Etichettato: assalto
Rapina con ferito a portavalori. Aggiornamenti dal Veneto
Un solo vigilante è rimasto ferito da un colpo di pistola ad una gamba; gli altri due colleghi hanno subito escoriazioni e shock durante l’aggressione dei sei banditi….continua a leggere gli aggiornamenti sulla rapina al portavalori a Padova
Bologna: l’operazione “Gruppo Tnt” porta in galera 6 persone.
Il nome dell’operazione -’Gruppo Tnt’- prende in prestito quello dei fumetti su Alan Ford e della sua sgangherata banda…continua a leggere sull’operazione gruppo Tnt
Bari: assalto portavalori
Un assalto a un furgone portavalori della società Ivri è stato compiuto poco fa nel barese sulla strada Bitritto-Adelfia-Loseto all’altezza del cavalcavia dell’A14…
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Belgio, gli assassini folli del Brabante: 28 morti senza un perché – Prima parte
Ventotto morti, un bottino che oscilla tra i 6 e i 7 milioni di franchi belgi, cioè tra i 150 mila e 175 mila euro, secondo la commissione parlamentare che nel 1997 venne incaricata dal parlamento belga di indagare in Belgio sui fatti del Brabante Vallone. Certo, cifre che vanno rapportate al costo della vita di almeno 25 anni fa, ma che non sono sufficienti a giustificare la morte di Rebecca Van Den Steen, 12 anni, uccisa con suo padre e con sua madre il 9 novembre 1985 ad Alost, nel corso dell’assalto al supermercato Delhaize. E poi ci sono Marie Jean, George, Jan, Dirk, e Annice, 10 anni. Abbattuti alla vigilia di una festa, com’era quel 9 novembre.
Il giorno dopo sarebbe stato San Martino e la gente si era assiepata dentro il centro commerciale. Mancavano pochi minuti alle 19 e occorreva completare gli ultimi acquisti in vista dei pranzi e degli ultimi regali per il giorno successivo. Malgrado i controlli delle forze dell’ordine fossero ormai elevatissimi, nel parcheggio arrivò una Golf Gti da cui scese un commando che sparò sulla gente assiepata alle casse e fece una strage. L’ultima. Da allora sparirono nel nulla, senza che mai si sia arrivati ad alcuna risposta definitiva su quella che viene definita la storia del delitti del Brabante Vallone.
I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
LINK AI POST PRECEDENTI:
Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
Renato Vallanzasca l’eccezione italiana di una vita dietro le sbarre (non dietro le quinte).
Non sfuggono nemmeno alla carenza di diottrie le polemiche che, negli ultimi giorni, hanno calcato le pagine dei quotidiani nazionali avvolgendo la pellicola su Vallanzasca, in uscita domani 21 gennaio 2011 in tutte le sale italiane. Salterei volentieri qualche passaggio irrilevante, come la critica di Davide Cavallotto della Lega Nord che, pare necessiti tutte le volte dei riflettori di questo o quell’altro film per illuminarsi e, ahimè, non illuminare dispensando “saggezze” non proprio in linea per età con le storie raccontate….
La Riviera del Brenta…dove pianti fagioli e crescono banditi-4ª parte
E’ una storia criminale e, come tutte le storie criminali ad alta gradazione, sono le macchie di sangue rosse come il vino a risaltare. Nella prima parte di questo viaggio, a nord-est della malavita italiana, non abbiamo potuto evitare di ripercorrere quei luoghi dove la Mala del Brenta ha consumato vite, condannato a morte, regolato conti, forzato esecuzioni. Itinerario macabro se vogliamo, ma obbligatorio se si vuol capire o semplicemente scoprire verità che uomo e natura hanno cercato invano di mascherare. Ma il tempo no. Quel passato indelebile, sfiorato dallo sguardo, riaccende i colori di ricordi mai sbiaditi e mai troppo lontani per riuscire a far gelare persino il midollo….
Maniero è libero. Ma c’è ancora chi vuole vendicare il suo “tradimento”?
Dopo la scarcerazione dell’ ex boss della mala del Brenta è lecito porsi più di un quesito. I veneti sono persone che difficilmente dimenticano i “tradimenti”. Da questo articolo de Il Giornale di qualche anno fa, leggiamo che gli “ex sodali” si stavano organizzando per eliminarlo. Adesso che è libero di circolare e fuori dalla protezione dello Stato cosa accadrà ?
E il suicidio della figlia, fu veramente un suicidio o potrebbe essere un preciso messaggio a Felice Maniero? E se fosse stato un messaggio, la vendetta trasversale basterà a placare l’ira di chi, sulle affermazioni del boss, è stato carcerato per anni ?
L’unica risposta certa è che la sua storia di sangue chiama sangue….tribale ma verosimile
Alessandro Ambrosini
Fonti: Il Giornale
La Riviera del Brenta…dove pianti fagioli e crescono banditi-3ª parte
In questo giorno d’agosto le calde strade di Campolongo Maggiore sono deserte. Eppure tutte le volte che si rientra in auto, non è facile distinguere se a condizionarti persino la pelle, sia soltanto l’aria condizionata. Le tracce di questi quesiti si perdono ad andatura costante nel paesaggio circostante che richiama l’attenzione di oggi ad un passato non troppo lontano. Strade e vicoli, ieri più animati, impongono concentrazione mentre si cerca “la via di casa”, quella casa che fu di Felice Maniero, di sua madre Lucia e sua sorella Noretta (Donne che, per molti, influenzarono più di chiunque altro il boss del Brenta)….
