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Avetrana: e con la corda è davvero tutto?
Non è bastato l’annuncio in diretta televisiva della morte della piccola Sarah Scazzi alla madre. Non è bastato il presidio di telecamere e giornalisti H 24 davanti la villetta dell’orrore ad Avetrana. Non è bastato sorbirci a tutte le ore del giorno il “collegamento da Avetrana”.Non è bastato neanche il “turismo della domenica” dove, curiosi visitavano il luogo del delitto.
Non è bastato.
Il delitto di Francesca Alinovi: un simbolo degli anni Settanta al crepuscolo
Promo audio: Il delitto del Dams – Il sogno infranto di una generazione
Il file audio in apertura a questo post è il trailer di un audiolibro che racconta una storia ricostruita anche su Notte Criminale: il delitto di Francesca Alinovi. Autori dell’opera, intitolata Il delitto del Dams – Il sogno infranto di una generazione (disponibile su iTunes e GoodMoon) sono Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro e a pubblicarlo è la californiana La Case Production.
La copertina dell’audiolibro “Il delitto del Dams – Il sogno infranto di una generazione”
Jacopo Pezzan, economista di formazione e dal 2007 a Los Angeles, non è nuovo a racconti di nera, dato che ha già curato gli audiolibri italiani “Il mostro di Firenze” e “Via Poma: un giallo senza fine”. Un altro lavoro che ha firmato con Brunoro, “Amanda Knox ed il delitto di Perugia, è stato tradotto in inglese e sta raccogliendo riscontri positivi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Giacomo Brunoro, invece, è uno storico medievale di formazione, collabora con numerose realtà che si occupano di comunicazione (Radio Kiss Kiss Network, Radio Italia Network, Rcs Broadcast, Blogosfere, Dieci, Controcampo, Sky Tg24, Radio Deejay, Maxim) ed è direttore editoriale della sezione italiana de “LA Case”.
Jacopo Pezzan

Giacomo Brunoro
Ecco dunque un dialogo con gli autori a proposito dell’audiolibro, i cui speaker sono Max Dupré, Mauro Ferreri, Nino Carollo e Rita Zanchetta.
Perché scegliere l’omicidio di Francesca Alinovi come argomento?
Perché a tutt’oggi resta uno dei gialli della cronaca più complessi e di difficile interpretazione. All’apparenza è un caso facile e sembra tutto semplice, ma quando si entra un po’ di più nel dettaglio ci si accorge che ci sono molti particolari che non tornano. Sicuramente è un delitto rimasto nell’immaginario collettivo perché è stato commesso in un luogo e con delle modalità tali che dovrebbero dovuto permetterci di risolvere il caso oltre ogni ragionevole dubbio già molti anni fa ma in realtà ne stiamo parlando ancora oggi.
Su quale documentazione vi siete basati?
Per la nostra ricerca abbiamo utilizzato tutta la documentazione ufficiale disponibile e gli articoli di giornale dell’epoca. Ci siamo anche basati sui libri che trattano l’argomento, in particolare sul libro “Francesca Alinovi – 47 coltellate” di Achille Melchionda e il libro “Mistero in Blu” di Carlo Lucarelli. Importante è stata anche la visione della puntata di “Storie Maledette” dedicata al caso in cui la bravissima Franca Leosini intervista Ciancabilla.
Che idea vi siete fatti della vicenda e della colpevolezza del giovane che alla fine verrà condannato, Francesco Ciancabilla?
Questo è un caso che divide. Tutto sembra spingerci a pensare che Ciancabilla sia colpevole poi scopriamo un dettaglio fuori posto e si insinua dentro di noi il tarlo del dubbio. È difficile dare un giudizio complessivo sulla vicenda che, è bene ricordarlo, tra l’omicidio e la latitanza di Cincabilla dura diversi anni. Sicuramente i sopralluoghi e le prime indagini potevano essere fatti meglio, penso in particolare all’orologio che venne sfilato dal polso della vittima e consegnato ai parenti. Se l’orologio fosse stato analizzato immediatamente avrebbe potuto fornirci l’ora esatta del delitto al di là di ogni possibile interpretazione di parte. La colpevolezza di Ciancabilla è questione di minuti. Sappiamo con certezza che Ciancabilla ha passato il pomeriggio con la Alinovi, ma da una certa ora in poi si trovava da tutt’altra parte. Quindi sapere l’ora esatta del delitto ci permetterebbe di collocarlo sulla scena del crimine oppure di escluderlo definitivamente. Quello che possiamo dire è che certi aspetti del carattere di Ciancabilla, così algido e poco incline alle emozioni, sicuramente non hanno giocato a suo favore.
Si può dire che questo delitto sia una rappresentazione degli anni Ottanta, iniziati solo tre anni prima?
Crediamo che, piuttosto che rappresentare gli anni Ottanta, il delitto del Dams sia il simbolo del crepuscolo dei Settanta. Gli anni Ottanta vengono definiti come gli anni degli yuppies, del mercato, del consumismo, delle mode e dell’apparire a tutti i costi. Questo delitto invece si è consumato all’interno di un mondo completamente diverso: non va dimenticato che la Alinovi era una brillante professoressa universitaria, una vera autorità nel suo campo e ancora oggi i suoi lavori vengono studiati e apprezzati. Quel sottobosco bolognese fatto di arte, cultura, happening, università e, putroppo, eroina, rappresenta di più quello che è stata Bologna negli anni Settanta e cioè un punto di riferimento per i giovani di tutta Italia che erano cresciuti con gli ideali libertari del Sessantotto.
E perché, come si legge nel sottotitolo del vostro audiolibro, si può parlare di sogno infranto di una generazione?
In questa risposta dobbiamo ricollegarci direttamente a quanto detto nella risposta precedente: il Dams infatti rappresentava un’anomalia all’interno del panorama universitario italiano, anche all’interno di un ateneo molto “aperto” com’era quello bolognese. L’assassinio della Alinovi, unito agli altri omicidi in cui sono stati coinvolti altri 2 studenti del Dams in quegli anni, sono stati sfruttati da una cera stampa per criminalizzare questo mondo “diverso”. Una generazione intera, che era cresciuta con il sogno utopico del valore rivoluzionario della cultura in senso lato e dell’arte in senso stretto, dovette confrontarsi faccia a faccia con la morte, la violenza e con una serie di pregiudizi durissimi. L’11 ottobre del 1983 poi su Italia 1 venne trasmessa la prima puntata di “Drive In”: possiamo dire paradossalmente che la società italiana voltava definitivamente pagina su un mondo di ideali culturali costruiti nel post Sessantotto e si lanciava in un nuovo sogno, quello del consumismo. Poco meno di 10 anni dopo, con Tangentopoli, ci sarebbe stato un risveglio altrettanto traumatico.
Nella realizzazione dell’audiolibro, com’è stata la fase successiva alla scrittura, la sua drammatizzazione?
Una volta effettuati i casting tra gli speaker con cui lavoriamo abitualmente, abbiamo dato loro il testo perché lo leggessero con calma e lo assorbissero. Ci siamo poi trovati in studio per le registrazioni, che hanno richiesto all’incirca una settimana. Abbiamo lasciato molta libertà agli speaker, naturalmente all’interno di una serie di direttive ben precise: diciamo che una volta deciso il taglio di fondo li abbiamo lasciati liberi di esprimere anche le loro emozioni, dato che tutti quanti alla fin fine ricordavano bene il caso. Dopo di che abbiamo lavorato in fase di post produzione. Questo è stato il momento più delicato perché abbiamo dovuto ricreare un mondo sonoro che sottolineasse e al tempo stesso esaltasse le emozioni ed il feeling che noi per primi abbiamo provato lavorando a questo caso. Se ci siamo riusciti o no, questo lo decideranno i nostri ascoltatori.
Confessa l’omicida: sul delitto di Roma l’ombra della truffa dei Parioli
L’uomo, 70 anni, era prestanome della vittima. Forse il nome di Ceccarelli nella lista del «Madoff capitolino» Folla intorno all’agguato, ma solo una telefonata al 113
ROMA – «Non voleva pagarmi, l’ho ucciso». Settant’anni, professione prestanome. È il killer di Roberto Ceccarelli, l’imprenditore-faccendiere di 45 anni freddato venerdì sera a colpi di pistola davanti al Teatro delle Vittorie in via Col di Lana, a Prati. P.A. si è costituito a meno di ventiquattr’ore dal delitto, sabato pomeriggio, agli investigatori della Squadra mobile che lo stavano cercando. Il settantenne ex socio di Ceccarelli, ascoltato in serata dal pm Silvia Santucci, è in stato di fermo. Un omicidio d’impeto, un gesto di rancore esasperato, al termine di un confronto tanto rovente quanto inutile che si sarebbe protratto per ore, prima al telefono e poi nelle strade limitrofe al quartier generale della Rai.
