Lettera aperta di Pino Nicotri a Walter Veltroni


Lettera aperta di Pino Nicotri a Walter Veltroni inviata e pubblicata  dalla redazione di Dagospia

Pino Nicotri

Egregio onorevole Veltroni, le scrivo in quanto autore del libro pubblicato nei giorni scorsi “Cronaca criminale – La storia definitiva della banda della Magliana”, che il caso vuole ospiti la voce per la prima volta resa pubblica della vedova De Pedis, nonché come autore di due libri sul cosiddetto “rapimento” di Emanuela Orlandi. Sono perciò tra i più titolati a rispondere alla sua sbalorditiva lettera pubblicata su Repubblica il 7 ottobre contro la sepoltura del “boss della banda della Magliana” Enrico De Pedis nella basilica romana di S. Apollinare.

Il caso vuole che “Cronaca criminale” faccia parlare per la prima volta, e per varie pagine, la signora Carla vedova De Pedis, le cui parole, dimostrate, già da sole contengono la demolizione di quanto da lei scritto su Repubblica.

Walter Veltroni

Come prima osservazione c’è da porle una domanda: perché definisce De Pedis “un boss” di quella banda? In base a quali sentenze?

La risposta purtroppo è semplice e sconfortante: lei, onorevole Veltroni, parla basandosi non su sentenze, ma su affermazioni fatte da pentiti, più volte colti in fallo come mendaci e con uno di loro, Antonio Mancini, addirittura condannato per calunnia. Affermazioni a loro volta trasformate in Verità grazie a inchieste giornalistiche abborracciate e programmi della Rai più attenti a fare a qualunque costo rumore che a fare informazione.

Mancini e i suoi imitatori sono arrivati a “rivelare” in tribunale che “la pistola usata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli venne affidata subito dopo il delitto a De Pedis”. Peccato che De Pedis quando veniva ucciso Pecorelli, marzo 1978, era chiuso in carcere e ci rimase ancora fino all’anno successivo, motivo per cui la bugia di Mancini & C. è risultata clamorosa.

Enrico De Pedis

Onorevole Veltroni, quello che lei chiama “boss della banda della Magliana” è morto, ucciso nel febbraio 1990, incensurato. Non era certo uno stinco di santo, ma è morto incensurato. Ripeto: incensurato. E con un regolare passaporto in tasca. Come unica condanna De Pedis ha avuto quella per una rapina compiuta da giovanissimo, quando la banda della Magliana non esisteva neppure nella più fervida fantasia di romanzieri e giallisti. Dopodiché De Pedis è stato sempre assolto da tutte le altre accuse, perfino da quella di avere fatto parte della banda della Magliana non come boss, ma anche come semplice associato a delinquere.

Banda della Magliana

Non un boss, quindi, è neppure un semplice gregario. Ripeto: assolto. E con formula piena. Non miracolato da scadenze termini o leggi ad personam, come successo invece in alcuni casi di alto livello politico e di malcostume che tengono banco in Italia da anni, bensì assolto. Le accuse di cui lei si è fatto incautamente latore sono state lanciate contro De Pedis solo dopo la sua morte, quando non poteva più difendersi. E comunque non sono mai state suffragate da prove né tanto meno da sentenze.

Come racconto nel mio libro “Cronaca criminale”, a me è bastato un sopralluogo in via di Villa Pepoli per appurare che dice il falso il pentito Maurizio Abbatino riguardo l’uccisione del “cravattaro” Domenico “Memmo” Balducci, strozzino d’alto bordo coinvolto tra l’altro nel giro Flavio Carboni/banchiere Roberto Calvi. La stessa scena del delitto dimostra che Abbatino dice il falso.

