.
È detenuto da 38 anni. Michele Placido, dopo il film sul ’68 dove spicca la personalità del giovane poliziotto che egli era all’epoca, ha ora trasformato Rossi Stuart in un Vallanzasca consapevole del proprio fascino, sospeso in uno sguardo poco distaccato nei fatti e accecato dall’adrenalina che esplode per oltre due ore di proiezione. In particolare, nell’ultima scena sembra che Placido (magari senza volerlo in modo premeditato) faccia diventare il bel René un simpatico (ma feroce) bandito. Vallanzasca/Stuart appare sul grande schermo bello, accattivante, con l’amore per la battuta, persino quando imbraccia un mitra, buca ogni inquadratura con la sfrontatezza e l’arroganza di un’autentica star del male. La rivalità con Turatello (interpretato da Filippo Timi), l’ombra della camorra e della mafia, i tradimenti dei fedelissimi restano sullo sfondo quasi fossero elementi di poca importanza. Allo stesso modo, non vengono approfondite le alleanze come quella con Francis, nemico di sempre, con il quale (nel film) giunge ad un accordo frettoloso e per questo poco credibile nel cortile di Rebibbia, svuotato dagli altri detenuti. Su tutto domina Kim: tra belle donne, lusso sfrenato e fiumi di droga, il protagonista con la sua interpretazione riesce a catturare l’attenzione dello spettatore in una trama inevitabilmente prevedibile.
Dina D’isa
Fonte: Il Tempo
Cinema, «Vallanzasca – gli angeli del male», anteprima nazionale a Palermo
Dopo la presentazione fuori concorso alla 67^ Mostra del cinema di Venezia, «Vallanzasca – Gli angeli del male» sarà proiettato in anteprima nazionale a Palermo. L’appuntamento è per martedì 18 gennaio, alle 21, al cinema Rouge et Noir, dove il regista e sceneggiatore Michele Placido, il protagonista Kim Rossi Stuart, gli interpreti Francesco Scianna, Filippo Timi saluteranno il pubblico in sala. A dare il volto a Renato Vallanzasca è Kim Rossi Stuart che ha definito il «bel René» «un uomo complesso, con qualcosa di misterioso» oltre che «un vero istrione».
Vallanzasca sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l’accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione. È detenuto da 38 anni. La pellicola è ambientata nel 1985, quando Renato Vallanzasca, 35 anni, è detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino.
È lui stesso a raccontarci le sue prime «imprese» adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l’inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d’infanzia, lo condurrà a divenire «il boss della Comasina». All’inizio degli Anni Settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato di Francis Turatelo ma la rapina a un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo. La battaglia con il clan Turatelo si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca. Il film è liberamente tratto dall’autobiografia «Il fiore del male» scritto dallo stesso Vallanzasca insieme al giornalista Carlo Bonini.
Fonte: Corriere del Mezzogiorno, Italpress
13 gennaio 2011
2011:Essere, fare, informare
Quando abbiamo iniziato questo progetto, nessuno dello staff pensava a risultati così lusinghieri in termini di audience. Per questo, è doveroso ringraziare ognuno di voi: GRAZIE. Da quando è nato il nostro blog ( 26 Luglio 2010) abbiamo avuto oltre 250.000 visite uniche con picchi giornalieri di 7.000/8.000 persone. Il crimine, quindi, in senso generale, è ancora oggi, uno degli argomenti più cliccati ed in grado di produrre più contenuti (anche nel mondo dei rotocalchi italiani). In questo spazio di informazione noir, che sui media molte volte travalica nella più triste forma di trash, abbiamo deciso di trattare argomenti (Banda della Magliana, Banda della Comasina, Mala del Brenta) che si potrebbero definire dei “cold-case” e che, ancora oggi, scottano. Fatti, avvenimenti e delitti trattati e ritrattati ma che, pare, continuino ad incepparsi da qualche parte, come, verosimilmente accade in una pellicola. Tornado indietro alla ricerca di quei “perché”, vecchie e nuove domande, rivelazioni, scoperte, riprendono vita e, insieme ad altre verità sottaciute e nascoste, ridanno, ancora una volta, e per l’ennesima volta, un nuovo senso alla ricerca…
Rossi Stuart,Vallanzasca? Un uomo nuovo
L’attore a Panorama parla del personaggio de Gli angeli del male
”Renato Vallanzasca? Oggi e’ un uomo diverso dal pazzo assassino di un tempo. E se esiste la certezza della pena, lui ne e’ l’esempio”. E’ quanto afferma Kim Rossi Stuart in un’intervista, sul numero di Panorama in edicola da venerdi’. In Vallanzasca – Gli angeli del male, film diretto da Michele Placido che sara’ in sala dal 21 gennaio, Rossi Stuart interpreta proprio il famoso bandito che insanguino’ gli anni Settanta e che lascio’ sull’asfalto diversi membri delle forze dell’ordine.