Un delitto nato nel sottobosco delle società gestite dalla vittima. Un pulviscolo d’imprese dal business ambiguo, le denominazioni improbabili e la vita breve. Società come la «Robby cars», la «Vizi e sfizi Boat srl, la «Prestige car», la «Nike Consulting», la «An.Si.Lu. immobiliare», la «Holiday Market», la «Atlantic srl», la «Ship Rent».
Da anni Ceccarelli si muoveva disinvolto tra il commercio di automobili e il noleggio di barche, un piede nella compravendita di immobili e l’altro nella ristorazione. Tutto sullo sfondo dell’imprenditoria d’assalto, delle finanziarie a rischio e di quella ubriacatura semi collettiva per i famosi derivati e la relativa promessa di profitti prodigiosi. Ecco questa era la Roma in cui Ceccarelli si muoveva meglio, come quei Parioli «da bere» finiti da giorni sotto i riflettori per la maxitruffa alla Madoff che ha sconvolto i Parioli: un’ombra che si allunga anche su questa storia come quella della mafia tanto che, visti i precedenti della vittima, la Dda romana, coordinata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, sta seguendo le indagini. «Sono in corso accertamenti sugli ultimi elenchi della Egp di Gianfranco Lande per verificare se fra i Ceccarelli che compaiono nelle liste (quattro, ndr), uno sia proprio l’imprenditore ucciso», confermano in Procura.
Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo
Il prestanome di Roberto Ceccarelli, senza una residenza fissa, avrebbe sparato dopo l’ennesimo rifiuto a un’ulteriore richiesta dei soldi che gli spettavano. A lui la polizia è arrivata dopo aver rintracciato tutte le persone con le quali l’imprenditore, già coinvolto nella vicenda di Lady Asl e del riciclaggio di 10 milioni di euro spariti dalle casse pubbliche con un traffico di automobili in Germania, aveva avuto contatti nella giornata di venerdì. Con molti di loro la vittima aveva probabilmente litigato. Ma il prestanome non si è dato per vinto e alle 20.30 era in via Oslavia, altra strada di ristoranti, locali e viavai serale, ad aspettare l’ex socio proprio sotto la sede di una delle sue numerose società.
A quel punto avrebbe insistito ancora, ricevendo l’ennesimo rifiuto. Solo allora avrebbe estratto la pistola calibro 22. E solo allora Ceccarelli, spaventato, ha tentato di sfuggirgli. Il colpo sparato da P.A. lo ha raggiunto proprio nei pressi della sua auto, parcheggiata davanti al bar «Vanni» storico ritrovo di dirigenti, autori e volti Rai. Il prestanome gli ha sparato alle spalle, uccidendolo. Uno dei proiettili avrebbe sfiorato il volto dell’imprenditore, trasformandolo in una maschera di sangue. L’omicida sarebbe quindi fuggito a piedi, di nuovo verso via Oslavia. Non è chiaro se ci fosse qualcuno ad attenderlo.
Le indagini non sono ancora concluse, e si valutano i risultati dell’interrogatorio di sabato sera per chiarire anche questo aspetto e chiudere il cerchio. Un mistero che il figlio dell’imprenditore avrebbe aiutato a risolvere, collaborando con la polizia nella ricostruzione delle ultime ore di vita del padre e dei suoi complessi rapporti di lavoro. E dei suoi nemici. Se il giallo appare risolto, nel vecchio quartiere di professionisti prestigiosi e artisti di fama internazionale, resta l’inquietudine per quella violenza atterrata in un clima di intorpidimento.
Una sola telefonata avrebbe raggiunto i centralini delle forze dell’ordine a pochi minuti dal delitto. E gli avventori dei locali? E il resto dei romani in strada a quell’ora di un venerdì primaverile? Niente. Silenzio. Poche, distratte e incerte anche le testimonianze raccolte nel quartiere il giorno successivo. Prati si è scoperta impaurita e omertosa. E in effetti 20.30 di venerdì, con i bar e i ristoranti affollati di clienti, soltanto una chiamata è arrivata al 113 per segnalare i colpi di pistola e quell’uomo riverso sull’asfalto di fronte al teatro della Rai. Al telefono, la voce era quella di uno straniero dall’italiano incerto.
Rinaldo Frignani Ilaria Sacchettoni
articoli sul Corriere della Sera a pagina 20 e in Cronaca di Roma alle pagine 2 e 3
10 aprile 2011
POST CORRELATI:
I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
LINK AI POST PRECEDENTI:
Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
Tra fiction e realtà, il Nero ne esce proprio male
Io sono un autentico fan di Romanzo criminale – La serie. Trovo di straordinaria precisione la ricostruzione degli ambienti, del design, dei look, finanche della datazione della colonna sonora. Un’attenzione per i particolari che è lontana mille anni luce dalla cultura media delle produzioni di fiction italiana. Ma avverto un sostanziale momento di discontinuità tra la prima e la seconda serie. Gli autori infatti spingono molto di più sul romanzesco e rompono del tutto la continuità con i fatti storici della banda. Anche se su un aspetto particolare di questa dinamica è opportuno ritornare.
Sparatoria di via Donna Olimpia
La pubblicazione sul blog del verbale di Maurizio “il Freddo” Abbatino sulla sparatoria di via Donna Olimpia dimostra questo sostanziale cambio di passo. Il boss pentito ricostruisce nel dettaglio l’agguato che porterà all’arresto in flagranza di Mancini “ricotta” e Colafigli “il bufalo”. Abbatino era nel commando dall’altra parte della strada e lui è gli altri complici non fanno a tempo a intervenire per sottrarli all’incastro poliziesco.
Nella fiction invece Ricotta è arrestato e Bufalo costretto a scappare ferito per l’infingardaggine di “Dandi” De Pedis. Su questa prima falsificazione, che non è del tutto arbitraria (altri pentiti avevano riferito di una partecipazione di “Renatino” come palo/autista inetto) si innesta una lunga catena di vicende convulse e feroci (fino al tentato omicidio da parte di Bufalo e la carognesca reazione di Dandy che infierisce sul ferito impotente. Ma una delle soluzioni narrative scelte non è innocente: infatti Dandy per sottrarsi all’accusa di vigliaccheria si deve assumere l’omicidio del nemico rimasto ferito nella sparatoria e “blindato” in ospedale. E così si affida ai siciliani tramite Nembo Kid (Abbruciati). A lanciare dalla finestra il malcapitato Gemito (Proietti) è il “Nero”.
E a questo punto realtà e fantasia si arravogliano mica male. Massimo Carminati, il personaggio reale che ispira il fascista che quando scopa legge Evola (uno dei pochi particolari eccessivi della prima serie: o era nel film? non ricordo bene, dovrò verificare) è stato appunto processato e assolto per l’omicidio del giornalista Pecorelli dove avrebbe agito come killer per conto della banda della Magliana per eseguire una richiesta dei “siciliani”, affidata appunto a De Pedis e Abbruciati. Tre coincidenze o un grumo di memoria mal elaborato?
attentato al Libanese e i killer: Nembo kid e il Nero
Del tutto infondato, invece, il seguito: e cioè che si scopre che Nembo kid e il Nero erano stati i killer di Giuseppucci per conto sempre di don Carlo e che avevano agito anche nell’attentato milanese al direttore di banca in cui Nembo Kid perde la vita. Così Dandi lo uccide e al tempo stesso coglie l’occasione di accollargli l’omicidio del sardo (Selis) tacitando così un boss della camorra. In realtà Carminati è uno dei pochi protagonisti delle vicende criminali raccontate rimasto in vita, con Colafigli e Abbatino, appunto. E, tanto per fare un esempio, all’epoca della morte di Abbruciati, era detenuto da un anno, con un buco in faccia, prodotto di una violentissima sparatoria scatenatagli contro dalle forze dell’ordine convinti di aver beccato finalmente gli ultimi latitanti dei Nar (Mambro, Cavallini e Vale).
