“L’Intervista” a Paolo Roversi -2ª parte-


Quando e perché crimine e criminalità cambiano?

Secondo me, negli anni del dopoguerra c’è questo sparti acque che è, come dicevo prima, la rapina di via Osoppo. Fino a quel momento c’erano delle piccole bande, dei piccoli balordi, chiamiamoli così, che cercavano di portare a casa la pagnotta per mangiare la sera. Da via Osoppo ci sono, invece, sette banditi che si organizzano, provano il furto diverse volte: rubano le auto, fingono un incidente e, in maniera molto articolata, fanno l’attacco al portavalori. La città è in scacco perché i poliziotti non se l’aspettavano. Loro stessi, probabilmente, sono rimasti stupiti di quanto sia stato facile mettere a segno quel colpo. La città viene sconvolta. Vengono mandati cinquemila poliziotti e, uno in fila all’altro, saltano tre questori. Le regole del gioco vengono sconvolte. Da quel momento c’è un’accelerazione perché le bande, prendono consapevolezza. La vera banda che fa la differenza dicendo “non siamo più buoni ma siamo diventati cattivi: uccidiamo”, è la banda Cavallero che parte da Torino ma, quando arriva a Milano, lascia sul selciato diverse persone morte e, a quel punto, non si può più tornare indietro.

Paolo Roversi

In “Milano Criminale” il crimine è vintage ma lo racconti con nuovi linguaggi. Dal book passi al docu-trailer e la rete è il tuo dominio. A quale pubblico ti rivolgi e come convivono questi codici?

Io mi ritengo un autore dei miei tempi. Sarebbe stupido non sfruttare la rete che, secondo me, è il mass media più democratico che possiamo avere perché nessuno riesce a controllarlo. Le rivoluzioni, adesso, nascono proprio dalla rete. Allo stesso tempo, però, sono affascinato da quella che era la criminalità ed il poliziesco vero. Io conosco Milano grazie ai libri di Scerbanenco. Scerbanenco, che è anche un personaggio del mio libro, li ambientava in quegli anni che io, racconto. “I ragazzi del massacro” o “Venere privata” sono libri degli anni ’60 e raccontano quella Milano. Siccome considero lui un autore moderno ed insuperato, come maestro del giallo italiano, per me, è naturale utilizzare internet come parlare di quegli anni.

Paolo Roversi

Hai visto il film di Placido? Cosa ne pensi?

Mi è piaciuto molto, soprattutto l’interpretazione di Kim Rossi Stuart che recita un eccellente Vallanzasca. Forse gli altri personaggi di contorno non spiccano, probabilmente perché tutto è incentrato sul personaggio mentre, in un altro film di Placido incentrato sulla banda della Magliana c’è il “Libanese” come capo carismatico ma tutti gli altri, hanno un loro spessore. Ecco, in questo film di Vallanzasca, gli altri vengono un po’ sopraffatti. Io ho studiato a fondo la storia di Vallanzasca ed anche nel mio romanzo, affrontandola, l’ho cambiata in alcune parti per esigenze narrative. Placido ha fatto lo stesso. Alcuni cambiamenti per ridurre una storia di una vita di anni e anni, di rapine e di storie di fatti criminosi in un film di due ore, sono necessari. Si chiama: riduzione cinematografica.

Paolo Roversi

In merito alle critiche che hanno sollevato i familiari delle vittime, qual è il tuo pensiero?

Non bisogna incensare i criminali come eroi del male. Il film sul criminale, però, è un modo, secondo me, di raccontare quegli anni e quelle storie, non per metterli su di un piedistallo. Io ho sempre in mente quando Lizzani ha girato “Banditi a Milano” (la storia della banda Cavallero che ha ucciso diverse persone) è uscito un anno dopo quindi, era di stretta attualità. Loro hanno fatto le loro rapine, li hanno arrestati e un anno dopo, è uscito il film. In America l’ispettore Callaghan è uscito ispirato ai delitti di quello che viene chiamato “il serial killer dello zodiaco”, quando ancora non era stato preso. E’ un modo, quindi,  per raccontare il male ma senza voler dire “hanno ragione i cattivi” o “hanno ragione i buoni”. E’ giusto che la gente si faccia la propria opinione anche perché, non si è obbligati ad andare al cinema ed abbiamo la “libertà di telecomando”.

Quanto pesa il pentimento in Italia?

Mi stai facendo questa domanda con la situazione politica che abbiamo in Italia?! E’ ridicolo. Più che il pentimento, direi la faccia tosta. La “faccia tosta”, in Italia, non ha limiti. Non si può chiedere ai criminali di fare quello che neanche i politici hanno il coraggio di fare.

Paolo Roversi Libreria del Corso Milano

Chi scrittureresti per la serie “Milano Criminale”?

Posso giocare un po’? Per il poliziotto “Antonio Santi”, io immagino un Clint Eastwood da giovane. In effetti, questo gioco, l’ho fatto sul sito dovendo dare una faccia ai personaggi. Per la donna di Vandelli, il personaggio ispirato a Vallanzasca, immaginavo la Brigitte Bardot dei tempi d’oro. Non lo so…è difficile: l’importante è che facciano il film, poi diciamo che a me va un pò bene tutto!

Marina Angelo

 


PER LA PRIMA PARTE DELL’INTERVISTA  CLICCA QUI:


PER L’INCIPT ED IL DOCU-TRAILER DI “MILANO CRIMINALE”, CLICCA QUI

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3 comments on ““L’Intervista” a Paolo Roversi -2ª parte-
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