Fonte: Ansa
Buone Feste!
Alcuni fatti di cronaca e cultura che hanno segnato l’Italia
Notte Criminale: tu cosa cerchi oggi?
L’INTERVISTA ad Emanuela Piantadosi Presidente Vittime del Dovere: la “doverosa” premessa per anticipare l’esclusiva Notte Criminale
Notte Criminale è instancabile nel cercare la risposta al “perché il crimine diventa mito”. Lo fa senza giudizi o pregiudizi ma facendosi, legittimamente ed umanamente, delle opinioni su ciò che vede, sente o, quando proprio le tenebre sembrano voler nascondere, intravede. Ambisce all’obiettività e all’essere sopra le parti ma, si accorge di essere umana e, proprio per questo, dà voce a tutti coloro i quali hanno incrociato, direttamente o indirettamente, nel proprio cammino, purtroppo o per sfortuna, il crimine.
Misfatti che, sebbene abbiano fatto arricchire criminali e bande, hanno sempre e comunque devastato vite, a volte eliminate ma, sempre e comunque, hanno disintegrato quelle di chi era, è ed è rimasto legato alle vittime di “guerre criminali”. Guerre spesso senza perché, guerre sancite all’interno di un gioco delle parti, quelle delle vittime e quelle dei carnefici. Ruoli che, come per un mazzo di carte, vengono a piacere mescolati e, magari, anche giustificati con la parola “libertà”.
La stessa che sancisce i confini invalicabili tra mio e tuo; la stessa che, pur di scappare alle manette e fuggire dalla cassa per pagare il conto, fa vincere la prima mano di un ignobile partita all’assassino ma, nei casi più fortunati, tra buoni e cattivi, proprio come il copione del criminal – show imposto negli ultimi tempi, rende onore ed omaggio alla giustizia.
Sebbene il tutto sembra avere i contorni più o meno sbiaditi della trama di un vecchio film poliziottesco a “pro” di bene (a seconda dei punti di vista o di osservazione), ora e per tutto il corso di “Notte Criminale” si è parlato, si parla e si parlerà di quella realtà comune a tutti o quasi, quella realtà che racconta di uomini in prima linea che, dalla parte del bene e dalla parte del male, si sono scontrati e, senza alcuna controfigura, con un clik, nettamente diverso da quello di un telecomando, si sono spenti.
Certo è che il battito del loro cuore muto e silenzioso, scandisce come un metronomo ancora la vita e i ricordi di familiari, amici e conoscenti che oggi come ieri, non dimenticano ma, al contrario, fanno fatica a dimenticare.
Notte Criminale, per rendere onore e preservare la memoria dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate, caduti o feriti nell’adempimento del loro dovere, sacrificando la vita per servire la Nazione, è andata presso la Casa del Volontariato di Monza ad intervistare Emanuela Piantadosi, Presidente Vittime del Dovere.
Inutile dire che aver preparato l’intervista è servito a ben poco, perché questa volta l’interlocutore non aveva nulla a che fare con autori, scrittori, registi o attori. Nessuna interpretazione da copione se non quella del ricordo ancora vivo come l’angoscia di un dolore vissuto sulla propria pelle a spese…del cuore. Vivo non solo in Emanuela e nella luce che illumina ancora oggi i suoi occhi. Occhi di gente che continuano a non trovare rassegnazione né mai hanno solo pensato di poter spegnere il luccichio della speranza.
Occhi alimentati dalla rabbia a pochi giorni dopo la presentazione de “Gli angeli del male” a Venezia, discutissimo film di Michele Placido sulla vita di Renato Vallanzasca, lo stesso uomo che sta scontando le sue colpe in galera e che, non ha mai smesso di raccontare, raccontarsi e far parlare di sé. Il caso… e non un caso qualsiasi.
Già perché il bel Renè, etichettato in questi termini dalla stampa di ieri e di oggi ( vuoi per farlo rientrare brevemente, con il suo nome, in titoli che si allungavano come la macchia che sporcava la sua fedina penale, vuoi per compiacere la bellezza che l’ha accompagnato durante i suoi anni d’oro di una Milano di piombo) un caso speciale, lo è sempre stato.
Anche adesso che paga giustamente il suo debito all’interno di un’Italia dove, pure la giusta pena o il giusto “scontato”, sembrano essere l’eccezione, e non la regola, per tutti i criminali che, pur stando con entrambe le scarpe dentro ai crimini più crudeli, sono fuori da quelle sbarre che la “libertà” giocata nella battaglia con la giustizia, la farebbero solo intravedere.