Gilberto Cavallini, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti
Il risultato però di questo slancio di fantasia è di consegnare all’immaginario degli spettatori, rafforzato appunto dall’estremo realismo e dalla qualità della produzione, che i fascisti agissero come killer per conto della mafia.
Che è uno dei cardini di un certo tipo di polpettone piuttosto rancido che da tempo viene ammanito come verità storica, tanto che finisce per essere incardinato, senza alcun riscontro, finanche in sentenze giudiziarie, come quella per la strage di Bologna
PS: E a questo punto direi che non è un caso, e comunque non è gratuito, che ovviamente Freddo e Dandi, ricostruendo la storia del Nero, evochino la sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980…
Ugo Maria Tassinari
Fonti foto: Sky, Unità, Ansa
… e continuano a chiamarla Mala del Brenta
Probabilmente Felice Maniero – o come si chiama oggi l’ex capomafia veneto, da qualche mese tornato a essere un cittadino libero e un indaffarato imprenditore – sarà saltato sulla sedia dopo aver letto i nomi dei nuovi “malavitosi del Brenta” – come li hanno definiti inquirenti e mass media - finiti in manette per aver assaltato laboratori orafi e casse continue di centri commerciali e bancomat del Veneto….
Banda della Magliana:Un’agenzia poco produttiva
Quando per la prima volta Domenico Sica usa la categoria di “agenzia del crimine” per qualificare l’attività della banda della Magliana oltre la semplice realtà dell’economia e dell’antropologia malavitosa, la conoscenza degli investigatori sulla natura del fenomeno è ancora ridotta. All’epoca, venticinque anni fa, potevano infatti contare su un solo pentito, Fulvio Lucioli, uno dei responsabili del “narcotraffico”, precipitato nella considerazione dei suoi sodali per l’infamante colpa di essere un “cornuto contento”: utilizzava tranquillamente nella sua rete di distribuzione il compare della moglie.
I servizi segreti, che pur qualche inciucio con esponenti della banda e con il contiguo sottobosco affaristico lo facevano, non aiutavano certo a capire meglio. Anzi. Come abbiamo visto in precedenza l’ipotesi investigativa che orientava il magistrato che poi diventerà il primo alto commissario antimafia era l’esistenza di un network a stella con al centro una cupola riconducibile a sistemi di poteri occulti (una realtà analoga o contigua alla P2) attorno a cui ruotavano come bracci operativi mafiosi, fascisti, servizi deviati e banditi della Magliana, con un ruolo particolare di snodo svolto da questi ultimi.
Comunque, si trattava di uno strumento interpretativo della realtà piuttosto che di un’ipotesi investigativa fondata su fatti concreti
All’epoca, infatti gli investigatori del caso Orlandi erano ancora convinti che la ragazzina fosse caduta vittima delle trame nere internazionali dei Lupi Grigi decisi così a ottenere la liberazione di Alì Agca. Del resto ancora non era neanche definito omicidio la morte di Calvi. Gli unici delitti riconducibili a questo ambito erano perciò il delitto Pecorelli e l’attentato a Rosone in cui aveva perso la vita Danilo Abbruciati.
In questo secondo caso era noto agli inquirenti che Abbruciati, delinquente con un curriculum cospicuo già prima della nascita della banda della Magliana, aveva molteplici e diversificati rapporti che spaziavano dai vertici di Cosa nostra (Pippo Calò) all’area affaristica contigua ai servizi segreti e alla massoneria ‘deviata’ (Carboni e Pazienza): emergerà poi che quest’impresa per conto terzi fu percepita dal resto della banda come una grave violazione al patto sociale, estinta dalla morte del reo ma che altrimenti avrebbe messo capo a un pesante conflitto interno.
Quanto all’omicidio Pecorelli, sulla base del chiacchiericcio di pentiti neofascisti, le indagini avevano imboccato la più classica delle piste nere, che individuava nel terzetto Carminati, Alibrandi, Valerio Fioravanti, a diverso titolo legati a Franco Giuseppucci da rapporti di amicizia e di “lavoro”, gli autori dell’attentato per conto terzi. Pista che ovviamente non spuntava da nessuna parte e che avrebbe condotto gli inquirenti su un binario morto.
A rilanciare il treno ci pensava parecchi anni dopo una batteria di pentiti. Il primo a scendere in campo è il numero uno. A un anno dalla morte di Giovanni Falcone, don Masino Buscetta decide che è venuto il momento di attingere a quel livello (i delitti politici) che non aveva potuto o voluto affrontare con il grande inquirente. E così da aprile a luglio 1993 i giornali sono ricchi di particolari sulle sue rivelazioni: Pecorelli è stato ucciso per volontà di Andreotti e su richiesta dei fratelli Salvo a don Paolino Bontade e a Tano Badalamenti (nell’inverno 1979 siamo ancora nella fase di gestione unitaria della commissione provinciale anche se i corleonesi si accingono a lanciare l’assalto finale al vertice di Cosa Nostra)
…continua
Ugo Maria Tassinari
LINK AI POST CORRELATI:
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/15/banda-della-magliana-unagenzia-poco-produttiva-il-delitto-pecorelli/
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/23/delitto-pecorelli-luncia-cosa-che-non-manca-a-palermo-sono-i-killer/
La Stampa 24.09.1995
L’INTERVISTA ad Emanuela Piantadosi Presidente Vittime del Dovere: la “doverosa” premessa per anticipare l’esclusiva Notte Criminale
Notte Criminale è instancabile nel cercare la risposta al “perché il crimine diventa mito”. Lo fa senza giudizi o pregiudizi ma facendosi, legittimamente ed umanamente, delle opinioni su ciò che vede, sente o, quando proprio le tenebre sembrano voler nascondere, intravede. Ambisce all’obiettività e all’essere sopra le parti ma, si accorge di essere umana e, proprio per questo, dà voce a tutti coloro i quali hanno incrociato, direttamente o indirettamente, nel proprio cammino, purtroppo o per sfortuna, il crimine.
Misfatti che, sebbene abbiano fatto arricchire criminali e bande, hanno sempre e comunque devastato vite, a volte eliminate ma, sempre e comunque, hanno disintegrato quelle di chi era, è ed è rimasto legato alle vittime di “guerre criminali”. Guerre spesso senza perché, guerre sancite all’interno di un gioco delle parti, quelle delle vittime e quelle dei carnefici. Ruoli che, come per un mazzo di carte, vengono a piacere mescolati e, magari, anche giustificati con la parola “libertà”.
La stessa che sancisce i confini invalicabili tra mio e tuo; la stessa che, pur di scappare alle manette e fuggire dalla cassa per pagare il conto, fa vincere la prima mano di un ignobile partita all’assassino ma, nei casi più fortunati, tra buoni e cattivi, proprio come il copione del criminal – show imposto negli ultimi tempi, rende onore ed omaggio alla giustizia.
Sebbene il tutto sembra avere i contorni più o meno sbiaditi della trama di un vecchio film poliziottesco a “pro” di bene (a seconda dei punti di vista o di osservazione), ora e per tutto il corso di “Notte Criminale” si è parlato, si parla e si parlerà di quella realtà comune a tutti o quasi, quella realtà che racconta di uomini in prima linea che, dalla parte del bene e dalla parte del male, si sono scontrati e, senza alcuna controfigura, con un clik, nettamente diverso da quello di un telecomando, si sono spenti.
Certo è che il battito del loro cuore muto e silenzioso, scandisce come un metronomo ancora la vita e i ricordi di familiari, amici e conoscenti che oggi come ieri, non dimenticano ma, al contrario, fanno fatica a dimenticare.
Notte Criminale, per rendere onore e preservare la memoria dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate, caduti o feriti nell’adempimento del loro dovere, sacrificando la vita per servire la Nazione, è andata presso la Casa del Volontariato di Monza ad intervistare Emanuela Piantadosi, Presidente Vittime del Dovere.
Inutile dire che aver preparato l’intervista è servito a ben poco, perché questa volta l’interlocutore non aveva nulla a che fare con autori, scrittori, registi o attori. Nessuna interpretazione da copione se non quella del ricordo ancora vivo come l’angoscia di un dolore vissuto sulla propria pelle a spese…del cuore. Vivo non solo in Emanuela e nella luce che illumina ancora oggi i suoi occhi. Occhi di gente che continuano a non trovare rassegnazione né mai hanno solo pensato di poter spegnere il luccichio della speranza.
