Caso Mar. Cautillo: dal mobbing alla malagiustizia? (audio e documenti in ESCLUSIVA)


Cronaca di un uomo in balia dello Stato.
Prosegue a colpi di carte bollate l’incredibile caso del maresciallo Cautillo, un’odissea giudiziaria di un’esistenza che presenta elementi sorprendenti: un giallo italiano.
E registra un colpo di scena….

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Roma: trovata arma duplice omicidio


La notizia non è ancora stata confermata ma, pare che l’arma del duplice omicidio che ha tolto la vita a Lui Zhou Zheng, cittadino cinese di 31 anni, e sua figlia di appena nove mesi, sia stata ritrovata. L’arma in questione sembra compatibile con i colpi sparati per compiere il delitto anche se sembra siano in corso i dovuti accertamenti…

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Chi controlla i controllori?


di Antonio Cautillo

Negli ultimi anni un sempre maggior numero di alti ufficiali è rimasto coinvolto in eclatanti fatti di malcostume e bassa devianza.
Il fenomeno della corruzione, della collusione, dell’illegalità interna fa notizia ed ha come effetto la delegittimazione dello Stato.
E’ un problema scomodo di cui si parla poco, anche se è vero che il fenomeno interessa percentuali minime di tutori dell’ordine e che siamo composti ancora in massima parte da persone oneste…

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Crime News: Aggiornamento Roma. Si cercano nel passato i motivi dell’agguato di oggi, ma non solo


Stamattina, alle 6.30, in Via Amico Aspertini, strada al confine tra Torre Angela e Tor Bella Monaca, si è consumato l’ennesimo agguato a colpi di pistola. La vittima è Massimiliano Cogliano, 32 anni pugile di categoria peso massimo (100 chili) che sul suo Suv si stava dirigendo a casa.
Con “Supermassimò”, in macchina, c’era la Continua a leggere

Roma: arrestato uno dei killer che insanguinano la capitale? Era pronto a sparare.


Tra la notte di venerdi e sabato i Carabinieri di Frascati in collaborazione con la stazione locale hanno portato a termine un’operazione che riguardava la zona di Tor Bella Monaca. Quattro gli arrestati denunciati a vario titolo: dallo detenzione di stupefacenti e quindi allo spaccio, al porto abusivo di arma illegale, alla detenzione di munizionamento da guerra. Continua a leggere

Blitz contro i Casalesi. Arresti in tutta Italia


Questa mattina, a brillare non erano i guadagni delle attività criminali ma i bracciali stretti ai polsi di sedici persone.

“Apogeo” questo il nome dell’operazione congiunta (dei carabinieri del Ros, i comandi territoriali dell’Arma e del Gico della Guardia di Finanza di Perugia e Firenze), che ha smantellato una banda con sede operativa a Perugia, ma che operava, poi, in Umbria, Toscana, Marche, Veneto, Campania e in altre zone su tutto il territorio nazionale.

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Ciancimino jr. dà un volto al “puparo”


Il figlio dell’ex sindaco mafioso: «Si presentò come l’autista del generale Paolantoni»

PALERMO – Meno allegro del solito, anzi dimesso e nervoso, Massimo Ciancimino si è seduto ancora una volta sulla sedia del testimone.
Solo quando è entrato nell’aula dove si celebra il processo al generale Mario Mori, il figlio dell’ex sindaco, come se si fosse aperto il palcoscenico, è riuscito a sorridere dopo venti giorni di carcere. Una “vita spericolata” quella del figlio di don Vito, da quando ha deciso di parlare con i pm. Sempre sotto i riflettori della cronaca e le bordate dei critici a raccontare le tante verità, continui colpi di scena puntellati dalle intimidazioni subite. Come un attore consumato, Ciacimino Jr è riuscito a cambiare anche il canovaccio della sua deposizione, la seconda al processo Mori, trasformandola in un nuovo show. Doveva parlare della nomina dell’avvocato Nicolò Amato come legale del padre, ma il tema si è subito spostato sul presunto “puparo” su cui i pm stanno indagando, diventato in aula “Mister X” per non rivelarne l’identità. Prima di sabato scorso Ciancimino non ne aveva mai parlato agli inquirenti. «Sono stato avvicinato da questo personaggio ad aprile dell’anno scorso. Si è presentato come autista del generale dei carabinieri Paolantoni – ha spiegato – Anche lui era dell’arma e mi ha detto di avere ricevuto copia del manoscritto di mio padre Le mafie accompagnato da una documentazione per dimostrare la persecuzione giudiziaria che attuavano Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro. Mi disse che le vittime della trattativa erano stati mio padre e il generale Mori e che tutto era stato diretto da altri personaggi come Amato e Mancino». “Mister X” dava anche qualche consiglio al testimone. «Non devi parlare più di Mori», gli avrebbe suggerito. «In più mi avvertì – ha proseguito – che si stava muovendo qualcosa contro di me».

Fonte: Il Corriere Canadese

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I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

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Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte


Dunque Angelo Fabbri viene assassinato con dodici coltellate a poche ore dal Capodanno 1982 e il suo delitto resta insoluto. Delitto che viene seguito qualche mese più tardi da un nuovo omicidio. La vittima è nota in città. Si chiama Francesca Alinovi, è nata a Parma il 28 gennaio 1948 ed è con la sua morte che, in città, si inizia a parlare di serialità. E di presagi.

