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“L’Intervista” ad Otello Lupacchini – 3ª ed ultima parte –



Di seguito l’ultima parte dell’intervista fatta ad Otello Lupacchini magistrato dal 1979 (QUI trovate la prima parte, QUI invece la seconda).

Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa, si è occupato anche degli omicidi del pm Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della Banda della Magliana.

In mezzo alle due terre del suo racconto, bene e male, scorre un fiume: la giustizia che trionfa o la giustizia trasportata da Caronte?

Io non parlerei né di giustizia che trionfa né di giustizia trasportata da Caronte. Anche qui la realtà non è fatta di bianco o di nero ma di tanti toni di grigio. Abbiamo visto come in realtà tutto sia reversibile: il garantismo per gli amici, il giustizialismo per gli avversari.

Talvolta poi, gli avversari diventano anche nemici e allora, Continua a leggere

Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte


La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.

Ciao, Marco

Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Un'immagine di Marco Pantani all'inizio della sua carriera

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.

L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.

Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.

I was there - Foto di Placid Casual

Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.

Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.

Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.

Pantani - Foto di Driek

La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.

C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.

Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.

Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta

L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».

E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.

Omaggio a Pantani - Foto di Ryoichi Tanaka

Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.

Sul momento dichiarò:

È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.

I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:

C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.

Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.

Antonella Beccaria

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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –

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l’Intervista a Gianluca Arrighi


Gianluca Arrighi, avvocato penalista e scrittore, autore del best seller “Crimina Romana”

Perché il crimine diventa mito?

Perché anche il migliore degli esseri umani ha dentro di sé una “parte oscura”. Quindi, di conseguenza, percepiamo il male come un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima. Il crimine diventa mito perché, da sempre, nell’immaginario umano è presente l’eroe buono e l’eroe cattivo. E sono ambedue vivi, forti, carismatici. Che poi sia sempre il bene a vincere l’eroe buono ad avere la meglio, questo ce l’hanno raccontato quando eravamo bambini. La realtà degli adulti è ben diversa.

Il male e il crimine esistono, sono una condizione trascendentale dell’etica, che a sua volta è una condizione trascendentale della esistenza umana. E il termine trascendentale vuol dire, in sostanza, condizione di possibilità. Ossia è trascendente ciò che è massimamente universale. Infine non si può omettere un riferimento alla particolare epoca in cui viviamo. Siamo nell’era mediatica, dove il crimine ha conquistato un ampio spazio su televisioni e giornali, che indulgono sempre più costantemente su scene di violenza e di sangue.La morbosa curiosità dell’opinione pubblica sui particolari più raccapriccianti dei delitti o per la vita privata e sentimentale degli assassini sono dei tipici esempi di catarsi: vediamo qualcun altro realizzare ciò che noi non faremmo mai, riuscendo così a scaricare la tensione prodotta da quelle parti di noi che potrebbero compiere qualche gesto malvagio. Il crimine ha poi il fascino dell’eccezionalità. Chi riesce a comportarsi in modo immorale, chi riesce a compiere delitti efferati senza provare rimorso è un uomo particolare, unico, superiore. In qualche modo il criminale è una persona che osa, che si libera dal vincolo sociale, che si distingue dalla massa. Gli esseri umani sono complessi e contraddittori e negare il male può rivelarsi un’impresa pericolosa. E’ proprio quando cerchiamo di cancellare il male dalla nostra vita che rischiamo di esserne posseduti. Siamo uomini e, quindi, fallibili e incoerenti per definizione. E quando tentiamo, scioccamente, di essere perfetti, ci trasformiamo in ciò che prima odiavamo. Spesso senza neppure rendercene conto.

Quando affermi che “In qualche modo il criminale è una persona che osa, che si libera dal vincolo sociale, che si distingue dalla massa” intendi che il rischio all’emulazione, vista la realtà che stiamo vivendo, è alto oppure…

Certo che mi riferisco al rischio dell’emulazione. Soprattutto per coloro che hanno una psiche più fragile o che conducono una vita grigia e anonima, i quali talvolta credono che la trasformazione in “eroi cattivi” possa emanciparli da quella che ritengono essere la loro mediocre esistenza.

