Etichettato: accuse
Milano: si allarga l’inchiesta San Raffaele. Tre nuovi arresti
L’inchiesta del S.Raffaele si allarga con altri 3 nuovi arresti. Si tratta di uomini della Security…continua a leggere Milano: si allarga l’inchiesta San Raffaele. Tre nuovi arresti
Lecco: arrestato 70enne per presunta pedofilia
Diversi ragazzi, tra i 10 e i 17 anni, hanno raccontato che l’uomo li aveva avvicinati offrendogli esplicitamente denaro in cambio di atti sessuali. …continua a leggere dell’arresto per pedofilia
Trento: professoressa corteggia alunna con sms
Si era innamorata di una sua alunna tredicenne. Per questo un’insegnante quarantenne di una scuola media del Trentino la corteggiava con insistenza inviandole centinaia di e-mail e sms. Con questa accusa il Tribunale di Trento ha condannato la donna a quattro mesi per molestie sessuali….
…continua a leggere sull’arresto professoressa che corteggiava alunna
Operazione Gdf Lecce e S.C.I.C.O. di Roma, 29 arresti
Ventinove ordini di arresto in varie province d’Italia, 684 kg di marijuana sequestrati insieme a 64 kg di hascisc, 5 kg di eroina, più di 1 kg di cocaina, un gommone e 264 cartucce per kalashikov.
Questo è solo un primo bilancio dell’operazione che Continua a leggere
Affare rifiuti in terra di Gomorra, tra pallottole e fango.
Per comprendere a pieno il fenomeno dell’affare rifiuti è d’obbligo ricordare quanti, in Campania, terra denominata dai latini “felix”, hanno pagato con la vita o con l’isolamento il loro impegno. E ricordare anche persone che, come Don Peppino Diana, hanno denunciato consorzi cuccagna, politica collusa, assessori compiacenti, uomini dello Stato diventati servitori di un sistema criminale.
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco
Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.
L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.
Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.
Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.
Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.
Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.
La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.
C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.
Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.
Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta
L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».
E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.
Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.
Sul momento dichiarò:
È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.
I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:
C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.
Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.
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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –
Roma: maxi operazione antidroga. 38 arresti. Sequestri per 5 milioni di euro
Maxi operazione dei reparti speciali dei carabinieri: Ros e Dda smantellano le bande che si scontravano
ROMA – Ferimenti, agguati in città, come gli ultimi avvenuti anche nelle settimane scorse, minacce, e sequestri di persona. Le avvisaglie di una vera e propria guerra fra bande per il controllo della droga nella Capitale. Clan contrapposti legati alla malavita organizzata che stavano trasfomando alcuni quartieri, soprattutto alla periferia est, in terreno di scontro con regolamenti di conti incrociati. E’ quello che hanno accertato i carabinieri protagonisti – all’alba di martedì 3 maggio – di un’operazione che ha portato all’arresto di 38 persone e al sequestro di beni per 5 milioni di euro.
TENTATO OMICIDIO – Per tutti le accuse sono di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tentato omicidio e sequestro di persona, con l’aggravante del metodo mafioso. Gli arresti, sottolineano gli investigatori del Ros, coordinati dalla Dda, «colpiscono un pericoloso sodalizio attivo nella Capitale e dedito all’approvvigionamento e alla distribuzione di ingenti quantitativi di cocaina, marijuana e hashish».
Il Ros ha ricostruito «numerosi fatti di sangue riconducibili a violenti conflitti generati dai contrasti con gruppi concorrenti per il controllo del mercato della droga capitolino». Sullo sfondo un maxi traffico di stupefacenti che i militari dell’Arma hanno intercettato con l’operazione denominata Orfeo.
Rinaldo Frignani
Fonte: Corriere della Sera
NOTTE CRIMINALE: COMUNICATO STAMPA N°1
A ROMA, MILANO E VENEZIA, TRA REALTA’ E FINZIONE, IN MEZZO SI COMUNICA CON IL CODICE CRIME-SCRIPT DI “NOTTE CRIMINALE”
http://nottecriminale.wordpress.com, http://www.youtube.com/NotteCriminale, http://www.facebook.com/nottecriminale
…Perché il crimine diventa mito?