Emanuela, figlia del maresciallo dei carabinieri, Stefano Piantadosi (ucciso da un ergastolano in permesso premio fermato per un controllo), e alla guida della onlus, non vuol essere ripresa, quindi niente telecamere, niente video-intervista, almeno non ora, non adesso, non al primo incontro. Una richiesta che va rispettata, insieme al dolore che trasuda da tutti i pori, dagli occhi che, mi scrutano cercando fiducia ma che ogni tanto tradiscono la forza a cui sono stati abituati per sopravvivere facendosi più brillanti o dal timbro della voce che, raccontando un tempo mai troppo lontano, trema ma non cede.
Non cede no, così come non lo ha fatto durante questi anni. Anni in cui, con la stessa tenacia ha lottato e continua a combattere, purtroppo, non solo con le vecchie ferite ma, anche con quelle più nuove, inaspettate o insospettabili.
Ferite che si aprono tutte le volte che si scrive un libro, si produce un film, tutte le volte che Renato Vallanzasca (nel “caso” specifico), semplicemente perché va a lavoro, fa discutere e, tutte le volte che si ritrova a lottare anche, e non solo, contro uno Stato che discrimina le pallottole capaci di uccidere.
Già, a quelle piaghe ormai esistenti, se ne aggiunge un’altra che brucia come fosse sale sulla ferita mai chiusa né, pare, capace di “saldare i conti” con lo Stato nemmeno con la vita…
…continua
Marina Angelo
NOTTE CRIMINALE: COMUNICATO STAMPA N°1
A ROMA, MILANO E VENEZIA, TRA REALTA’ E FINZIONE, IN MEZZO SI COMUNICA CON IL CODICE CRIME-SCRIPT DI “NOTTE CRIMINALE”
http://nottecriminale.wordpress.com, http://www.youtube.com/NotteCriminale, http://www.facebook.com/nottecriminale
…Perché il crimine diventa mito?
Your Plus Communication, riavvolge le pellicole criminali e, a ritroso nel tempo che è ed è stato, compara alla verità romanzata, la realtà. Lo fa con un nuovo codice d’evento, il “crime-script”, e si identifica in “Notte Criminale”: l’unica tipologia d’evento che, da febbraio, approfondirà a Roma, Milano e Venezia i crimini e le criminalità che hanno macchiato strade, spezzato e condizionato vite, impegnato forze dell’ordine e uomini della giustizia, fatto registrare perdite in termini di esistenze e di rallentamento dell’economia. Notte Criminale, inter-calata nella sottile linea che separa la realtà da quella più colorita di editoria e cinematografia, è il file rouge che unisce costume (e mal costume), mode e musiche della società italiana degli anni ’70 e ’80, per accompagnare, tenendo viva l’attenzione, l’ascolto e la lettura di documenti, notizie, inchieste e foto. Materiali che, a partire da febbraio, saranno l’humus del suo trasformarsi in evento 3×2 ovvero: 3 “città criminali”(Roma-Milano-Venezia) per 2 giorni.
Your Plus Communication ne percepisce l’interesse su http://nottecriminale.wordpress.com, http://www.youtube.com/NotteCriminale, http://www.facebook.com/nottecriminale e, per aprire il dibattito spettacolarizzato a ritroso nel tempo e maturare in “l’evento”, sceglie l’“infotaintment” come traduttore del parallelismo vero/falso. Così, a febbraio, nelle location d’eccezione, mentre tg e gr “originali” lanceranno le notizie di cronaca nera, cantanti e band, sulla cruna dell’ago “critica”, faranno da colonna sonora per le vie della “dolce vita” romana a cui, Rino Barillari, ha rubato attimi di un tempo lontano e (nel bene e nel male) mai dimenticato. Le voci dentro e fuori dal coro “Notte Criminale” che narreranno vicende maledettamente vere, oltre a quelle di attori e registi, saranno quelle di: Carlo Bonini, de La Repubblica, Giovanni Bianconi, de Il Corriere della Sera, Monica Zornetta, scrittrice e giornalista, Otello Lupacchini, giudice e scrittore.
L’intreccio tra verità e finzione, piuttosto che spettacolarizzare la cronaca nera, viene così scrutato da un altro punto di vista, quello della ricerca, delle domande e delle risposte possibili ed impossibili di “Notte Criminale”. L’obiettivo, tanto ambizioso quanto plausibile, è, infatti, quello di educare, prima di formarsi un’opinione sulla base dei concetti “giusto/sbagliato”, alla lettura dei fatti e delle pellicole.