Francesca Alinovi - Foto Gazzetta di Parma

Io non volevo morire… Se tu mi leggi, ora, e io sono morta, ricorda che io non volevo morire, ricorda che io avrei voluto essere immortale e non lasciare spoglie vicarie mortali sulla terra. Ricorda che, anche faticosamente, avrei retto il peso dei miei anni e la fatica di vivere stratta in un corpo putrido e malato. Ricorda poi che, per il fatto che mi leggi, io ti amo, come, in vita, ho amato tutti quelli che mi hanno amato e ho amato essere amata senza mai essere capace di manifestare il mio amore. Sono sentimentale, questa sera del 20 dicembre vicino a Natale, e con la febbre d’amore che riverso su dischi e fantasie di incontri inaccaduti. Faccio il mio testamento di amore e di morte perché ho sempre sentito l’amore come morte (e la morte come amore?). Non voglio morire… e non posso amare.

Queste parole sono state scritte un anno e mezzo prima del delitto e sono raccolte nel diario che la donna ha tenuto per anni fino a poche settimane prima del suo omicidio. Riportato per stralci nel libro Francesca Alinovi. 47 coltellate di Achille Melchionda (Pendragon, 2007), sembra il racconto in presa di diretta degli eventi che porteranno al 15 giugno 1983, un mercoledì, quando un vigile del fuoco i pioli di una scala a pioli per entrare in un appartamento del centro storico, in via del Riccio 7. La proprietaria, Francesca, che insegna al Dams ed è un astro nascente della critica artistica in Italia, non risponde né al telefono né alla porta da tre giorni. E le preoccupazioni di Marcello Iori, un amico della giovane donna che non ha più sue notizie, sono fondate.

Mentre in quella vigilia d’estate le radio iniziano a rimbalzare uno dei tormentoni da ombrellone, “Io ho te” di Donatella Rettore, pezzo che impazzerà da Azzurro ’83 al Festivalbar, il corpo di Francesca Alinovi è a terra, non lontano dalla porta d’ingresso di casa sua. I piedi sono rivolti all’uscio, la testa alla camera da letto e il viso è stato coperto da un paio di grossi e vivaci cuscini. Alle 18.30 di quel 15 giugno, la polizia riesce a entrare e dà inizio ai rilievi, da cui in un primo momento non esce granché. Di certo, chi l’ha assassinata non ha scassinato la porta, richiusa normalmente alle spalle di chi ha commesso il delitto, e ha agito almeno tre giorni prima, a una prima analisi della salma. Ma quando esattamente? Probabilmente domenica 12 giugno, in un orario compreso tra la metà del pomeriggio e la serata.

Intanto il medico legale conta sulla donna 47 coltellate. Molte sono superficiali e la maggior parte è più profonda di un centimetro. Dalla tipologia delle ferite, l’arma è una sola e ha infierito sul lato destro del corpo. Alcune pugnalate hanno raggiunto anche il palmo di una mano, effetto forse di un tentativo di difesa, e sulla schiena. Ma solo una è mortale: è quella inferta al collo della vittima, che ha provocato un’emorragia interna e che ha ucciso Francesca in una decina di minuti.

A una prima ricognizione si esclude la rapina. Dall’appartamento non sembra mancare nulla, a accezione di un asciugamano di piccole dimensioni, un coltello da cucina e uno specchietto. E il ritrovamento più strano gli agenti della polizia lo effettuano in bagno, dove qualcuno ha scritto sulla finestra la frase “Your’not alone, any… way”. Gli errori di grammatica sono evidenti, ma il significato è chiaro: ad ogni modo non sarai sola.

Chi l’ha assassinata? Per cercare l’autore di questo delitto, gli investigatori si concentrano sulle persone più prossime a Francesca e isolano una decina di iscritti al Dams che hanno dato vita a un gruppo informale, gli “Enfatisti”, con l’intenzione di dare vita a una nuova corrente artistica.

Invito a una rassegna enfantista. Compare anche la firma di Francesco Ciancabilla

Francesco CiancabillaTra loro c’è Francesco Ciancabilla, 23 anni, legato alla vittima da una relazione sentimentale iniziata un paio d’anni prima e trascinatasi più tra bassi che tra alti. Di lui scrive il 4 marzo 1981:

Sono innamorata di Francesco. Sono incredibilmente innamorata del sosia di me stessa, del mio sosia Gemelli-Acquario. È straordinario come avessi previsto tutto e come io stia tornando alle origini di me. Un io che è quello che ero e insieme quella che sono. Vivo la cultura sulla mia pelle e vivo come scrivo, sento come teorizzo. Ancora una volta è l’avventura di me proiettata al di fuori che rientra nel mio dentro senza saperlo. L’ombelico del mondo. Non so come è successo con Francesco, ma io ho 11 anni e vivo l’esperienza consumata che ho vissuto appunto a 11 anni [...]. Lui è come me e, incredibile a dirsi, non so che fare con me [...]. Dare e non dare, dire e non dire, esserci e non esserci; la paura di concedersi, di lasciarsi andare, la sensazione di lasciar trapelare senza troppo e… fuggire.

Interrogato il 16 e il 17 giugno a proposito dei suoi spostamenti, non mostra segni di agitazione nemmeno quando viene condotto nell’appartamento di via del Riccio. Conservando sempre la sua apparente tranquillità, Ciancabilla spiega agli investigatori di aver salutato Francesca intorno alle 19.30 di domenica 12 giugno. Lo attendeva un treno per Pescara, la sua città natale, e che era alla stazione di piazza delle Medaglie d’Oro lo può confermare un’amica. A Francesca non ha fatto nulla, dice, quando l’ha lasciata era viva, stava bene ed è solo un caso che quel pomeriggio la donna non gli abbia dato un passaggio in macchina verso la stazione.

Gli inquirenti però non gli credono. C’erano già stati episodi quanto meno burrascosi tra la coppia. Una volta Francesca era stata rincorsa da lui che impugnava un paio di forbici, un’altra le aveva fatto un occhio nero e un’altra ancora il giovane aveva spinto la loro auto sull’orlo di un burrone minacciando di lasciarsi entrambi cadere di sotto.