Occhi alimentati dalla rabbia a pochi giorni dopo la presentazione de “Gli angeli del male” a Venezia, discutissimo film di Michele Placido sulla vita di Renato Vallanzasca, lo stesso uomo che sta scontando le sue colpe in galera e che, non ha mai smesso di raccontare, raccontarsi e far parlare di sé. Il caso… e non un caso qualsiasi.
Già perché il bel Renè, etichettato in questi termini dalla stampa di ieri e di oggi ( vuoi per farlo rientrare brevemente, con il suo nome, in titoli che si allungavano come la macchia che sporcava la sua fedina penale, vuoi per compiacere la bellezza che l’ha accompagnato durante i suoi anni d’oro di una Milano di piombo) un caso speciale, lo è sempre stato.
Anche adesso che paga giustamente il suo debito all’interno di un’Italia dove, pure la giusta pena o il giusto “scontato”, sembrano essere l’eccezione, e non la regola, per tutti i criminali che, pur stando con entrambe le scarpe dentro ai crimini più crudeli, sono fuori da quelle sbarre che la “libertà” giocata nella battaglia con la giustizia, la farebbero solo intravedere.
Emanuela, figlia del maresciallo dei carabinieri, Stefano Piantadosi (ucciso da un ergastolano in permesso premio fermato per un controllo), e alla guida della onlus, non vuol essere ripresa, quindi niente telecamere, niente video-intervista, almeno non ora, non adesso, non al primo incontro. Una richiesta che va rispettata, insieme al dolore che trasuda da tutti i pori, dagli occhi che, mi scrutano cercando fiducia ma che ogni tanto tradiscono la forza a cui sono stati abituati per sopravvivere facendosi più brillanti o dal timbro della voce che, raccontando un tempo mai troppo lontano, trema ma non cede.
Non cede no, così come non lo ha fatto durante questi anni. Anni in cui, con la stessa tenacia ha lottato e continua a combattere, purtroppo, non solo con le vecchie ferite ma, anche con quelle più nuove, inaspettate o insospettabili.
Ferite che si aprono tutte le volte che si scrive un libro, si produce un film, tutte le volte che Renato Vallanzasca (nel “caso” specifico), semplicemente perché va a lavoro, fa discutere e, tutte le volte che si ritrova a lottare anche, e non solo, contro uno Stato che discrimina le pallottole capaci di uccidere.
Già, a quelle piaghe ormai esistenti, se ne aggiunge un’altra che brucia come fosse sale sulla ferita mai chiusa né, pare, capace di “saldare i conti” con lo Stato nemmeno con la vita…
…continua
Marina Angelo
Intervista a Osvaldo De Santis
Osvaldo De Santis, Presidente e AD di 20th Century Fox Italia
Avatar è già storia. Adesso la macchina della 20th Century Fox è concentrata a breve su Innocenti bugie e Wall Street Il denaro non dorme mai, e su Vallanzasca Gli Angeli del Male, che la major ha coprodotto con la Cosmo di Elide Melli. Ne parliamo con Osvaldo De Santis, Presidente e AD di 20th Century Fox Italia.
E’ soddisfatto di come sono andate le cose a Venezia?
Credo che la presentazione di Venezia sia andata bene. Quello che c’interessava maggiormente erano i commenti e la reazione del pubblico, e possiamo ritenerci soddisfatti. La polemica invece che ha investito il personaggio, l’uomo Vallanzasca a noi non interessa. Ed il film in realtà ha poco a che vedere con la vita vera del protagonista. Non abbiamo fatto il film per esprimere un giudizio su di lui. Il giudizio su Vallanzasca è scritto nei registri dei tribunali. Il film non ha intenzione né di assolverlo né di condannarlo, solamente raccontare una storia che possa piacere al pubblico. E’ una storia romanzata, con molti elementi inventati, dal personaggio di Enzo, che esiste solo nel film e non nella realtà, ai famosi quattro rapimenti, di cui nel film ne accenniamo solo due, alla evasione da San Vittore, una tra le più impressionanti azioni che ha fatto lievitare il mito di Vallanzasca, di cui nel film non c’è traccia. La nostra intenzione è sempre stata quella di fare un film che piacesse al pubblico e sono convinto che ci siamo riusciti. Tutte il resto non ci riguarda.
Ciononostante l’eco veneziana è stata piuttosto forte.
Se la domanda vuole essere sull’uscita ad effetto contro i politici di Michele Placido in conferenza stampa, credo che la sua intenzione fosse di fare una battuta paradosso. Purtroppo è stata percepita come una provocazione, ma sono convinto che neanche lui intendesse dire quello che ha detto.
Forse si è innervosito per il tono della polemica e la lettera dei familiari delle vittime, pubblicata sul Corriere della Sera il giorno stesso della presentazione.
Quando parliamo dei familiari delle vittime del bandito Vallanzasca dovremmo alzarci in piedi, perché i poliziotti sono morti per difendere noi. Ma non è questo il punto. Il film non segue il punto di vista di Vallanzasca, che ad esempio ha sempre sostenuto di non aver mai ucciso poliziotti, mentre noi facciamo vedere proprio questi omicidi. Capisco la preoccupazione dei familiari delle vittime ma forse queste persone dovrebbero andare a vedere il film. Loro ne fanno una questione di principio, dicendo che un film su Vallanzasca non avrebbe dovuto essere fatto, ma questa non è certamente la prima pellicola, e nemmeno sarà l’ultima, che racconta la vita di banditi. E’ un vero e proprio genere cinematografico, con dei capolavori come Bonnie e Clyde, e ad esempio, un numero impressionante di film su Al Capone, il primo dei quali fatto quando Al Capone era ancora in vita.
Non pensa che l’opinione pubblica più moderata abbia paura di veder sdoganato Vallanzasca?
Il nostro film non vuole assolvere Vallanzasca o dipingerlo come una vittima. Vallanzasca è un delinquente condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione e questo non è minimamente messo in discussione nel film. Vallanzasca spara ed uccide, addirittura uccide con le sue mani il suo migliore amico. Nel film è lui che da il via alla strage delle carceri e che dice testualmente durante il processo: “questi infami li dobbiamo scovare ovunque ed ammazzarli tutti”.
Riteniamo di aver fatto un film obiettivo, nei limiti della libertà artistica. Se poi qualcuno protesta perché Kim Rossi Stuart ha una faccia troppo accattivante, francamente ci sembra eccessivo. Sicuramente non potevamo metterci un mostro, perché Vallanzasca a suo tempo era un bell’uomo. Addirittura è stato scritto un intero libro “Lettere a Vallanzasca” con le centinaia di lettere che le ammiratrici gli mandavano in carcere.
Per molti giornalisti Vallanzasca Gli Angeli del Male era il miglior film italiano presentato a Venezia, eppure è quello che ha suscitato più polemiche.
Forse anche la disattenzione di Michele Placido durante la conferenza stampa ha contribuito a spostare l’attenzione sul personaggio Vallanzasca e non sul film. Ma considerando le straordinarie critiche dei maggiori giornali stranieri, e le vendite all’estero che sono state finalizzate a Venezia, vedi Inghilterra, Germania, Spagna, Australia, possiamo ritenerci soddisfatti. Poi c’è da dire che i Festival, e Venezia non fa certo eccezione, vivono anche sulle polemiche. Che sono strumentali per una maggiore visibilità, anche presso il pubblico non cinematografico.
Perché la scelta di spostare l’uscita di Vallanzasca a gennaio?
Vorrei evitare di far nascere nuove polemiche ed anche per una forma di rispetto nei confronti dei familiari delle vittime di Vallanzasca, ho pensato che potesse essere considerato indelicato far uscire il film a Natale. Ritengo di aver fatto la scelta più giusta.
Fonte: Primissima
(L’intervista integrale verrà pubblicata su Primissima Trade in uscita nei prossimi giorni)
Il fascino ruffiano di quei cattivi con la faccia d’angelo
Il “bandito” Fiorello o Vallanzasca col volto di Rossi Stuart seducono il pubblico. Ma mettono in crisi le coscienze
Se, su tutta la faccenda, l’ultima parola ce l’hanno i numeri, allora hanno ragione loro. Registi, autori, sceneggiatori, direttori di reti tv e produttori cinematografici. L’altra sera, la prima puntata di La leggenda del bandito e del campione, la miniserie di Raiuno che ha per protagonista il criminale anarchico Sante Pollastri e per coprotagonista Costante Girardengo, ha sedotto oltre 7 milioni di telespettatori. Un record, di questi tempi. E c’è da star sicuri che, quando arriverà nei cinema, peraltro alla vigilia di Natale, anche Vallanzasca. Gli angeli del male farà un botto d’incassi. L’auditel e il box office emettono i loro verdetti, quasi sempre favorevoli ai grandi cattivi, agli eroi maledetti, ai banditi romantici, ai gangster guasconi e via ammiccando. Dunque, che problema c’è?
