Etichettato: bandito della Comasina
Nastri D’Argento 2011: Tre premi a “Vallanzasca- Gli Angeli del Male”. Kim Rossi Stuart miglior attore.
Nella splendida cornice del Teatro Greco di Taormina si è svolta sabato sera la cerimonia di premiazione dei Nastri D’Argento 2011.
Il premio cinematografico più antico e importante in Europa (secondo soltanto al premio Oscar) ha visto quest’anno trionfare Nanni Moretti e il suo “Habemus Papam” con ben sei premi (tra i quali miglior regia e miglior film) su sette candidature e “Vallanzasca – Gli Angeli del Male”.
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
Vallanzasca, così Milano sparava
Un magnifico Kim Rossi Stuart interpreta il bandito della Comasina nel film di Placido, appena uscito. Un poliziesco all’italiana, pieno di ritmo e raffiche di mitra, ma tutt’altro che stupido
Non è nuova, l’operazione fatta da Michele Placido con il suo “Vallanzasca – Gli angeli del male”: ad evocare le gesta di noti criminali, c’erano già stati Florestano Vancini (“La banda Casaroli”, 1962) e Carlo Lizzani (nel ’66 col Luciano Lutring di “Svegliati e uccidi”, nel ’68 con la banda Cavallero di “Banditi a Milano”).
Si trattava di film debitori al noir francese, capaci di delineare ritratti d’ambiente e figure convincenti senza rinunciare a scene d’azione. Tra le pellicole citate e l’oggi c’è stato però, negli anni Settanta, il fenomeno del poliziesco italiano: spiccio nei modi, semplificato nelle psicologie, estremamente crudele (ma capace di produrre gioiellini come certi titoli di Fernando Di Leo).
Placido si è incamminato su queste strade firmando un’opera tutta ritmo e frenesia, scandita dal basso continuo delle morti, dal crepitio degli spari, dalla fisicità della violenza. Fedele all’antico detto di John Ford, («Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda»), Placido ha stampato la leggenda, enfatizzando il lato avventuroso del protagonista, la sua fama di sciupafemmine e il codice d’onore cui si sarebbe attenuto.
Ne risulta un poliziesco di gran professionalità: forse meno azzeccato di “Romanzo popolare”, ma non privo di finezze antropologiche. Basti vedere quando, nel carcere, Vallanzasca mostra all’allibito ex compagno di scorrerie Francis Turatello le lettere, le poesie sdilinquite oppure oscene che riceve dalle donne ogni giorno, concludendo con sarcasmo: «Sai, sono le perversioni della casalinga italiana media». Kim Rossi Stuart, nei panni del “bel René”, è magnifico nell’evidenziare ombre e ossessioni del personaggio, arrivando a ricalcare persino la parlata milanese dell’epoca. Filippo Timi, gregario strafatto e incline al tradimento, fornisce ancora una volta una prova superlativa.
Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega
Lietta Tornabuoni
Fonte: L’Espresso
Venezia: arriva Vallanzasca, l’angelo del male
Tra le pellicole fuori concorso più attese al Festival di Venezia c’è “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michele Placido con Kim Rossi Stuart nella parte del bandito della Comasina. Il film ripercorre la sua vita, dai primi crimini insieme ad un gruppo di amici di infanzia, tossici e piccoli delinquenti, alle rapine, fino agli omicidi consumati uno dietro l’altro. E poi il denaro a fiumi, la bella vita, le donne, gli amori, il carcere, le rocambolesche evasioni e infine la trasformazione da delinquente tutto di un pezzo fino all’uomo in lotta con la propria coscienza. Insomma la parobola discendente di un bandito che con la sue azioni criminali mise a ferro e fuoco il nord Italia negli anni Settanta, si macchiò di ben sette omicidi, tre sequestri di persona e un numero impressionante di rapine a mano armata. E a completare questo molteplice quadro da cronaca nera, non deve essere dimenticato che Vallanzasca, come molti angeli del male, riuscì con le sue azioni a circondare la sua persona di un alone di fascino e mistero: quasi una sorta di carisma della perdizione.
http://video.sky.it/videoportale/index.shtml?videoID=602135206001
Il film di Michele Placido, già realizzatore del fortunato film e serie di successo Romanzo Criminale, storia dei crimini della banda della Magliana, è liberamente ispirato al libro autobiografico, firmato dallo stesso Vallanzasca con Carlo Bonini, “Il fiore del male”; La sceneggiatura del film è co-firmata dallo stesso Placido e dal protagonista Kim Rossi Stuart. Anche Renato Vallanzasca ha partecipato attivamente alle fasi preliminari della lavorazione scatenando le violente proteste da parte dell’opinione pubblica e delle associazioni delle vittime del bandito.
Nel cast oltre Kim Rossi Stuart, anche Francesco Scianna, Filippo Timi, Valerio Solarino, l’attrice spagnola Paz Vega e il tedesco Moritz Bleibtreu. L’uscita nelle sale è prevista per il prossimo 17 dicembre.