E poi c’erano altri aspetti. La loro difficile intimità, un’identità sessuale del ragazzi non definitiva il fatto che lui dicesse in giro di averle «dato l’anima, ma non il corpo». Racconterà la donna al suo diario il 7 giugno 1981:

Francesco, la perla dei miei sogni recenti, è omosessuale, innamorato di un ragazzino venticinquenne incontrato per caso alla Soffitta la sera della performance di Orlan, mentre io non c’ero, l’unica sera in cui non c’ero [...]. È omosessuale ed eterosessuale, finora non mi era mai capitato. Io divento sempre più asessuata. Mi dispiace per i suoi grandi occhioni gialli, per le sue grandi labbra carnose. Il pensiero di lui mi aveva reso felice per tanto mesi…

E poi c’era il problema dell’eroina: una tossicodipendenza intermittente, subdola, che minava il giovane e che Francesca aveva cercato di stroncare, senza riuscirci. Fino a quando la donna non aveva iniziato a stancarsi di quell’amante più giovane, tormentato e affascinante, che la prendeva e la lasciava e che insinuava in lei il sospetto che a interessarlo fosse più il suo peso nel mondo dell’arte che altro.

Negli ultimi mesi dalla sua vita, Francesca è stanca di quella storia. È stremata da anni di lotte, di punizioni fisiche e psicologiche, di quel giovane uomo che la tratta come una bambola da sbattere via, quando non ha voglia di lei. E scrive sul suo diario il 20 marzo 1983:

Per la prima l’ho visto come un deficiente, gli ho detto deficiente, ho pensato deficiente. Per la prima volta penso che lui sia un deficiente, squallido. L’ho visto già prima lì tra o suoi amici, numero da fiera tra poverini numeri da fiera, baracconate, pagliacciate. Lui come gli altri. Ubriaco? Ma che importa, io l’ho visto come gli altri, Già stasera le sue foto mi fanno incazzare [...]. Crollo di un mito. Crollo di un amore che mi sembra impossibile aver provato. Cieca per due anni, due anni pazza d’amore.

Francesco Ciancabilla, nel giro di qualche giorno, diventa il principale indiziato per una serie di ragioni. Francesca non avrebbe aperto a uno sconosciuto e quando qualcuno suonava lei si accertava sempre dell’identità del visitatore gettando uno sguardo dalla finestra. Inoltre nessuno aveva una copia delle chiavi di casa e dunque difficile pensare che qualcuno avesse potuto introdursi furtivamente per poi ucciderla.

Il 12 giugno 1983 Francesca Alinovi è sicuramente viva alle 17, quando riceve una telefonata. Ma alle 19.30 non si presenta alla galleria dove aveva un appuntamento. Non avverte nessuno della sua assenza, comportamento inusuale per la donna per quanto, sul momento, nessuno si allarmi più di tanto. Però non accompagna nemmeno Francesco alla stazione, come faceva di solito. Ma quando viene assassinata, Francesca è vestita come se dovesse uscire, scarpe comprese, e la datazione della morte potrebbe essere posticipata fino alle 6 del mattino successivo dato che la donna indossava anche un Rolex che si ricaricava con il movimento del polso.

Una perizia controversa, quella sull’orologio, perché è fermo quando Francesca viene ritrovata. Ma viene maneggiato male e i meccanismi si riattivano. Questo sarà un punto importante su cui premerà la difesa di Francesco Ciancabilla: come credere all’attendibilità delle verifiche effettuate se non si riesce a stabilire con certezza quanto tempo è trascorso da quando Francesca a smesso di muovere il polso? E poi, proseguono gli avvocati del giovane, perché nessuno l’ha sentita gridare nonostante le 47 coltellate? In quei giorni a Bologna fa già il tipico caldo asfissiante dell’estate emiliana e le finestre sono spalancate. Eppure niente: un urlo, un lamento, un rumore. Dall’appartamento di via del Riccio non esce alcun suono. E Ciancabilla, quando viene ufficialmente indagato per omicidio, non reca addosso alcuna traccia di sangue, neanche uno schizzo.

Francesco Ciancabilla durante il processo di primo grado - Archivio L'Unita'

Tanto basterà perché il 31 gennaio 1985 il ragazzo, al termine del processo di primo grado, venga assolto per insufficienza di prova, ma la situazione si ribalta in secondo grado il 3 dicembre 1986, quando la Corte d’Assise d’Appello di Bologna lo condanna a quindici anni di carcere. Lui continua a dichiararsi innocente e a quel punto le forze dell’ordine non faranno in tempo a portarlo in carcere perché Francesco è scomparso, scappato. Solo nel 1997 sarà ritrovato dagli agenti della Digos in Spagna, dove vive dopo aver soggiornato per un po’ in Francia. Nel frattempo la condanna è diventata definitiva e l’assassino di Francesca Alinovi ha un nome, per quanto ancora oggi ci sia chi non crede fino in fondo alla colpevolezza di Francesco Ciancabilla.

Scrive a questo proposito Luigi Bernardi nel suo Macchie di Rosso – Bologna avanti e oltre il delitto Alinov (Zona Editrice, 2002):

A Bologna, per fare un buon piatto di tortellini, bisogna ammazzare tre animali diversi: un maiale per il ripieno; una gallina e un manzo per il brodo.
Sua maestà Tortellino chiede il suo tributo di sangue. Lo chiede e sa ottenerlo. Comincia dunque in macelleria una delle glorie massime di questa città. Gli animali si ammazzano con un colpo secco, micidiale. Chi ammazza gli animali impara presto come si fa. Non fosse altro per non sentire a lungo i lamenti, che prendono subito una tonalità “umana”, da far arricciare la pelle [...].