Il problema si pone tutte le volte che c’è da rappresentare qualche delinquente, qualche terrorista, qualche malavitoso della nostra storia recente, diciamo dell’ultimo secolo. Nella memoria e nella carne dei parenti delle vittime lasciate sulla strada da qualche «angelo del male», le ferite sono ancora aperte, magari appena rimarginate. E la visione quasi sempre stemperata o irruffianita delle loro gesta finisce inevitabilmente per rimescolare le viscere di chi ne ha subito la violenza. Scattano le contestazioni e le richieste di non trasmettere o proiettare l’opera che rivisita quei personaggi. Allora gli autori si difendono ripetendo immancabilmente che si tratta di un film o di una fiction «e non di un documentario». Però, guarda caso, la versione narrativa del cattivo di turno è sempre indulgente, edulcorata, romanticheggiante. Intanto, i giornali si riempiono e le polemiche fanno da traino all’opera.
La fiction appena trasmessa da Raiuno ha scatenato le contestazioni di Costanza Girardengo, nipote del «Campionissimo»: il nonno e Pollastri, entrambi di Novi Ligure, sono raccontati come amici per la pelle mentre in realtà il loro rapporto era di semplice conoscenza. Anche Mariangiola Castrovilli, già collaboratrice del Giornale, ha fatto sentire le sue proteste: il nonno fu ucciso a sangue freddo e invece, con maldestra licenza, la fiction lo fa sopravvivere. Sommando tutto, Davide Cavallotto, un deputato della Lega nord, aveva chiesto che la miniserie fosse sospesa.
La leggenda del bandito e del campione è tratta così «liberamente» da Il campione e il bandito di Marco Ventura che gli sceneggiatori hanno invertito i protagonisti della storia, affidando al più noto Beppe Fiorello il ruolo del «nemico pubblico numero uno» qui dipinto come un Robin Hood degli anni Venti, e a Simone Gandolfo quella del campione della bicicletta. Si sa, il fascino indiscreto del cattivo ha più presa sul grande pubblico… Sicuramente ha avuto più presa su Mela, la donna – inventata – che i due si contendono amichevolmente, quando, ritrovata in un bordello, lei sceglie di seguire Pollastri che le promette non un minuto di pace dopo aver respinto gli inviti troppo perbene di Girardengo. Così è: i maledetti smuovono di più. Ma non solo gli ormoni e le viscere. Anche la quiete magari faticosamente raggiunta dei familiari delle persone uccise.
Quando qualche settimana fa, alla Mostra di Venezia fu presentato il film di Michele Placido su Vallanzasca, la presidente dell’«Associazione delle Vittime del Dovere» Emanuela Piantadosi scrisse che non è ammissibile «riscrivere la storia, costruire una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso i loro stessi occhi». Che, nella pellicola di Michele Placido sono quelli, azzurri, di Kim Rossi Stuart. «Nella realtà – si difese lo stesso Placido – Vallanzasca era ancora più simpatico e affascinante di come l’ha reso Kim. Era un delinquente che aveva un’etica e che si è addossato tutti gli omicidi della sua banda…». Insomma, se non uno stinco di santo, quasi. Facile prevedere che anche in questo caso, come già accaduto per Romanzo criminale, il botteghino darà ragione a Placido. Tuttavia, tolte le azioni criminali, che si somigliano sempre, in questo tipo di opere ciò che lascia più il segno nel pubblico è il «romanzo». Due anni fa, scrivendo sul Corriere di La prima linea, il film in cui Sergio Segio e Susanna Ronconi avevano gli occhi di Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, Pierluigi Battista rilevò il contrasto tra le leggi del cinema che ha sempre rappresentato il Male attraverso «grandi e fascinosi attori» e la storia del terrorismo che invece «è stata solo Male, irrimediabile».
In altre parole, le esigenze dello spettacolo e quelle della storia divergono. Come si fa a raccontare l’Italia degli ultimi decenni senza toccare la sensibilità di tante vittime della violenza politica e criminale? Una risposta unica e definitiva non c’è. Andrea Purgatori, per esempio, che ha sceneggiato la fiction di Girardengo, ha ritirato la firma dal film su Vallanzasca. Insomma, tutto dipende dalla grazia degli autori, dalla loro abilità nel maneggiare storie e azioni che hanno segnato nel profondo la vita di tante persone. Ma conquistare il grande pubblico riuscendo a rispettare chi ha tanto sofferto è impresa più che mai ardita.
Maurizio Caverzan
Fonte: Il Giornale
Comunicato Stampa Associazione Vittime Del Dovere – “Non vogliamo i soldi di Vallanzasca”

Abbiamo appreso casualmente e con sconcerto di essere destinatari di parte dei proventi del libro scritto da Leonardo Coen e Renato Vallanzasca dal titolo “L’ultima fuga. Vita di Renato Vallanzasca”, edito da Baldini Castoldi Dalai, uscito in libreria il 31 agosto 2010. Nessun accordo é mai intercorso tra la nostra Associazione e gli autori o l’editore dell’opera.
Mai accetteremmo di ricevere del denaro da parte di colui che ha sparso il sangue dei nostri cari e seminato tanto dolore. Siamo profondamente indignati da tale iniziativa, adottata a nostra totale insaputa e rinvieremo al mittente qualunque somma dovesse pervenirci.
L’Associazione valuterà le opportune azioni legali da intraprendere a tutela della dignità delle Vittime del Dovere.
Monza, 2 settembre 2010
Associazione vittime dice no a proventi libro Vallanzasca
Nessun accordo e’ intercorso tra autori, associazione e editore.
L’Associazione Vittime del Dovere rifiuta i proventi del libro scritto da Leonardo Coen e Renato Vallanzasca, ‘L’ultima fuga. Vita di Renato Vallanzasca‘.
Edito da Baldini Castoldi Dalai – uscito in libreria nei giorni scorsi sara’ presentato a Venezia in contemporanea alla prima del film di Michele Placido fuori concorso – reca la scritta che parte dei proventi andranno all’associazione che ha precisato di non aver stipulato alcun accordo: ”Mai accetteremmo di ricevere del denaro da parte di colui che ha sparso il sangue dei nostri cari e seminato tanto dolore”
02 settembre 2010
Fonte Ansa
Bel Renè, ultimo delitto di un uomo stanco
A cena con Renato Vallanzasca
Ha lavorato fuori dalla cella per raccontare in prima persona l’uomo che è oggi. Tuttora in detenzione, è stato affidato al co-autore del libro che verrà presentato
Colonno - Metti una sera a cena con Vallanzasca. Anteprima in giallo quella di sabato 28 agosto al rifugio alpino dell’Alpe di Colonno dove, a partire dalle 17, si potrà discutere con il giornalista Leonardo Coen e Renato Vallanzasca del loro libro scritto a quattro mani «L’ultima fuga. Vita di Renato Vallanzasca». Per la sua realizzazione, Vallanzasca tuttora in detenzione è stato affidato al co-autore e ha lavorato fuori dalla cella raccontando in prima persona l’uomo che è oggi.
«L’ultima fuga. Vita di Renato Vallanzasca» Saggi B.C. Dalai editore
Il libro è il bilancio di una vita sbagliata, ma anche una riflessione sul confine fra bene e male, pena e colpa, scelte e destino. La storia di un bandito impegnato nella sua ultima fuga: uscire dal mito per diventare un semplice uomo condannato a rimanere solo con i propri rimorsi. Al termine della presentazione del libro e del dibattito con gli autori, sarà possibile cenare al rifugio con i prodotti tipici dell’Alpe di Colonno.