Your Plus Communication, riavvolge le pellicole criminali e, a ritroso nel tempo che è ed è stato, compara alla verità romanzata, la realtà. Lo fa con un nuovo codice d’evento, il “crime-script”, e si identifica in “Notte Criminale”: l’unica tipologia d’evento che, da febbraio, approfondirà a Roma, Milano e Venezia i crimini e le criminalità che hanno macchiato strade, spezzato e condizionato vite, impegnato forze dell’ordine e uomini della giustizia, fatto registrare perdite in termini di esistenze e di rallentamento dell’economia. Notte Criminale, inter-calata nella sottile linea che separa la realtà da quella più colorita di editoria e cinematografia, è il file rouge che unisce costume (e mal costume), mode e musiche della società italiana degli anni ’70 e ’80, per accompagnare, tenendo viva l’attenzione, l’ascolto e la lettura di documenti, notizie, inchieste e foto. Materiali che, a partire da febbraio, saranno l’humus del suo trasformarsi in evento 3×2 ovvero: 3 “città criminali”(Roma-Milano-Venezia) per 2 giorni.
Your Plus Communication ne percepisce l’interesse su http://nottecriminale.wordpress.com, http://www.youtube.com/NotteCriminale, http://www.facebook.com/nottecriminale e, per aprire il dibattito spettacolarizzato a ritroso nel tempo e maturare in “l’evento”, sceglie l’“infotaintment” come traduttore del parallelismo vero/falso. Così, a febbraio, nelle location d’eccezione, mentre tg e gr “originali” lanceranno le notizie di cronaca nera, cantanti e band, sulla cruna dell’ago “critica”, faranno da colonna sonora per le vie della “dolce vita” romana a cui, Rino Barillari, ha rubato attimi di un tempo lontano e (nel bene e nel male) mai dimenticato. Le voci dentro e fuori dal coro “Notte Criminale” che narreranno vicende maledettamente vere, oltre a quelle di attori e registi, saranno quelle di: Carlo Bonini, de La Repubblica, Giovanni Bianconi, de Il Corriere della Sera, Monica Zornetta, scrittrice e giornalista, Otello Lupacchini, giudice e scrittore.
L’intreccio tra verità e finzione, piuttosto che spettacolarizzare la cronaca nera, viene così scrutato da un altro punto di vista, quello della ricerca, delle domande e delle risposte possibili ed impossibili di “Notte Criminale”. L’obiettivo, tanto ambizioso quanto plausibile, è, infatti, quello di educare, prima di formarsi un’opinione sulla base dei concetti “giusto/sbagliato”, alla lettura dei fatti e delle pellicole.
Per questo, il codice del “crime-script”, invertendo la formula 3×2 in 2×3, raddoppia l’interesse sulle due giornate focalizzandole in 3 momenti principali: la sera del primo giorno, viene dedicata al crimine di riferimento della città che, purtroppo, lo rappresenta. Il secondo giorno, invece, si sdoppia in due momenti: la mattina con e per le scuole, precedentemente selezionate, sarà momento di dibattito insieme a sociologi e professionisti della comunicazione, sul “perchè il crimine diventa mito?” (validando o invalidando così, ad esempio, le accuse di emulazione criminale). La sera della stessa giornata, invece, i protagonisti sono i crimini delle altre due città (partendo da Roma il focus del primo giorno sarà sulla banda della Magliana; il secondo si dividerà per le scuole, la mattina, e, per un pubblico rigorosamente selezionato, nella notte della Milano di Vallanzasca e del Veneto di Maniero…).
Per informazioni:
Your Plus Communication s.r.l.
Via Guglielmo Albimonte, 11 – 00176 Roma
Ph: 06.64.80.00.93
contact@yourpluscom.com
http://www.yourpluscom.com
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/12/10/le-pillole-di-lupacchini/
«Renato Vallanzasca è ancora in carcere Tra i politici italiani c’è di peggio»
Michele Placido replica alle accuse dei parenti delle vittime che hanno contestato il film. In platea la moglie
http://video.corriere.it/lui-carcere-condannati-parlamento/5375dd0e-b9b0-11df-90df-00144f02aabe
VENEZIA – Quattro ergastoli, 260 anni di carcere, una scia di morti tra cui molti poliziotti, una sequela di soprannomi lanciati dai giornali: «il Bel Renè», «il bandito dagli occhi di ghiaccio», «il Dillinger della ». E poi gli amici della banda, la droga, le belle donne, le fughe dai penitenziari, l’ossessione per Francis Turatello. È il giorno di Renato Vallanzasca alla Mostra: Michele Placido presenta il film Vallanzasca – Gli angeli del male realizzato con la collaborazione di Kim Rossi Suart che lo interpreta con un straordinaria aderenza e sfoggiando una notevole padronanza del dialetto milanese. Un film preceduto da polemiche ancora prima dell’inizio. Contro si sono schierati i parenti dei poliziotti trucidati (che ancora in una lettera al Corriere protestavano contro il film), contro il prefetto Serra che ha ricordato come i media contribuirono a esaltare un personaggio «già esaltato di suo», contro anche il ministero che non ha accordato alcun finanziamento. L’ex capo della mala milanese – che dalla primavera scorsa di giorno lascia il carcere di Bollate per recarsi al lavoro in una pelletteria – non è al Lido come addirittura si era ipotizzato nei giorni scorsi («Ma insomma», aveva previsto Placido «il giudice non avrebbe mai dato il permesso. Si sarebbe rivoltato il mondo giudiziario»). Lui non c’è ma la moglie Antonella sì, interpretata nel film da Paz Vega.