Nella storia di Bologna c’è un prima e un dopo l’assassinio di Francesca Alinovi, quel delitto è la radiografia di una frattura. Poco meno di tre anni prima [...], Bologna era stata scossa da ben altra deflagrazione, l’attentato alla stazione, la strage. Ne era rimasta tramortita, aveva allentato i riflessi, smorzato gli slanci, persino i desideri. Bologna è sempre stata una città che ha voluto, e potuto, scegliersi la propria velocità, in questo consisteva il suo famoso essere diversa. Bologna era un mondo a parte: per alcuni un paradiso che non si abbandona più, per altri un inferno da spegnare ad ogni costo.

Francesca Alinovi - Archivio L'Unita'

Antonella Beccaria

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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -

I delitti del Dams – Terza e ultima parte

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La Fiat di Cesare Romiti e il mistero del Mig libico


Fabrizio Colarieti con resti Dc9

Che Gheddafi sappia la verità sull’affaire Ustica è un dato incontrovertibile, non fosse altro perché quella notte nei cieli del basso Tirreno – lo ha ripetuto lui stesso decine di volte – il vero obiettivo (degli americani e dei francesi), era proprio lui e non il Dc9 dell’Itavia. E trentuno anni dopo quella tragedia, mentre il regime del Muammar si sgretola su se stesso, riemergono inquietanti particolari sui rapporti tra Italia e Libia, sulla vicenda di quel Mig caduto sulla Sila, forse lo stesso giorno in cui fu abbattuto il Dc9, e sull’atteggiamento, assai sospetto, del Governo italiano, del Sismi e degli allora vertici della Fiat. Cosa c’entra la più grande azienda automobilistica italiana, con Ustica e con Gheddafi, lo spiega oggi Cesare Romiti, l’uomo che guidò i vertici del Lingotto dal ‘74 al ’98.

Da sinistra: Agnelli, Romiti

«Gianni Agnelli informò George Bush senior, che allora era alla guida della Cia: ne ricevette una serie di raccomandazioni e il via libera. Poi, insieme, andammo da Carlo Azeglio Ciampi, e ricevemmo la benedizione anche del Governatore della Banca d’Italia». Queste le sue parole, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 23 febbraio, con cui racconta le «trattative lunghissime, durate quasi due anni» per l’ingresso della Libia nell’azionariato Fiat. Nei dieci anni della Libia in Fiat, con circa il 10 per cento, dice Romiti, non ci fu «mai un’interferenza, mai una richiesta. Si sono sempre comportati come banchieri svizzeri», gli accordi del resto erano chiari: «Non sarebbero mai entrati nella gestione, non avrebbero mai avuto notizie sensibili».

DC9

Ma Romiti ricorda al Corriere anche un’altra cosa, che non può passare inosservata: narra di una telefonata ricevuta da Regeb Misellati, uno dei due consiglieri in Fiat della Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico), l’organizzazione pubblica libica, controllato al 100 per centro dal Tesoro, che si occupava degli investimenti internazionali e di gestire i proventi petroliferi. In quella telefonata Misellati, ex impiegato della filiale di Tripoli della Barclays Bank, poi diventato uno dei finanzieri di punta di Gheddafi, chiese a Romiti «una mano per recuperare i resti dell’aereo». Il presidente della Fiat, oltre che con Misellati, parlerà della tragedia del volo Itavia anche con un altro consigliere di Lafico, Abdullah Saudi: «Li avevo sentiti, naturalmente, subito dopo l’incidente di Ustica. Incidente, poi… Temevamo tutti – afferma ancora Romiti – fosse stato un missile. Uno sconfinamento, una battaglia segreta nei cieli, l’arma che parte e colpisce l’aereo civile. Ne parlammo. Mi rassicurarono. So che qualche settimana più tardi si scoprì il “caccia” libico caduto in Calabria. Misellati mi richiamò».


Il caccia in questione era il Mig 23 Libico, quello ritrovato a Castelsilano, caduto – dice la nostra Aeronautica – il 18 luglio ‘80, perché rimasto senza benzina, ma con dentro un pilota, Ezzedin Fadah El Khalil, siriano di origine palestinese, che indossava divisa e anfibi della nostra Aeronautica, morto almeno venti giorni prima, forse addirittura sempre quel 27 giugno. Un Mig, vale la pena ricordarlo, con qualche buco di troppo sulla carlinga, che interessa a molti: alla Cia, ai nostri Servizi e a quelli di tutto l’Occidente, ai Carabinieri di Crotone, che lo cercano a fine giugno e che negheranno per anni di essersene interessati. Un Mig che verosimilmente “bucò” lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo era in corso un’imponente esercitazione della Nato.

La Libia rivoleva il suo Mig, questa la richiesta di Misellati ai vertici della Fiat: «Ne parlai con i servizi, a Roma», afferma oggi Romiti, poi il suo parere su quanto accadde quella notte: «Non sapremo mai cos’era successo, né a Ustica né sulla Sila, né durante né dopo. Sappiamo che il Mig fu restituito». Non è affatto vero. Perché i pezzi del Mig furono restituiti solo in parte alla Libia. Per anni una consistente quantità di strumenti del velivolo, compreso il cupolino e gran parte dell’avionica, restarono sotto sequestro, coperti anche dal segreto di Stato, nell’hangar di Pratica di Mare accanto a quelli del Dc9. Agli atti dell’inchiesta sul disastro di Ustica vi è traccia di tutto ciò, in particolare una nota del Sios del 20 novembre ’82 in cui si attesta – conformemente al vero – che non ci furono provvedimenti di sequestro da parte della magistratura e che i pezzi del Mig furono “ufficialmente” restituiti al Governo libico dopo la richiesta pervenuta al Ministero degli Esteri italiano, “tre giorni dopo l’incidente, mentre a seguito di direttive superiori, parti di essi sono stati trattenuti per esigenze informative”.