Per questo, il codice del “crime-script”, invertendo la formula 3×2 in 2×3, raddoppia l’interesse sulle due giornate focalizzandole in 3 momenti principali: la sera del primo giorno, viene dedicata al crimine di riferimento della città che, purtroppo, lo rappresenta. Il secondo giorno, invece, si sdoppia in due momenti: la mattina con e per le scuole, precedentemente selezionate, sarà momento di dibattito insieme a sociologi e professionisti della comunicazione, sul “perchè il crimine diventa mito?” (validando o invalidando così, ad esempio, le accuse di emulazione criminale). La sera della stessa giornata, invece, i protagonisti sono i crimini delle altre due città (partendo da Roma il focus del primo giorno sarà sulla banda della Magliana; il secondo si dividerà per le scuole, la mattina, e, per un pubblico rigorosamente selezionato, nella notte della Milano di Vallanzasca e del Veneto di Maniero…).
Per informazioni:
Your Plus Communication s.r.l.
Via Guglielmo Albimonte, 11 – 00176 Roma
Ph: 06.64.80.00.93
contact@yourpluscom.com
http://www.yourpluscom.com
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/12/10/le-pillole-di-lupacchini/
L’INTERVISTA. UN’ESCLUSIVA NOTTE CRIMINALE
Seguite le esclusive interviste Notte Criminale sul canale You Tube: http://www.youtube.com/NotteCriminale
Supereroi contro Supercattivi. XL di Repubblica racconta….
LE COPERTINE
L’Editoriale
Supereroi contro supercattivi. Sono loro i protagonisti delle due copertine di XL di novembre rispettivamente dedicate al 75esimo anniversario della DC Comics e alla seconda e ultima stagione della serie tv Romanzo Criminale.
Per festeggiare il compleanno della casa editrice di Superman, Batman & Co., XL ha ripercorso la storia dei supereroi in Italia tra censure fasciste e proteste anti Usa e pubblica in esclusiva la testimonianza dell’ex presidente della Dc Comics, Paul Levitz, che racconta l’epopea dei suoi eroi anche attraverso alcune tavole significative.
E per concludere le celebrazioni XL invita i suoi lettori al festival Lucca Comics & Games dove il magazine di Repubblica, all’interno del suo stand, ospiterà tra gli altri anche i disegnatori italiani dei supereroi Usa.
Dai paladini del bene a dei veri cattivi: alla vigilia della messa in onda della seconda e ultima stagione della serie più cult d’Italia (e non solo), Romanzo Criminale, ispirata alla vera storia della Banda della Magliana, XL è andato sul set per incontrare il Freddo, il Dandi e il resto del cast.
E l’autore del romanzo che ha dato il via alla saga prima cinematografica e poi televisiva, Giancarlo De Cataldo, ha scritto in esclusiva per XL la vera storia dell’organizzazione criminale che per anni ha insanguinato Roma.
XL a Venezia ha incontrato e intervistato uno dei protagonisti della serie, il Freddo Vinicio Marchioni, che ha ricevuto una menzione speciale alla Mostra del Cinema per la sua interpretazione in 20 Sigarette, il film di Aureliano Amadei, uno dei superstiti della strage di Nassiriya, che racconta la sua storia.
Alessandro Roja: Il Dandi
I protagonisti della nuova stagione
Il Cast del nuovo film di Placido: Vallanzasca- Gli Angeli del Male
Fonte: Xl di Repubblica
Notte Criminale waiting for…
Vallanzasca-Gli angeli del male, rinviata l’uscita a gennaio 2011
Spostata la data di uscita del nuovo film di Michele Placido, Vallanzasca gli Angeli del male, presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2010. La pellicola sarebbe dovuta arrivare nelle nostre sale a Natale il 17 dicembre 2010. Invece, dando uno sguardo al listino della 20thCentury Fox apprendiamo che il film esce il 21 gennaio 2011. La pellicola racconta la vita di uno dei banditi più noti della storia italiana, Renato Vallanzasca, dai primi crimini insieme ad un gruppo di amici di infanzia, alle rapine, fino agli omicidi: è tratta dall’autobiografia scritta da Renè insieme a Carlo Bonini, “Il fiore del male”.
Qualche polemica ha accompagnato la presentazione al Festival di Venezia di Vallanzasca, gli Angeli del Male, ultimo film dell’attore e regista Michele Placido.
La pellicola è infatti dedicata (ma non in senso apologetico) al “boss della Comasina”, Renato Vallanzasca, concentrandosi su quello che accadde negli anni Settanta, quando il protagonista ingaggiò una dura battaglia col “bandito”, capo della mala fino ad allora incontrastato, Francis Turatelo.