ACCUSE – Placido le polemiche se le aspettava e qui al Lido ha imparato a cavalcarne l’onda. «Insomma, solo in Italia si scatena questo clamore. In Francia Cassel ha interpretato Jacques Mesrine ferocissimo bandito in Nemico pubblico e polemiche così non se ne registrano. Ma vi pare che io, che sono pure un ex poliziotto, avrei fatto un film a favore di Vallanzasca? Semmai è contro Vallanzasca. Lui da 40 anni è il nemico numero 1. Sappiamo tutti cosa è successo in Italia tra stragi, terrorismo e mafia. Vallanzasca forse è uno dei pochi esce sta ancora in galera, ci sono persona che stanno in parlamento che sono peggio di Vallanzasca». Il regista non ha letto la lettera al Corriere. «Io rispetto il dolore delle vittime, non è neanche in discussione». Ma dissente dall’idea che non si possa raccontare la storia di un criminale perché bello o affascinate. «Kim mi ha dato il coraggio, lui voleva assolutamente fare quel personaggio. Troppo bello? Aveva questa simpatia, questa leggerezza che spiazza, la stampa all’epoca ne fece un mito». A chi gli domanda se serviva proprio un film sul bandito anziché su un eroe, replica: «A me questa domanda? Ho fatto Padre Pio, Falcone, Un eroe borghese che è la storia di un milanese monarchico ammazzato dalla mafia. Con questa storia ho voluto conoscere il male che c’è anche, in me, in noi».
CONTATTO – Né Placido, né Kim Rossi Stuart fingono di essere rimasti indifferenti dal contatto con Vallanzasca. «È vero. Se lo incontri vieni sedotto dalla simpatia e sai che sotto c’è un criminale. In questo mistero sta il film. Certo è più facile mostrare il malavitoso alla Lombroso cattivo e repellente». Il regista parla di «etica criminale» : «Lui criminale ci è nato, la sua etica era all’interno di questa logica poco comprensibile per noi persone per bene. Però è bene ricordare che è uno dei pochi in Italia a scontare in galera la sua pena. Si è assunto la responsabilità di tutti i delitti anche quelli e non ha compiuto personalmente, non ha mai sparato su persone inermi, non si è arricchito, non ha mai voluto legarsi né all’eversione politica, né alla mafia, e forse questo è uno dei motivi per cui viene isolato nel carcere e Turatello viene ucciso». Nessun perdono, chiarisce l’ex poliziotto Placido. «Vallanzasca non va perdonato ma compreso. La moglie Antonella che è qui in platea lo sta accompagnando in un viaggio difficilissimo. L’ultimo delitto me l’ha confessato prima del film e lo abbiamo messo nella sceneggiatura: uccidere un pentito nella sua logica era un dovere. Non vogliamo assolverlo, ma vedere il suo viaggio, la sua via crucis nel male».
La parola, ora, è al film che uscirà per la Fox («Né la Rai né medusa hanno voluto produrlo» sottolinea Placido) il 17 dicembre. Una battuta è già diventata un tormentone: «Io non sono cattivo. Ho un lato oscuro molto pronunciato». In quanto a Vallanzasca che prima o poi lo vedrà, di sé tempo fa ha detto: «Mi chiedete se ho sbagliato? Sarei un cretino se dicessi il contrario. Qualche ragazzo che incontro mi dice che sono un mito. Rispondo loro che un mito che si fa 40 anni di galera è un mito idiota, e che di miti non devono averne, perché i miti sono pieni di debolezze». Kim Rossi Stuart, che per questo film si è battuto tanto quanto Placido. riflette: “Se fosse morto non ci sarebbe stato nessun problema»
Fonte Stefania Ulivi per Il Corriere della Sera