Museo per la memoria di Bologna

L’intelligence dell’Aeronautica analizzò quelle parti per mesi; l’Ambasciata americana ne ritirò alcune d’interesse inviandole per le analisi al centro della Foreign Technology Division di Wright Patterson. Così come il servizio segreto della Repubblica Federale Tedesca che ricevette, tramite il Sismi, parti del velivolo incidentato “restituendole successivamente e richiedendone altre per effettuare ulteriori analisi”. Nel giugno ‘86 il Sismi si fece tramite anche dell’interesse britannico “all’esame delle componenti avioniche del velivolo”, programmando una riunione di lavoro congiunta e due anni dopo scrive il nostro Servizio militare: “il Servizio inglese appare ancora interessato a verificare la possibilità di controllare le frequenze impiegate dal sistema Lazur e a reperire la documentazione fotografica relativa all’incidente di volo per acquisire elementi sul posizionamento delle antenne di comunicazione sul velivolo e sui cablaggi di collegamento”.Perciò, al contrario di quanto afferma Romiti, non è affatto vero che quel Mig fu restituito ai Libici. Tutti i Servizi occidentali se ne interessano, sin dall’immediatezza, in particolare la Cia che spedì sulla Sila il suo capostazione a Roma, Duane Clarridge.

Il giudice Rosario Priore

Scrive il giudice Rosario Priore, nella parte della sua sentenza-ordinanza in cui tratta l’incidente di Castelsilano: “Alcuni perché chiamati da noi come gli Israeliani e gli Americani, altri di iniziativa. Quella macchina, nonostante alcuni la abbiano deprezzata – forse solo gli Americani la conoscevano e ne erano in possesso di esemplari – è stata a lungo oggetto di esame e di studio”. E i libici, accorgendosi che tra i rottami restituiti mancavano molte parti del velivolo, la presero male e di tale mancanza ne fecero motivo di proteste. Quei pezzi finirono anche nello stabilimento Snia di Colleferro, dove il 9 novembre ‘84 fu addirittura effettuata “una prova di scoppio in anfiteatro della testa di guerra del missile Aspide 1-A” per verificare “in modo realistico la capacità delle sfere di danneggiare o distruggere, dopo la perforazione di uno schermo d’acciaio, sistemi ed impianti del Mig”. Dieci anni dopo, nel ’94, quando del Mig e della sua avionica si conosceva ormai ogni segreto, il Sismi su proposta del Sios tentò, addirittura, di affondare in mare quanto rimaneva del Mig di Castelsilano.

Il servizio segreto militare espresse nel maggio dello stesso anno il proprio nulla osta all’operazione di “alienazione di materiali in possesso e non più necessari alle analisi tecniche” e per procedere fu richiesta la disponibilità di un elicottero HH3F. La missione doveva partire da Ciampino e l’affondamento delle casse contenenti i pezzi del caccia libico doveva avvenire a circa 30 miglia da Ostia, ma tutto ciò – scrive ancora Priore – non avvenne “per motivazioni non in atti e mai palesate”. Trentuno anni dopo la caduta di quel Mig, i pezzi mai restituiti alla Libia dovrebbero essere ancora a disposizione dell’Aeronautica militare.

Veniamo alla Fiat, scrive ancora Priore: “Nell’agosto dell’80 il responsabile dell’attività internazionale di questa impresa, successore proprio in quel mese di Romiti alla presidenza del “Comitato mezzi e sistemi per la difesa”, tal Pignatelli Nicolò, accompagnò Romiti dal Direttore del Sismi Santovito. In questo incontro si parlò tra l’altro della questione del recupero dei rottami di quel velivolo. Esso Pignatelli fu investito della questione tra quella fine d’agosto e la prima decade di settembre da Misellati Rageb, vice governatore della banca nazionale libica e “rappresentante dell’azionariato libico”. Questo “senior” – superando il rappresentante libico a Torino, certo Montasseri – richiese che dell’operazione si occupasse la Impresit, azienda Fiat specializzata nelle grandi costruzioni. Pignatelli comunicò la richiesta a Romiti che nulla obiettò; affidò l’incarico all’amministratore delegato dell’Impresit; furono compiuti sopralluogo e previsione dei costi, previsione che superò il mezzo miliardo. Di tutto fu informato Romiti. L’iniziativa però cadde e Pignatelli seppe che l’operazione era stata affidata e portata a termine da un’impresa calabrese. Misellati, che spesso di lamentava della disattenzione della Fiat nei confronti del suo Paese, non tornò più sull’argomento, pur avendo sostenuto che quel recupero era importante per la Libia”.

Quindi ciò che afferma oggi Romiti, in merito alla telefonata e alle pressioni ricevute da Misellati, è vero fino in fondo, ma di ulteriori sollecitazioni libiche sulla Fiat c’è traccia anche nei carteggi sequestrati al Sismi durante l’istruttoria: “Altra persona che parla di questi maneggi è l’ex capo-centro Sismi al Lussembergo, il professor Francesco Pelaia. Costui fu incaricato dal suo Direttore, cioè dal generale Santovito, di organizzare un incontro con l’amministratore delegato della Fiat Romiti. Egli si adoprò tramite il rappresentante della Fiat a Roma, tal Gaspari già appartenente al Sismi, e predispose, anche con l’aiuto del capitano Artinghelli della segreteria del Direttore del Sismi, una colazione al Roof Garden dell’Eden di via Ludovisi. Santovito da parte sua chiese una collaborazione della Fiat ad impiegare sue strutture per fini del Servizio in Paesi dell’allora oltre Cortina. Romiti a sua volta chiese ausilio per il recupero del MiG, riferendo che Gheddafi aveva fatto pressioni in quel senso, addirittura “stava rompendo le palle”.