Rifugio alpino”Alpe di Colonno”
Come arrivare: da Como si segue la strada del lago, in direzione Menaggio. Ad Argegno (15 km prima di Menaggio) si svolta a sinistra e si sale verso San Fedele Intelvi, da qui si prende per Pigra e poi lungo la «strada militare» fino all’Alpe di Colonno a 1322 mt. Contatti: 329/2297498, nello@alpedicolonno.org, www.alpedicolonno.org
Fonte: Il Giornale di Como
Ciak si gira: il killer Maniero diventa già film
Le imprese dei banditi ancora una volta attirano autori di fiction e pubblico. E così la carriera criminale di Faccia d’angelo da quest’autunno verrà rivissuta sul set per una serie in due puntate prodotta per Sky. Un altro criminale leggendario esce di galera e scatta subito il «ciak si gira». Più ne hai combinate come bandito e maggiore è la corsa al film o fiction che sia. Questa volta tocca a Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, che ha finito di scontare la sua pena lunedì. Per rapine, omicidi, traffico di droga, estorsioni gli hanno dato 17 anni di galera, invece che l’ergastolo, grazie al suo pentimento, vero o presunto. In autunno inizieranno le riprese di «Faccia d’angelo», una fiction per «Sky», che si ispira ad «Una storia criminale» il libro scritto dallo stesso Maniero con il giornalista Andrea Pasqualetto.
Le due puntate sulla vita del boss andranno in onda il prossimo anno e saranno girate in Veneto e Croazia. Il regista e attore è Andrea Porporati: «Sarà una pellicola sull’ascesa di questo gangster imprenditore, che sfruttò la crescita del Nord Est per le sue scorribande, dalle rapine miliardarie e spettacolari, agli omicidi».Lo scorso anno ci avevano già pensato su «La7» Maurizio Iannelli e Paolo Fattori a mandare in onda un docufiction sulla vita di Felicetto per la serie «Città criminali». La scelta di attori e comparse era avvenuta nell’ex villa bunker di Maniero a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia. Gli aspiranti interpreti del boss dalla «faccia d’angelo», dei suoi spietati luogotenenti e delle pupe che lo circondavano arrivarono a frotte. Molti attratti dalla leggenda noir di Maniero. Qualcuno addirittura faceva notare «che quando c’era lui che controllava il territorio non avevamo così tanta delinquenza straniera».
Adesso ci riprova Sky a ripercorrere la storia del boss da quando aveva 18 anni attraverso i colpi più famosi. Oltre ai 17 omicidi compiuti dalla sua banda, la rapina miliardaria al Casinò di Venezia, con fuga in motoscafo, resta nella leggenda del crimine. Come il colpo all’aeroporto Marco Polo, del capoluogo veneto, per mettere le grinfie su 170 chili d’oro diretti a Francoforte. Maniero non aveva ancora trent’anni, ma la nuova fiction racconterà anche le rocambolesche evasioni dal carcere Due Palazzi di Padova e da Fossombrone. E nelle riprese non dovrebbe mancare la bella vita, in spregio al pericolo di venir riacciuffato. Maniero, durante la latitanza, utilizzò uno yacht, con il nome dell’amata madre Lucy. A bordo, fra Napoli e la Croazia organizzava feste con tante belle donne. Faccia d’angelo, prodotta da Goodtime, racconterà pure la collaborazione con la giustizia di Maniero, che gli ha permesso di tornare in libertà a 55 anni dopo aver seminato il terrore nel Nord Ets dal 1975 al ’95.
Oggi ha cambiato identità e vive in un luogo segreto dove venderebbe elettrodomestici. I parenti delle sue vittime, si sentiranno girare le budella in questi giorni. Ancor di più sapendo che è partita la corsa al film. Stessa storia per la pellicola che Michele Placido sta girando sulla vita di Renato Vallanzasca, uno dei banditi più terribili di Milano e dintorni. Le riprese de «Il fiore del male» sono iniziate in gennaio. Placido ha garantito che onorerà le vittime del Bel Renè, pure lui uscito da poco di galera. Non la pensa così Gabriella Vitali D’Andrea, la vedova di uno degli agenti di polizia freddati dalla banda Vallanzasca nel 1977, durante un inseguimento. «È un errore fare un film su un personaggio che dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio», ha denunciato la vedova.
Il filone banditesco tira come «Romanzo criminale» il film dedicato alla gang romana della Magliana e la «Uno bianca», una fiction sui veri poliziotti rapinatori e assassini di Bologna. Kim Rossi Stuart è l’attore che ha interpretato «il Freddo», uno dei capi della banda della Magliana e adesso veste i panni di Vallanzasca nel nuovo film. Con il vero Renè ha passato molto tempo, per immedesimarsi nei gesti e nel parlare. Poche, invece, le pellicole ispirate alle guardie più famose che davano la caccia ai ladri. La Rai ha iniziato ad aprile, a Belgrado, le riprese della serie «Il commissario Nardone». Sei puntate dedicate ad una leggenda della questura di Milano negli anni ’50 e ’60.
24 agosto 2010
Fonte Il Giornale
Amour Fou: Una lettera aperta a Gianni Alemanno in relazione alle polemiche su De Pedis
Nei due post precedenti (La Repubblica ed Il Messaggero) gli attacchi a “I Moralisti”, di seguito la risposta che si legge sul sito degli Amour Fou
Un appello ai registi del cinema inchiesta e ai politici per un confronto reale fra autori e istituzioni sul ruolo educativo e di inchiesta dell’arte, contro il disimpegno dilagante, contro le censure preventive.
Gentile Sindaco Alemanno,
In relazione alla pubblicazione del brano ‘De Pedis’, da me composto insieme al gruppo Amor Fou, Lei ha dichiarato che sarebbe in atto “il tentativo di dipingere in maniera romantica una vicenda brutta e criminale”. Cercherò di replicarLe con completezza auspicando di poter trarre elementi costruttivi da un’inattesa occasione di confronto fra alcune istanze della mia professione e le Istituzioni che Lei rappresenta.
Confido nella Sua volontà di non sprecare l’ennesima opportunità per approfondire le ragioni dei fraintendimenti che troppo spesso contaminano il rapporto fra autori e Istituzioni in Italia, danneggiando la qualità della vita di ognuno di noi. Premetto di avere condiviso le Sue perplessità circa l’uso di statue di polistirolo raffiguranti quattro boss della Magliana al solo scopo di promuovere una fiction tv. Non posso però non ricordare di avere seguito la fiction stessa in onda su Canale 5, ovvero sulle reti di proprietà del nostro premier che pure di recente ha denunciato un’ eccessiva spettacolarizzazione del crimine, e non ricordo inviti a boicottare la visione da parte di nessun esponente politico della Sua area.
Premetto di aver enormemente apprezzato la decisione del Ministero di Giustizia di riaprire le indagini sulla morte di Pierpaolo Pasolini, sollecitate dalla diffusione di un filmato del povero Sergio Citti e dalle parole di Walter Veltroni. Ciò premesso vorrei poterLe chiarire alcuni presupposti della mia professione di cantautore.
Se ho scelto di dedicare la mia vita alla musica e alla cultura del nostro paese, è anche perché sono stato educato a valori e a gesti che per decenni hanno reso l’Italia una culla esemplare di civiltà e una fucina inesauribile di contenuti. Un’Italia che sapeva ancora produrre da sè gli anticorpi per cercare di guarire da certe malattie croniche, in cui le parole di condanna di un giovane Giulio Andreotti non scalfivano la verità di un capolavoro come ‘Umberto D.’ di Vittorio De Sica, girato al fine di rappresentare la meschinità del paese reale. Gettando luce sulle miserie morali di un’Italia in piena ricostruzione non credo che De Sica amasse meno gli italiani. Credo anzi che cercasse di aiutarli a rispettarsi e a capirsi di piu’ e credo che questa missione vada condivisa tanto dagli artisti quanto dalla politica che Lei rappresenta.
Nel Liceo di provincia che mi sono onorato di frequentare studiammo i classici greci e scoprimmo che nella cultura europea, grazie al realismo di Euripide, l’eroe non è sempre un risoluto protagonista positivo, ma sovente una persona problematica ed insicura, non priva di conflitti interiori. Imparammo che già nel quinto secolo avanti Cristo, attraverso l’arte, la tormentata sensibilità e le pulsioni irrazionali e distruttive di un uomo potevano scontrarsi con la ragione e con la morale degli spettatori a cui quest’arte era proposta. Da questa esperienza non sorgeva mai un’esigenza di censura, ma un momento di identificazione collettiva. Esattamente quello che accade oggi a milioni di persone, non tanto davanti alle opere di Ronconi ma – piu’ sovente – alle puntate del Grande Fratello.