Arresto Abbatino

Ma in particolare, per quanto riguarda l’accusa che De Pedis era tra gli sparatori a morte di Balducci, lo dimostra il fatto che in quei giorni “il boss della Magliana” non era a Roma: stava con la sua futura consorte in un albergo prima di Pescara e poi delle isole Tremiti. Un altro accusato da Abbatino per quel delitto s’è scoperto che non era neppure in Italia. Tutto ciò tralasciando che gli stessi magistrati inquirenti ripetono che non di Banda della Magliana bisogna parlare, ma di malavita romana, visto che questa non ha mai avuto una “cupola”.

Riguardo la sepoltura nella basilica, il magistrato romano De Gasperis ha chiarito da ormai più di una dozzina d’anni che non ha nulla di losco. Probabilmente si tratta di una sepoltura inopportuna, anche se la pietas non solo cattolica invita al “parce sepulto”, ma certo non per i motivi addotti da lei, onorevole Veltroni.

Riguardo le farneticazioni della “supertestimone” (!?) Sabrina Minardi, di recente prudentemente sostituita con altri “supertestimoni”, non è serio prenderle in considerazione tanto sono sfacciatamente false.

Bruno Giordano e Sabrina Minardi

La disinvoltura della signora Minardi, per sua stessa ammissione escort d’alto bordo al tempo del “boss della Magliana”, si è prodotta alla grande perfino nel “rapimento” di Emanuela Orlandi. Un “rapimento” che non solo non è mai esistito stando anche a quanto scritto in sentenza istruttoria da magistrati delle Repubblica italiana, ma che lo stesso magistrato Severino Santiapichi ha definito “sequestro mediatico, cioè inventato e avvalorato dai mass media”.

E guardi, onorevole Veltroni, che Santiapichi di sequestri veri se ne intende, visto anche che ha presieduto un processo per il tragico sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Immagino lei ricordi l’argomento.

Ritrovamento corpo Aldo Moro

Potrei continuare a lungo, ma non voglio annoiare i lettori. Il problema, caro onorevole, è che se si segue il suo esempio, prendendo per buone accuse indimostrate e indimostrabili, se si prende per buono ciò che non è corroborato da sentenze, e se queste vengono sostituite con le chiacchiere buoniste, di sicuro effetto pubblicitario, allora se ne deve concludere che aveva ragione la commissione Mitrokhin ad accusare molti dirigenti comunisti e molti giornalisti di essere stati al soldo dei servizi segreti di Mosca.

E avevano ragione il “conte Igor” e la commissione parlamentare d’inchiesta sulla Telekom Serbia a sostenere che il suo collega di partito Massimo D’Alema ha illecitamente lucrato su compravendite di società telefoniche in Serbia. Non solo: aveva ragione anche chi accusava Romano Prodi di avere svenduto, pro domo sua, l’industria di Stato Sme al finanziere ed editore Carlo De Benedetti.

Eh sì, egregio onorevole Veltroni: se si accetta il suo inaccettabile modo di fare affermazioni riguardo “il boss” De Pedis in base a semplici sentito dire, allora per coerenza e per evitare l’uso di due pesi e due misure se ne deve concludere che, pur essendo accertato che sono false, sono vere anche le pretese delle commissioni Mitrokhin e Telecom Serbia nonché le accuse contro Prodi.

Sostituire la magistratura con il chiacchiericcio, elevando le leggende metropolitane e i pentimenti mendaci a verità e sentenze, è sbagliato anche politicamente. Non è certo così infatti che si combatte la malavita vera e che si può battere Silvio Berlusconi.

Fonte: Dagospia

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One comment on “Lettera aperta di Pino Nicotri a Walter Veltroni
  1. taroedick scrive:

    Finalmente uno di sinistra, che ha capito che per vincere le prossime politiche si deve mandare a “fanculo ” D’Alema, Fassino e tutti i vecchi “gerarchi furbetti ” della sinistra , che sono stati gli artefici dello sfascio della sinistra!! Renzi ha ragione ,questi “signori” devono avere il coraggio di alzarsi dalla poltronicna dove sono seduti fin dalla nascita, e lasciare il posto a gente giovane e più onesta e seria di loro !!

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