Romiti aveva riferito tutto ciò anche all’autorità giudiziaria: “Per quanto concerne l’episodio dell’aereo libico caduto in Sila ricordo le circostanze; evidentemente esponenti libici, nell’ambito del consiglio di amministrazione, – che sono quelli con cui noi intratteniamo rapporti – ci rappresentarono l’esigenza di recuperare un aereo militare caduto in Calabria; ricordo che l’aereo non era stato intercettato dalle apparecchiature specializzate italiane. Ciò appresi dalla stampa, ricordo che i rappresentanti libici ci chiesero all’uopo se noi avevamo delle attrezzature tecniche idonee a recuperare l’aereo militare. Prima di fare un qualunque passo volli consultarmi con il direttore Santovito e pertanto si addivenne all’incontro. Gli dissi che non avevamo le attrezzature adeguate per il prelevamento richiestoci. In sostanza io finii per demandare il problema del prelevamento a Santovito e non so poi come fece”.

A quel punto i libici, considerata la situazione – Fiat che propendeva per la costruzione di una teleferica con tempi di intervento lunghissimi; il Sismi che proponeva una gru che non si trovava – affidarono l’incarico all’Elifriuli, che avrebbe dovuto impiegare per il trasferimento dei pezzi un suo elicottero, ma qualcosa andò storto: “Un tecnico di questa impresa incaricato del sopralluogo, si reca a Castelsilano proprio il giorno del rilascio dell’autorizzazione – probabilmente quella nota di nulla osta della Procura della Repubblica – ed avvia i preparativi per le operazioni. Proprio durante il sopralluogo questo tecnico, Vogrig Fabiano, incontra un pastore abitante in una casupola nei pressi – ma nessuna PG lo ha mai individuato, né prima né dopo – che dà una nuova versione della caduta. Il fatto sarebbe avvenuto tra il 28 e il 29 giugno.L’aereo precipitando avrebbe dapprima toccato il terreno con la parte inferiore della coda e poi avrebbe percorso “scivolando sul terreno” alcune centinaia di metri prima di arrestarsi. Il pilota sarebbe stato sbalzato fuori dell’abitacolo al momento del primo urto, e quindi si sarebbe dovuto trovare a diverse centinaia di metri dal relitto”.

Se il pastore dice la verità (e non sarà l’unico ad affermare tali circostanze) l’incidente sarebbe avvenuto alla fine di giugno e non il 18 luglio. Ma nei giorni in cui la Elifriuli sta organizzando per i libici il recupero dei rottami del Mig accade altro: “il 4 settembre allorché si stanno coordinando i preparativi per la partenza, il figlio del titolare dell’Elifriuli, Coloatto Marco, riceve, nella sede amministrativa della società a Grado di Gorizia, una telefonata anonima a voce maschile e accento meridionale. L’ignoto interlocutore chiedeva di non effettuare il recupero, sotto minaccia di abbattere sulla verticale della Calabria gli elicotteri della società, operante all’epoca sugli aeroporti di Foggia e Catania per il controllo della costruzione di un metanodotto della Snam. Il pomeriggio di quello stesso giorno arrivava una seconda telefonata, questa volta nella sede operativa della società a Cividale del Friuli. Sempre una voce maschile con accento meridionale questa volta minacciava l’abbattimento degli elicotteri dell’Elifriuli, che si trovavano nei due aeroporti sopra menzionati con modalità imprecisate. Quello stesso giorno il titolare della ditta rinuncia al recupero”. Il recupero sarà effettuato da una ditta calabrese, ritenuta dagli inquirenti in odor di mafia.

Diceva Giovanni Spadolini ai giornalisti: «Scoprite il giallo del Mig libico e avrete trovato la chiave per trovare la verità di Ustica». Aveva ragione allora, come ne ha ancora oggi.

26.02.2011

Fabrizio Colarieti

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I RAPPORTI CON I SERVIZI SEGRETI


<<…Abbruciati venne congedato dagli agenti, ma la sera fu nuovamente convocato per vedere se s’era “ammorbidito”. Niente. Alle 21 di quel 23 luglio 1980, “negli uffici della Squadra Mobile, avanti a noi sottoscritti ufficiali di Polizia giudiziaria appartenenti al suddetto ufficio”, il “nominato in oggetto Abbruciati Danilo” non faceva altro che ripetere: “In merito ai fatti di cui voi mi parlate io non ho assolutamente nulla da dire”. Lo arrestarono con l’accusa di favoreggiamento, Danilo non fece una piega, nominò l’avvocato e varcò un’altra volta la soglia di Regina Coeli.
Quella volta però, in carcere, successe qualcosa di nuovo, rivelato quattordici anni dopo da Fabiola Moretti al giudice istruttore. “Io provvedevo”, ha raccontato la donna, “attraverso gli agenti di custodia che incontravo al cidronomo di viale Marconi, a far pervenire a Danilo la cocaina che egli consumava in carcere. Una volta la sostanza che doveva servire per Abbruciati mi fu portata, a San Callisto, da Franco Giuseppucci, il quale, prima che io consegnassi la droga ai soliti agenti di custodia, mi disse che non era più necessario che gliela facessi avere in quel modo, in quando era stato attivato un altro canale di rifornimento.

La sera stessa che Danilo venne dimesso dal carcere egli, evidentemente euforico, mi disse che con lui avevano preso contatti uomini dei Servizi segreti, i quali erano entrati in carcere, gli avevano fornito la cocaina, avevano “pippato” insieme a lui e avevano allacciato delle relazioni. Non so a cosa fossero finalizzate, ma Danilo era troppo soddisfatto di quell’incontro in carcere di notte, dove aveva ricevuto offerte di protezione e di “lavoro” particolarmente soddisfacenti per lui.