Eccovi il cast completo del film che riunisce parte de “la meglio gioventù” del cinema italiano: Kim Rossi Stuart, nei panni del protagonista, Valeria Solarino, Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna, Gaetano Bruno, Paz Vega, Nicola Acunzo, Stefano Chiodaroli, Lino Guanciale, Paolo Mazzarelli, Federica Vincenti, Monica Barladeanu, Lorenzo Gleijeses, Gerardo Amato, Adriana De Guilmi.
Fonte: Viva Cinema
Notizie dal mondo criminale…prossimamente
NOTTE CRIMINALE STA ARRIVANDO
Anche i Negramaro tra gli Angeli del Male
“ A breve i Negramaro torneranno ad essere protagonisti dello scenario rock italiano con un nuovo album, dal titolo ancora ignoto, che uscirà a novembre, preannunciandosi come uno dei dischi più attesi dell’autunno.
La band, intanto, si è cimentata con una nuova, importante, sfida: porta la sua firma, infatti, la colonna sonora di Vallanzasca – Gli angeli del male, il nuovo film di Michele Placido, presentato ieri fuori concorso alla 67esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
È la prima volta che i Negramaro realizzano un’intera colonna sonora originale, pur avendo già una certa familiarità con il cinema – il gruppo vanta collaborazioni con Alessandro D’Alatri per La Febbre, con Giovanni Veronesi per Manuale d’Amore 2 e con Daniele Gangemi per l’opera prima Una notte notte blu cobalto, grazie alla quale Giuliano Sangiorgi ha vinto il premio per la miglior colonna sonora al Magna Grecia Film Festival 2010.
Vallanzasca – Gli angeli del male, è stato accolto al Lido di Venezia tra numerose critiche, accusato di mitizzare uno dei più spietati criminali degli ultimi trent’anni. La pellicola racconta, infatti, la vita di Renato Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli, sottoforma di un lungo flashback, durante il quale il protagonista ripercorre la sua esistenza, dall’infanzia fino all’ingresso nella banda della Comasina.
Nel ruolo di Vallanzasca troviamo Kim Rossi Stuart, che è anche coautore della sceneggiatura, insieme a Placido e ad Andrea Purgatori. Nel cast anche Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Valeria Solarino, Paz Vega e Francesco Scianna.
Tratto da: Music Fan Page http://music.fanpage.it
Venezia: arriva Vallanzasca, l’angelo del male
Tra le pellicole fuori concorso più attese al Festival di Venezia c’è “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michele Placido con Kim Rossi Stuart nella parte del bandito della Comasina. Il film ripercorre la sua vita, dai primi crimini insieme ad un gruppo di amici di infanzia, tossici e piccoli delinquenti, alle rapine, fino agli omicidi consumati uno dietro l’altro. E poi il denaro a fiumi, la bella vita, le donne, gli amori, il carcere, le rocambolesche evasioni e infine la trasformazione da delinquente tutto di un pezzo fino all’uomo in lotta con la propria coscienza. Insomma la parobola discendente di un bandito che con la sue azioni criminali mise a ferro e fuoco il nord Italia negli anni Settanta, si macchiò di ben sette omicidi, tre sequestri di persona e un numero impressionante di rapine a mano armata. E a completare questo molteplice quadro da cronaca nera, non deve essere dimenticato che Vallanzasca, come molti angeli del male, riuscì con le sue azioni a circondare la sua persona di un alone di fascino e mistero: quasi una sorta di carisma della perdizione.
http://video.sky.it/videoportale/index.shtml?videoID=602135206001
Il film di Michele Placido, già realizzatore del fortunato film e serie di successo Romanzo Criminale, storia dei crimini della banda della Magliana, è liberamente ispirato al libro autobiografico, firmato dallo stesso Vallanzasca con Carlo Bonini, “Il fiore del male”; La sceneggiatura del film è co-firmata dallo stesso Placido e dal protagonista Kim Rossi Stuart. Anche Renato Vallanzasca ha partecipato attivamente alle fasi preliminari della lavorazione scatenando le violente proteste da parte dell’opinione pubblica e delle associazioni delle vittime del bandito.
Nel cast oltre Kim Rossi Stuart, anche Francesco Scianna, Filippo Timi, Valerio Solarino, l’attrice spagnola Paz Vega e il tedesco Moritz Bleibtreu. L’uscita nelle sale è prevista per il prossimo 17 dicembre.
Fonte : Sky tg24












































