La lezione dei tragici greci non l’ho mai dimenticata e forse mi è servita ad elaborare meglio l’insensatezza dell’agire umano, del crimine, della volontà di sopruso che percorre la nostra storia. Non so quali intenti abbiano animato Giancarlo De Cataldo, Michele Placido, Paolo Sorrentino, Roberto Saviano, Matteo Garrone, Francesco Rosi e i grandi registi del cinema di inchiesta nell’atto di rappresentare personalità così spietate nell’imporre la legge del crimine. Sono certo però non lo abbiano fatto per fomentare il disordine sociale. Le scrivo dunque sulla base delle ragioni che Lei adotta per stigmatizzare la mia presunta ‘ indulgenza ‘ verso certe tematiche, confidando nel fatto che anche Lei condivida che certe tematiche vadano in qualche modo documentate. Secondo il Suo collega Renato Brunetta infatti è quasi solo il potenziale commerciale a determinare il valore e la ‘sostenibilità’ di un’opera culturale. Va da sè che se questa tesi venisse applicata alla storia del cinema nessun produttore avrebbe mai investito un centesimo su molti capolavori dal modestissimo appeal commerciale, privando la nostra esistenza della visione di certe opere di Pietro Germi, De Sica o Michelangelo Antonioni.
Mai come oggi, di fronte alla disarmante rimozione di senso civico che riguarda e coinvolge ognuno di noi, sarebbe d’uopo riconoscere il reciproco ruolo, e rilanciare un confronto reale fra autori, cittadini e istituzioni che rifletta sugli strumenti di cui disponiamo per comprendere meglio la quotidianità, siano essi esempi viventi, film, dischi, saggi o occasioni di confronto pubblico.Comprendendo e approfondendo certi contenuti prima di censurarli forse riusciremmo a tutelare l’elemento divulgativo che l’arte, così come la politica al pari dell’insegnamento scolastico, deve recuperare pienamente per fronteggiare la catastrofe del disimpegno. Ci riapproprieremmo di una parvenza di valore civile. E forse eviteremmo una volta per tutte i fraintendimenti alla base del Suo intervento.
Ho 32 anni e qualcosa ho fatto in tempo a vedere. Ricordo per esempio un 30 Marzo a Roma, il giorno della la morte di Peppe Dimitri, un nome che Lei conosce bene. Ricordo nodi di rune sui muri della città, che non Vi premuraste di far cancellare. Ricordo un’orazione funebre che citò l’Iliade e un feretro sorretto anche dalle Sue braccia, circondato da persone dispostesi in modo da rappresentare una runa a forma di freccia. Mi chiedo se Lei si sia posto, nel celebrare la memoria di un amico attraverso quei simboli, il problema del rischio di far involontariamente apparire romantica, o esemplare, una vicenda – ovvero l’eversione e chi ne fece parte – dai risvolti storicamente, per usare le Sue parole, brutti e criminali.
Avrei potuto dedicare una canzone alla pubblica rappresentazione di cotanto idealismo e della storia tragica che questo idealismo rievocava attraverso quel rito funebre. Avrei potuto scrivere ispirandomi alla figura di Peppe Dimitri o a quella del militante di Prima Linea Roberto Rosso, poiché entrambi, hanno rappresentato esistenze emblematiche per la nostra memoria collettiva, esistenze il cui idealismo assunse contorni drammatici e distruttivi.Un idealismo che insanguinò la capitale e l’Italia non meno dei crimini commessi da Enrico De Pedis. Le assicuro che li avrei considerati, innanzitutto, uomini, perché credo che una canzone – che nessuno, né l’autore né l’ascoltatore, deve mai confondere con un manifesto ideologico - possa dire moltissimo sulla condizione umana. Ce lo insegnano De Andrè, Luigi Tenco, Piero Ciampi e tanti altri. Vorrei poter convenire con Lei che la presunta ‘cattiva pubblicità’ sia la causa prima di tanti comportamenti antisociali, ma Lei sa bene che la realtà, i suoi simboli ed i suoi riti, sono cosa molto piu’ complessa di una mera legge di causa-effetto. La storia ci consegna eroi positivi, negativi e uomini qualunque che spesso riassumono entrambe le polarità. E’ compito di ognuno di noi farsi trovare lucido al cospetto di quanto ci appare controverso o scandaloso, al fine di evitare le mistificazioni del moralismo e dell’ideologia. Che certi personaggi abbiano i tratti seducenti di qualche sanguinario eroe gotico o le sembianze grottesche dei compagni di merende non deve incidere sulla nostra facoltà di comprensione. Non è l’oblio forzato, non è il divieto a rappresentare il peggio di noi stessi che ci permette di elaborare ed esorcizzare il malvagio.
A volte la vita, sig. Alemanno, è di per sè romanzesca, nei suoi momenti di epica, di grandezza e di miseria. Proprio per questa ragione non è con il metro della censura, ma innanzitutto con pazienza e sensibilità, che ci si dovrebbe accostare all’arte che, di tanto in tanto, camminando sul filo, cerca di rappresentare una piccola parte della nostra vita attraverso una canzone e la responsabilità che ci si assume nell’atto di condividerla. In quest’ottica Le ripropongo, congedandomi, le bellissime parole di Francesco Rosi..
“L’arte si accompagna sempre a una sofferenza. (…) Non si è mai sicuri di aver raggiunto la verità di quello che si voleva dire, mai certi di essere capaci di assumersi la responsabilità del legame fra sé e gli altri. Non si può essere solitari. La creazione in origine è certamente un atto solitario, ma l’oggetto della creazione appartiene a tutti, è un oggetto sociale. Essere creatore deriva da questa esigenza: ci si rende conto di avere una responsabilità nei confronti di tutti, e occorre assumersela completamente, malgrado i dubbi e le sofferenze.”
Cordialmente
Alessandro Raina
Milano 13.06.2010
Fonte: http://www.amorfou.it
LE IMMAGINI UTILIZZATE, NON ERANO PRESENTI ALL’INTERNO DELLA LETTERA APERTA SCRITTA DALL’AUTORE.
Tra chef, scrittori e filosofi Vallanzasca presenta la biografia
Parolaio decima edizione – Como 28 agosto-12 settembre 2010
L’ incontro più ghiotto? Gualtiero Marchesi che racconta i segreti dei fornelli. Il più atteso? L’ anteprima nazionale con il senatore Marcello Dell’ Utri dei «Diari» di Mussolini, veri o presunti che siano. Il più curioso? L’ ex bandito Renato Vallanzasca (foto) che presenta la biografia «L’ ultima fuga» a due passi dal luogo – la sede del Credito Italiano – della sua rapina più clamorosa.
Immagini giornali sulla cattura di Vallanzasca
Tre assaggi di «Parolario» (Como, p.zza Cavour, dal 28 agosto al 12 settembre, ingresso libero), che fanno capire come la decima edizione del festival abbia una marcia in più. Filosofi (Giorello), scienziati (Boncinelli) e giornalisti (Torno) fanno i conti con «Il tempo», leitmotiv dell’ edizione. Tra gli ospiti italiani Marcello Foa, Sebastiano Vassalli, Maurizio Milani e Corrado Augias, Fabio Geda e Massimo Ciancimino. Finestre sul mondo sono i due focus geoculturali dedicati a Scandinavia e Turchia con autori di culto come Biörn Larsson e Serdan Özkan. La novità è una sezione dedicata ai classici (Manzoni, Proust, Shakespeare). E ancora proiezioni e serate musicali (Cristiano De Andrè). Il programma su http://www.parolario.it. (s. col.)
Fonte: Colombo Severino per il Corriere della Sera
I VOLTI CRIMINALI DIVENTANO “DI SERIE”: LA CRITICA
Romanzo criminale è una serie televisiva italiana basata sull’omonimo romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo e ne rappresenta il secondo adattamento dopo il film diretto da Michele Placido. Giovani attori riuniti da Stefano Sollima hanno ripercorso le tracce della banda interpretandone i personaggi. Il risultato è stato un inaspettato successo.