Libero il boss che rubò il “Francesco I”
Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta, protagonista del furto del ritratto di Francesco I del Velasquez dalla Galleria Estense di Modena, da domani è un uomo libero a tutti gli effetti.
ritratto di Francesco I del Velasquez
Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta, protagonista del furto del ritratto di Francesco I del Velasquez dalla Galleria Estense di Modena, da domani è un uomo libero a tutti gli effetti. Dopo i processi per omicidi e rapine che per circa vent’anni hanno terrorizzato il Nord Est e soprattutto dopo la decisione di collaborare con la giustizia, “Faccia d’Angelo” ha concluso oggi, a 56 anni, l’ultima misura restrittiva che stava scontando, il soggiorno obbligato.
Il 23 gennaio del 1992 la banda di Felice Maniero rubò alla Galleria Estense di Modena il ritratto di Francesco I del Velasquez e altri dipinti del Correggio, di El Greco e di Guardi, poi ritrovati, in due tempi, negli anni successivi. Ad agire fu un commando di 4 uomini armati e mascherati, guidati dallo stesso “Felicetto”: 3 minuti e 58 secondi il tempo esatto per depredare Modena dei suoi principali capolavori. Pochi mesi dopo Felice Maniero venne arrestato e iniziò la trattativa per la restituzione dei capolavori. Il Velasquez venne recuperato dalla Criminalpol nel febbraio del ’95, nascosto a Pieve di Sacco. Maniero conosceva molto bene la nostra città, dove, tra gli anni 80 e 90, si contendeva con i casalesi il controllo del gioco d’azzardo, tra gli episodi più gravi la sparatoria di via Benedetto Marcello nella primavera del ’92 e, qualche mese dopo, l’assalto in via Montecuccoli a colpi di mitra in un circolo privato dove si giocava d’azzardo.
22 agosto 2010
Fonte Sabrina Ronchetti per viaEmilianet
La Riviera del Brenta…dove pianti fagioli e crescono banditi-2ª parte
Se passate per i paesini della bassa padovana, noterete come il panorama è una delle cose che non cambia in senso assoluto. Ci sono strade con nomi che proseguono per decine di km tra case coloniali e villette a schiera o singole. Bar dalle insegna scolorite si inframezzano a negozi di alimentari che rimandano ad almeno 30 anni fa quando, ancora, i centri commerciali erano mosche bianche pronte a depositare le “uova” per espandersi. Le strade che costeggiano argini di fiumi sconosciuti accompagnano fino alla meta intervallando il tempo passato e presente…
La Riviera del Brenta…dove pianti fagioli e crescono banditi -1ª parte-
Partire da Roma per andare alla ricerca di nuovi indizi e foto dei luoghi dove la Mala del Brenta è nata ed ha trovato l’ humus vitale per crescere e morire è una sensazione strana. Il treno che aspetta sotto un sole agostano l’ultimo passeggero in ritardo, è già pronto a catapultarmi in una realtà che io, essendo veneto, conosco bene. Ma non così a fondo perché, dietro gli argini dei fiumi che portano all’Adriatico, dietro quei paesi della riviera del Brenta, del piovesano e della campagna veneziana ci sono molte cose non dette, molte cose che sembrano appartenere solo esclusivamente a Corleone o a qualche città della Sicilia. Invece no,…
Notte Criminale è inchiesta !
In questi giorni agostani, mentre tutti si godono il solleone e le meritate vacanze, Notte Criminale raddoppia il suo sforzo e vi prepara una serie di report “sul campo”. Alessandro Ambrosini è andato nei paesi che hanno caratterizzato i crimini di oltre un decennio nel rigoglioso Veneto, ha fotografato luoghi, ha incontrato persone che resteranno nell’anonimato ma che hanno vissuto, a volte in prima persona, fatti e tragedie. Leggerete alcune cose che non si trovano nei libri o nei giornali dell’epoca e rivivrete invece con foto, commenti e fatti ripresi dai media, le fasi principali di questa storia di sangue e infamia, omertà e mafia. Parole che potrebbero raccontare storie “alla Puzo”, ma che disegnano perfettamente oltre un decennio sotto l’ombra del Leone di San Marco.
“ La sensazione che ho avuto nell’immergermi in quella realtà è stato di entrare in una storia in cui non ancora tutto è stato spiegato e molto è stato sommerso tra i no comment e gli omissis..Il fatto che, da quei paesini, tutti ben curati, pieni di bravi coltivatori e piccoli imprenditori vanto del Nord-est, sia uscita una delle bande organizzate più feroci e determinate della storia d’Italia, è una cosa che mi ha spiazzato. Può sembrare una riedizione di “Goodfellas-Quei bravi ragazzi” in edizione goldoniana…ma non è così. E’ stato un fenomeno che ha creato lacrime e sangue ma ha dimostrato anche la genialità criminale dei protagonisti, anche se alla fine, come tutte queste organizzazioni, il loro futuro è stato scritto tra sbarre di galera e asfalto freddo…tranne che per lui: Felice Maniero, nome e cognome che non troverà più un corpo a cui far riferimento ma che ricorda chi ancora vive protetto ma libero. “
Alessandro Ambrosini

