Fonte : Sky tg24
Nell’ultimo libro del bel René i colpi della “mala” sul Lario
Sequestri, rapine e omicidi. Gli anni ’70 nel ricordo di Vallanzasca
Renato Vallanzasca all’epoca del processo per la rapina alla banca di piazza Cavour, a Como, avvenuta nell’agosto del 1976
«In sette mesi e venti giorni ho bruciato la mia vita: dal luglio del 1976 al febbraio del 1977. Questo è quello che vorrei che capissero i ragazzini, soprattutto i più “montati”: sette mesi da presunto leone e trentanove anni di una esistenza scontata dietro le sbarre». Ai ragazzini, come li chiama adesso, probabilmente il nome di Renato Vallanzasca non dirà nulla.
Troppo tempo è passato da quando il bel René riempiva le pagine della cronaca di tutti i quotidiani del Paese. Le sue sono storie di un altro secolo. Sono storie di un’Italia in bianco e nero.
A rileggerle adesso, però fanno ancora venire i brividi sulla schiena. Per la ferocia dei protagonisti, soprattutto. Anche se restano sullo sfondo di un milieu definitivamente scomparso. Un mondo che non c’è più.
Le storie di Renato Vallanzasca sono ora raccolte in un libro, scritto a quattro mani dal bandito della Comasina e dal giornalista di Repubblica Leonardo Coen (L’ultima fuga. Quel che resta di una vita da bandito, Baldini e Castoldi Dalai, pagg. 357, euro 18), che presenterà l’opera giovedì prossimo a Parolario. Storie che intrecciano spesso il Lago di Como, dove Vallanzasca fece alcuni dei suoi colpi più celebri e dove la banda della Comasina progettava e metteva a segno sequestri di persona a scopo di estorsione.
«Molti di questi sequestri – spiega Coen – non sono mai stati denunciati. Vallanzasca studiava con i suoi uomini i movimenti delle vittime, ne scavava in profondità la vita».
E colpiva. Azioni lampo, di cui spesso non si sapeva nulla perché le famiglie dei sequestrati, «che andavano a prendere i soldi del riscatto in Svizzera, non volevano far sapere al fisco di avere un forziere dall’altra parte della frontiera».

È rimasta famosa, poi, la rapina al Credito Italiano di piazza Cavour, l’11 agosto 1976. Una sorta di sfida al questore dell’epoca, che aveva definito il capoluogo lariano “inespugnabile”. «In realtà – dice adesso Coen – Vallanzasca in quel periodo aveva bisogno di soldi, era appena uscito dal carcere e la banca comasca era un obiettivo tutto sommato facile».
In quell’assalto armato successe qualcosa di inatteso. Uno dei banditi chiamò Vallanzasca per nome più volte: «René».
Due sillabe che risuonarono nelle orecchie di clienti e impiegati, la “firma” del colpo.
«Era estate – racconta Coen – il capo della Comasina non aveva uomini a disposizione, i suoi più fidati erano fuori Milano. Dovette prendere manovalanza inesperta, si fidò di persone con cui non aveva mai “lavorato”». Uno di questi era Massimo Loi, un ragazzo di vent’anni con il quale Vallanzasca aveva un debito d’onore. Loi si era reso disponibile ad aiutarlo nella fuga dal Bassi, un ospedale milanese. Non era servito ma il gesto non era stato dimenticato. In seguito Loi aveva però «deluso le aspettative di Vallanzasca».
A causa di una sua «demenziale sbadataggine – così la definisce Coen nelle pagine del libro – ad Andria c’era scappato il morto. Chinandosi per raccattare i soldi caduti dalle cassette dei contanti, Loi aveva bellamente appoggiato il fucile sul bancone di fronte all’impiegato della banca che teneva le braccia alzate. Il cassiere se n’era impossessato».
Un errore fatale. Mario Carluccio, braccio destro di Vallanzasca, esplose una raffica e uccise il «povero impiegato». Ma soprattutto, Loi aveva fatto da autista a due balordi che erano entrati in casa dei genitori del capo della Comasina per tentare di recuperare 100 milioni di lire frutto di una rapina. Per farsi dire dove fosse nascosto il denaro uno dei banditi aveva colpito al volto il 70enne Osvaldo Vallanzasca con il calcio del fucile, spaccandogli la mandibola.
Nel carcere di Novara, il 20 marzo 1981, l’epilogo di quella brutta storia. Vallanzasca è in cella con Francis Turatello, “faccia d’angelo” e gioca a carte. Nino Faro, detto “Sciuscia a pipa”, un catanese della banda dei Cipudda, lo avvisano che Loi è nella sala giochi. René non perde tempo. Raggiunge Loi e lo affronta. Gli getta un coltello tra le gambe. «Difenditi», gli grida. Aspetta che l’ex complice faccia la mossa sbagliata. E quando questi agguanta la lama gli sferra quattro coltellate. Due al petto, una allo stomaco e una alla gola.
L’omicidio di Loi è il settimo commesso da Vallanzasca. Ed è grazie al libro di Leonardo Coen che adesso si conosce la verità. Per anni, infatti, si è pensato che a uccidere Massimo Loi e a decapitarlo fosse stato Vincenzo Andraous. Secondo gli inquirenti il motivo di quel brutale assassinio era chiaro: Loi era sospettato di essere un infame, un delatore. Non era così. «Ho maledettoil destino che ha portato Massimo Loi a Novara. Purtroppo la vita non è un film, non è possibile riavvolgere la pellicola».
31 agosto 2010
Fonte Dario Campione per il Corriere di Como
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