Aldo Grasso per Il Corriere della Sera scrive: Di Romanzo criminale, non si butta via niente. Prima il film di Placido, che era meglio del libro di De Cataldo, anche se il trio Rulli-Petraglia-Placido nell’ultima parte cede alla spiegazione sociale e ideologica e ammoscia il racconto, e poi la serie, che è meglio del film: interessante caso mediatico da studiare. Di solito, nelle trasposizioni, aumenta l’entropia di senso, qui è il contrario. Per intanto, godiamoci la serie che si giova di un respiro più disteso per raccontare quel clima delittuoso, quella malvivenza in cerca di organizzazione, quella Roma fine anni 70 insospettabile e insospettata. Prodotta da Cattleya e Sky Cinema con RTI-Mediaset, sceneggiata da Daniele Cesarano, Paolo Marchesini, Barbara Petronio e Leonardo Valente, diretta da Stefano Sollima, interpretata da Francesco Montanari (il Libanese), Vinicio Marchioni (il Freddo), Alessandro Roja (il Dandi), Marco Bocci (commissario Scialoja) e Daniela Virgilo (Patrizia), la serie parte dall’uccisione di Giorgina Masi, freddata da un colpo di pistola a Ponte Garibaldi per ricostruire le avventure della banda della Magliana, in un intreccio oscuro fra servizi segreti e criminali comuni, fra l’immaginario spaesato di Rino Gaetano e quello ben più radicato di Franco Califano. La serialità permette di dosare meglio le forze, rilanciare il racconto quando perde forza, tenere a bada l’impellente impegno politico degli autori (specie se italiani), soprattutto quando gli eventi premono: gli anni di piombo, le manifestazioni dei gruppi extraparlamentari, la speculazione edilizia, la mescolanza fra delinquenza e politica. Romanzo criminale – intendiamoci, non stiamo parlando dei Soprano – mette in luce anche un insolito lato cialtronesco, litigioso, candidamente efferato delle bande romane. Ogni delitto è volutamente imperfetto perché, sotto sotto, l’autore aspira a diventare famoso.
Roberto Levi per Il Giornale scrive: La serie tv ha una sua ragion d’essere perchè inquadra con cura l’ambiente e le tipologie umane che gravitavano attorno alla Roma degli anni 70, offrendo uno spaccato realistico sia dell’atmosfera malavitosa che del modo di pensare ed agire dei suoi rappresentanti. Giova, al Romanzo criminale in formato fiction, l’essersi affidati a un regista esperto come Stefano Sollima e a una serie di attori non troppo famosi ma efficaci. Non potendo contare su nomi di grosso richiamo, è probabile che gran parte dell’attenzione si sia concentrata – moltiplicandone gli effetti positivi – sulla necessità di esaltare la forza nuda e cruda dell’interpretazione e dell’intensità espressiva.
Alessandra Comazzi per La Stampa scrive: Ma guarda questi attori. Sono bravi. E certo, vengono dall’Accademia d’Arte drammatica, dal Centro sperimentale di cinematografia, hanno lavorato con Ronconi. Tutte persone che si sono preparate per quel mestiere, non lo fanno solo gli americani. Hanno studiato: le intonazioni, come porgere la voce, come muovere il corpo. Parlano romanesco: sono la banda della Magliana, come dovrebbero parlare, ma lo fanno usando il diaframma. E quindi facendosi comprendere. Dovrebbe essere la regola, invece le italiche fiction sono ben lontane.
Micaela Urbano per Il Messaggero scrive: Racconto articolato e dettagliato, di ritmo sostenuto, con tanti personaggi in più presi dal libro e con un’attenta ricostruzione degli anni Settanta. Insomma, una serie fedele il più possibile alle pagine di De Cataldo, ben interpretato da un cast che merita di diventare noto.
Mirella Poggialini per Avvenire scrive: E’ ben fatto, ben diretto, ben recitato, rivela una cura particolare nella confezione e nella puntuale ricostruzione dell’epoca… ma non mi piace. I protagonisti della banda romana sono giovani determinati e feroci. Si dilaniano a vicenda in reciproci sospetti, non esitano a uccidere, diffidano con forte carica di odio: e perciò urta fortemente che nelle presentazioni gli autori e il regista usino sempre, per definire la loro storia di criminali in divenire, i termini “mitico” ed “epico”.
Antonio Dipollina per Repubblica scrive: Bruciano, gli anni Settanta. Nei ricordi, ma anche nelle sequenze ad alto voltaggio del Romanzo criminale diventato ora una serie tv in dodici puntate su Sky Cinema. Il nucleo originario (il libro di De Cataldo) si è espanso prima al film e ora esplode nella frammentazione del lungo passo da serie televisiva. Operazione ad alto rischio: gli interpreti cambiano tutti, la traccia rimane ma intorno fioriscono annessi e connessi, con respiro superiore. Il rischio era nella forzatura del progetto: dal regista (Stefano Sollima) in giù ne sono usciti piuttosto bene. Si trattava di togliere dove serviva e aggiungere idem. La ricostruzione d’ambiente cattura l’attenzione, intuendo la mole di lavoro (rendere gli esterni urbani degli anni Settanta è come rendere quelli del Medioevo), agli attori giovani ci si abitua subito e poi la storia va, col notevole intreccio di partenza tra tensioni e strategie d’epoca, criminali, politiche, servizievoli – nel senso dei Servizi. Un’altra fiction è possibile. Altri episodi il lunedì sera su Sky Cinema 1, molto più avanti la trasmissione in chiaro su Mediaset.
Stefania Carini per Europa scrive: Romanzo criminale riesce a eguagliare il film nella fattura: è ben girato, ben recitato, ben scritto. In questo, è superiore a molti prodotti televisivi italiani, e conferma che il satellite è la via italiana alla fiction di qualità, pur con i suoi alti e bassi.
Camilla Costanzo per Libero scrive: Cominciavamo ad annoiarci davvero di fiction costruite solo su star. Non c’era progetto che un produttore potesse far approvare se prima non aveva il consenso di una star. Di un volto noto che portasse ascolti. Doveva arrivare Sky a stimolare di nuovo la competizione, e un po’ di sana concorrenza fa solo bene all’industria tv, malata, ormai, di “codardia acuta”. Noi vogliamo crederci. Per poter dire che vinca il migliore.
IN UNA FRASE…
“Uno degli esiti più riusciti della fiction italiana” Aldo Grasso.
“La migliore serie televisiva mai prodotta in Italia” Andrea Scanzi La Stampa.
“La serie evento dell’estate di Canal+ non è né americana, né francese, né inglese, bensì italiana” Le Figaro.
“Sono pochissime le serie televisive europee belle e meritevoli di essere segnalate”. Le Monde.
“Romanzo Criminale rappresenta per l’Italia ciò che American Tabloid di James Ellroy rappresenta per gli Stati Uniti e la serie è un adattamento avvincente.” Telérama
Notte Criminale chiarisce…
… iniziamo a mettere i puntini sulle “i”.
Notte Criminale non vuol essere mitizzazione del crimine, al contrario, parte proprio dal chiedersi “perchè crimini e criminali diventano mito?”.
Al processo delle vittime e dei carnefici: media, giornali, tv…ma soprattutto le “Interpretazioni dei fatti”. Fatti, appunto. Quelli accaduti e narrati senza voler rendere star e miti i criminali, ma che hanno informato, inseguito e supportato le vicende, le indagini, gli avvenimenti.
Interpretazioni che additato il cinema, la televisione e lo spettacolo come artefici della mitizzazione. Vero…tanto quanto Falso. Se a giocare con la spettacolarizzazione della notizia, sono stati per primi i mezzi di comunicazione, di certo non possiamo giustificare, solo con essi, il fine deleterio che spesso porta a mitizzare, scagionare e, cosa ancor più grave, emulare tali atteggiamenti criminali.
Così a rispondere sui “perché”, in tribunale, senza giudicare, portiamo anche le istituzioni che additano ma che si sono e si macchiano e magari anche le famiglie che, sempre più “filtri” assenti, amano puntare l’indice contro.
E allora, Notte Criminale, si pone tra lo schermo ed il pubblico,senza schierarsi. Partendo da ciò che è stato analizza il “come è stato raccontato”, lascia spazio alle opinioni e, usando lo stesso strumento di “cattura”, proprio dello spettacolo, prova ad alleggerire il peso del male accendendo i riflettori sul tema “crimine”.
Per questo è notte che illumina, chiarisce, interroga, di e sul crimine. Proprio perché a metà tra l’essere e l’apparire, la formula scelta è l’infotainment: informazione che intrattiene l’attenzione.
La notte, prima di “entrare in scena” sui palcoscenici cittadini, è sul web che discute e fa discutere pubblico, protagonisti, scrittori, autori, giornalisti, attori.

![EyeTVSnapshot[5]](http://nottecriminale.files.wordpress.com/2011/06/eyetvsnapshot5.jpg?w=540)



























