Spettacolarizzare il male attraverso film, fiction ed editoria, secondo te, aiuta la giustizia a fare “giustizia”?

La spettacolarizzazione del male attraverso film, fiction ed editoria non aiuta nè la giustizia nè a “fare giustizia”. Quello che accade ogni giorno nei tribunali penali, la giustizia reale e quotidiana che si occupa di reati comuni è ancora, fortunatamente, svincolata dai media. Quando però ci si imbatte nei processi “mediatici” (che rappresentano, comunque, una percentuale irrisoria rispetto al carico giudiziario) tutto cambia. In questi casi, talvolta, magistrati, avvocati, imputati, persone offese e testimoni si trasformano in attori e questo ruolo “cozza” indubbiamente con quello loro attribuito dal codice di procedura penale.

Se il crimine ha “il fascino dell’eccezionalità”, ricercare e ripercorrere i luoghi dei delitti come un pellegrinaggio, non credi stia diventando una regola senza rispetto di niente?

E’ proprio perchè il crimine ha il fascino dell’eccezionalità che, quando viene spattacolarizzato, crea effetti collaterali morbosi, come i pellegrinaggi nei luoghi del delitto. L’uomo, allo stesso tempo, cerca, teme ed evita il male. Quindi è come se il turismo macabro potesse in qualche modo esorcizzare la parte oscura presente in ognuno di noi. Altra cosa è, ovviamente, la mancanza di rispetto nei riguardi di coloro che sono, a vario titolo, coinvolti in un procedimento penale e che, di conseguenza, stanno vivendo un episodio doloroso della loro vita.

Perché da avvocato hai sentito l’esigenza di raccontare 13 storie che tu stesso hai seguito professionalmente, in forma romanzata? e perché hai scelto di raccontarle dal punto di vista dell’avvocato difensore e non semplicemente attraverso i fatti?

Quanto al mio primo libro “Crimina Romana”, l’idea è nata quasi per gioco un paio di anni fa e mi è stata suggerita da una giornalista della Rai che aveva seguito alcune mie imprese… “giudiziario-mediatiche”. Ora, invece, dopo il successo di “Crimina Romana” (da cui, sembra, vogliano addirittura trarre anche una fiction tv) la scrittura è diventata una realtà concreta ed ho appena terminato la stesura del mio nuovo romanzo. Al recente salone del libro di Torino, il “giovane Arrighi” è stato paragonato ai mostri sacri del genere crime, come Carofiglio, De Cataldo e Lucarelli. Scrivere è una nuova e stimolante esperienza, intimamente collegata alla mia professione, in quanto ciò che scrivo è sempre ispirato alla mia vita di avvocato.Ho raccontato i fatti dalla prospettiva del difensore per il semplice fatto che quella è la dimensione dalla quale io vivo e percepisco, ogni giorno, la commissione di un crimine e la conseguente celebrazione di un processo.

Crimina Romana” il saggio dell’avvocato penalista Gianluca Arrighi, Alberto Gaffi editore.

Quanto la componente personale è importante per il successo/insuccesso di un caso e quanto, divenuta componente commerciale, per il successo di un libro?

La componente personale è certamente importante per il successo o meno di un caso. Quanto al successo di un libro, i processi penali, mediatici o meno, raccontano sempre storie di uomini e donne che avranno comunque la vita segnata dalla commissione di quel reato. Quindi, in astratto, ogni vicenda giudiziaria può essere raccontata in un libro. Bisogna vedere, poi, se il libro viene scritto bene o male

Perché, secondo te, l’Italia resta il paese dei casi irrisolti?

Recentemente, quanto ai casi italiani irrisolti, il presidente Napolitano ha parlato di “opacità dello Stato”. Io non ho una vera risposta a questa domanda. Ritengo, però, che per risolvere i casi di stragi, spesso invischiate con intrighi internazionali e intrecci eversivi, ci voglia uno Stato “forte”. E questa non mi sembra sia mai stata la principale caratteristica dello Stato italiano.

Marina Angelo

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Oggi si legge L’Unità di ieri: Noi, quelli della Magliana La vita maledetta di «Nino»



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