“So per certo che, almeno inizialmente, Danilo ebbe dei vantaggi da queste rivelazioni: riottenne la patente ed il passaporto, gli fornirono denaro e autovetture, e attribuiva a “quelli” il merito di essere uscito così presto dal carcere… Successivamente, talvolta, Danilo si lamentava che non fossero state da loro mantenute certe promesse. Debbo aggiungere che anche io ho incontrato, sia a Roma che a Milano, persone che Danilo mi diceva essere uomini dei Servizi”.

Per Antonio Mancini, Abbruciati era legato anche alla massoneria “deviata”: “So per certo”, dirà a un magistrato, “che aveva rapporti con esponenti della massoneria, che ancora non era conosciuta come P2 ma che aveva come punto di riferimento Licio Gelli”….>>

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore

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Placido “Vallanzasca a Venezia? Io dico no”


Il bandito: non mi fanno vedere il film su di me, vado al Lido. Il regista Michele Placido: non lo voglio

Renato Vallanzasca sotto i riflettori della Mostra di Venezia. Una sua personale decisione, dovuta al desiderio di vedere, finalmente, il film di cui è protagonista, l’opera cui ha collaborato, in veste di consulente di produzione, la moglie Antonella D’Agostino.

Kim Rossi Stuart nei panni di Vallanzasca nel film di Michele Placido

Ogni giorno sul set, attenta a controllare il modo in cui veniva raccontata la vicenda del suo uomo, anche perché alla base del lavoro, oltre al volume del giornalista Carlo Bonini, Il fiore del male, c’è il suo, intitolato Lettere a Renato. Dal punto di vista pubblicitario è un colpo grosso che darebbe al film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male, protagonista Kim Rossi Stuart, una visibilità mille volte maggiore di quella normalmente riservata a un film della rassegna. Ma è proprio questo genere di attenzione a provocare la decisa opposizione del regista: «Far venire Vallanzasca a Venezia sarebbe controproducente. Se devo essere sincero, desidererei che stavolta il film restasse fuori dalle beghe. Anzi, dico fermamente che non vorrei Vallanzasca a Venezia».

Il fatto è che la mossa di «René», come lo chiamavano all’epoca d’oro della sua ascesa criminale, nasce da una delusione. Sia Vallanzasca che la sua compagna (sullo schermo l’interpreta l’attrice spagnola Paz Vega) avrebbero chiesto a più riprese, da un mese a questa parte, di vedere la pellicola, ma non ci sono ancora riusciti. In più, raccontano i bene informati, ci sarebbe stato il dispiacere di ascoltare da Michele Placido, in occasione dell’anteprima di venti minuti a Lipari durante la convention della major Fox (produttrice dell’opera con Elide Melli) delle dichiarazioni che sottolineavano la volontà forte di prendere le distanze dal personaggio.

René se la sarebbe presa e avrebbe deciso di chiedere al giudice un permesso speciale per assistere alla proiezione veneziana. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Quante possibilità ci sono che l’autorizzazione venga accordata? A quanto pare, molte, perché Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione, ha il permesso di lavorare fuori dalle mura del carcere di Opera con l’obbligo di rientro, ma anche con la possibilità di ottenere, occasionalmente, delle uscite serali. Insomma, la sua apparizione non sarebbe eccezionale: per andare da Milano a Venezia ci vogliono tre ore e, stando attenti ai tempi, ci sarebbe tutto il modo di partire e di rientrare. Certo, da un punto di vista mediatico, la sua presenza sarebbe clamorosa e finirebbe di sicuro per ravvivare le polemiche dei parenti delle vittime, fin dall’inizio decisamente contrari all’operazione.

L’ufficio stampa della Fox replica che no, la presenza del protagonista della storia non è affatto prevista alla kermesse veneziana.

Ma, anche all’interno del gruppo che ha realizzato la pellicola, le posizioni sono diverse. Da una parte, la fermezza di Placido, dall’altra i toni più concilianti di Kim Rossi Stuart: «Non ho la più pallida idea di come andranno le cose – dice al telefono -, l’idea che Renato Vallanzasca venga o non venga al festival non mi fa né piacere né dispiacere. Che poi uno, dopo quarant’anni di carcere, voglia farsi una gita a Venezia, non mi sembra, insomma… Comunque non è un argomento che posso affrontare adesso». Sembra che anche Elide Melli non sia contraria alla proiezione del film per Vallanzasca. Il fatto è che in carcere non ha potuto portarglielo e quindi per l’interessato non resta che l’idea di quella gita.

Una Venezia andata e ritorno, per guardare se stesso negli occhi, nella magia del grande schermo ma anche, forse, con il rimpianto per una vita sballata: «Il film – dice il regista – racconta la storia di un’educazione alla rovescia, la vicenda di un bravo ragazzo che a un certo punto sceglie di saltare sul bancone con un’arma in mano, di mettersi a fare rapine. Il racconto segue il percorso di un criminale, descrive i pensieri nella sua testa, la sua vita di allora ma anche quella di adesso, in galera». Una cosa è certa, ripete Placido: «Non sento di comprendere l’etica criminale, io la condanno e la condanna è tutta nel mio film».

10/08/2010

Fonte: Fulvia Caprara per “La Stampa

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Zio Carlo e la Mafia


In quel periodo Cosa Nostra era già entrata nel traffico di droga, e proprio per questa attività il ramo che faceva capo a Calò-Aglialoro e tutti gli altri cognomi avviò i contatti con la banda della Magliana, interessata ad avere rapporti con chiunque potesse offrire eroina e cocaina da rivendere. Siciliani compresi.

Tra i “bravi ragazzi” si cominciò a parlare di quel boss mafioso elegante e taciturno che viveva a Roma, amico di Diotallevi e capace di procurare droga in grande quantità. Il tramite era uno dei più anziani ed esperti della banda, ex rapinatore e sequestratore, salito sui gradini della scala criminale fino a diventare killer e uomo d’affari insieme: Danilo Abbruciati, il quale si riferiva al boss anche in tono scherzoso, come quando Fabiola Moretti gli chiedeva soldi e lui rispondeva: «Che ti credi che so’ Pippo Calò, er cassiere?»

.. Ad alcuni discorsi su Calò partecipò pure Maurizio Abbatino, per nulla impressionato dalla notorietà dell’”uomo d’onore” venuto dalla Sicilia: «A quei tempi non godeva di particolare fama nel nostro ambiente, poichè l’essere “cassiere” della mafia non significava di per sè che egli rappresentasse un vertice di tale organizzazione, dal momento che tale ruolo di vertice, all’epoca, era svolto da Stefano Bontade, la cui morte segnò l’ascesa di Calò.

Da parte mia, comunque, non ebbi mai occasione di conoscerlo e d’incontrarlo, nè prima nè dopo tale evento…Danilo Abbruciati era legato a Ernesto Diotallevi, che ebbi modo d’incotrare, su sollecitazione dell’Abbruciati stesso, poco prima dell’omicidio di Domenico Balducci. In quell’occasione Diotallevi ci venne presentato da Abbruciati come suo tramite con la mafia siciliana, e fu sempre in quell’occasione che si parlo di Pippo Calò come uomo di Stefano Bontade, del quale avevamo cominciato a “lavorare” l’eroina… Dopo la morte di Bontade si chiuse il relativo canale di approviggionamento, senza che si prendessero canali con Calò, nè che questi prendesse contatti con noi, anche perchè noi subimmo degli arresti e nel frattempo morì lo stesso Abbruciati. non posso escludere, comunque, che Pippo Calò fosse rimasto in contatto con i “testaccini”»

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 144)


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Estate calda serve “arresto Freddo”


La polizia gli stava alle calcagna, ogni tanto lo interrogava, in seguito a controlli occasionali oppure con iniziative mirate, per tentare di incastrarlo: si sapeva che era uno dei terminali del traffico di droga di Roma, ma le prove erano sempre troppo poche. Eppure, dal ’79 in poi, Maurizio Abbatino – per qualche amico “crispino” a causa dei capelli scuri e crespi- entrava e usciva dal carcere con una certa frequenza.

A Regina Coeli e Rebibbia ormai lo conoscevano bene, procedimenti penali su di lui e i suoi amici della Magliana venivano aperti in continuazione, ma non si riusciva mai a “stringere”, e quelli continuavano indisturbati nei loro affari.

Pochi giorni prima che gli venisse notificato un nuovo mandato di cattura, nel maggio dell’83, un giudice provò a fargli dire qualcosa giocando la carta dei soldi. Com’era possibile che lui, Abbatino Maurizio, ventinove anni ancora da compiere, senza fissa occupazione, avesse tutti quei soldi, disponesse di case e macchine di lusso? Forse fu ingenuo il giudice a credere che quel ragazzo magro dal viso già consumato avrebbe confessato chissà che cosa, o forse, invece si aspettava una bugia per risposta e voleva semplicemente vedere che cosa si sarebbe inventato. Fatto sta che “crispino”, con la faccia un pò seria e un pò strafottente del gangster che si sente sicuro e si diverte a prendere in giro chi lo ascolta, rispose << Signor giudice, in questi anni mi sono procurato da vivere con un’attività di vendita ambulante di oggetti religiosi>>.

Un’invenzione perfino divertente, come dovette ammettere, un anno e mezzo più tardi, anche il pubblico ministero: <<Parole che se non fossero pronunciate da una persona che ha commesso omicidi e tentati omicidi farebbero quanto meno sorridere>>. Ma poi il magistrato concludeva amaro: << Parole che dimostrano come Abbatino Maurizio e il suo gruppo siano abituati a prendere in giro la giustizia>>.

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 91-92)


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Giovanni Bianconi racconta storie, amori e affari sporchi


… C’erano le mogli e c’erano le amanti. Le donne ufficiali dei boss – quasi tutti con doppia o tripla vita- il più delle volte sapevano, ma lasciavano fare, curandosi di mantenere un buon livello economico, le case e i bambini. <<Mio marito>> dicevano << può anche prendersi degli spuntini fuori, ma poi torna a mangiare a casa>>. Le amanati, invece, a volte si trasformavano in un’arma in mano ai poliziotti: successe con Maurizio Abbatino, che, nel maggio 1983, fu arrestato proprio in seguito ai pedinamenti  della sua amichetta, Roberta, giovanissima e di buona famiglia.

La ragazza usciva di casa di buon’ora, e con l’autobus e il taxi arrivava al residence Prato Smeraldo, sulla Laurentina. Faceva un pò di spesa al supermercato, poi entrava nella palazzina numero 57, in un appartamento al piano terra. In quella casa si nascondeva “crespino” e in quella accanto il suo amico “operaietto”, Edoardo Toscano.

I poliziotti, una volta certi che Abbatino fosse dentro, fecero saltare la serratura della porta con un colpo di fucile a pompa, irruppero nell’appartamento lussuosamente arredato e trovarono il ricercato. Subito dopo presero Toscano. Li arrestarono senza che muovessero un dito; nelle case protette da vetri blindati trovarono soldi in contanti e hashish, oltre ad “alcuni contenitori metallici con evidenti tracce di cocaina”.

A Roberta, Abbatino aveva anche procurato un lavoro come commessa in un negozio, e il proprietario che l’aveva assunta detraeva i soldi dello stipendio della ragazza da quanto doveva pagare per l’eroina e la cocaina di cui lo rifornivano quelli della Magliana. Maurizio aveva voluto quell’impiego per l’amante in modo che non avesse problemi ad uscire di casa, e lui potesse incontrarla ogni volta che voleva.

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di malavita” Baldini Castoldi Dalai Editore(Pag 106-107)


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